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Un nuovo leader per i talebani

Dopo la morte di Mansur l'ora di Haibatullah Akhundzada. E degli Haqqani

Lettera22*

Giovedi' 26 Maggio 2016




Nella scia di mullah Omar

I Talebani hanno un nuovo leader: il mawlawi Haibatullah Akhundzada. È stato eletto ieri, probabilmente a Quetta, in Pakistan, dalla Rabhari shura, il massimo organo di indirizzo politico degli studenti coranici. La sua nomina avviene a pochi giorni dalla morte del predecessore, mullah Mohammad Akhtar Mansur, ucciso da un drone americano mentre era in viaggio nel Belucistan pachistano. Come vice di Haibatullah Akhundzada è stato nominato mullah Yacub, figlio dello storico leader mullah Omar e già a capo di una delle Commissioni talebane sotto la leadership di Mansur, che Yacub aveva poi finito per sostenere dopo averne contestato la nomina, nel luglio 2015; al suo fianco, ieri i barbuti hanno confermato Sirajuddin Haqqani, figlio del fondatore dell'omonimo network di islamisti, attivo dagli anni Ottanta e, oggi, tra i più pericolosi gruppi armati che operano tra Afghanistan e Pakistan, con ramificazioni economiche che arrivano nei Paesi del Golfo.

Le notizie su Haibatullah Akhundzada sono frammentarie, ma sufficienti a capire le ragioni della scelta: sembra che abbia 47 anni, è nato nell’area di Sperwan, distretto di Panjwayi, nella provincia meridionale afghana di Kandahar, storica roccaforte dei Talebani. Membro della potente tribù pashtun dei Noorzai, qualcuno dice che abbia combattuto i sovietici nelle file dell'Hezb-e-Islami Khalis, altri che abbia invece vissuto in Pakistan tra il 1979 e il 1989, negli anni dell'occupazione. Quel che è certo è che vanta credenziali religiose, più che militari. È infatti uno sheikh ul-hadith, un religioso autorevole, specialista nell'esegesi dei detti del profeta Maometto. Secondo Thomas Ruttig, co-direttore dell'Afghanistan Analysts Network di Kabul, Akhundzada avrebbe goduto dell'incondizionata fiducia del mullah Omar, che lo consultava per dirimere le questioni più delicate. Ha ricoperto incarichi rilevanti nel settore della Giustizia al tempo dell'Emirato islamico d'Afghanistan, e negli anni successivi ha usato la propria autorevolezza religiosa per fare propaganda, reclutare giovani guerriglieri e mediare i conflitti interni al movimento, come quelli, recenti, tra gli uomini del leader mullah Mansur e di mullah Rasul, uno degli “scissionisti” (poi arrestato dai pachistani) che contestava la nomina di Mansur.

Con la nomina di Akhundzada, uomo della vecchia guardia, conosciuto e rispettato, simbolo della matrice “kandaharì” da cui è nato il movimento negli anni Novanta, i Talebani puntano alla continuità, a una figura di “compromesso” e di mediazione. Un uomo che, con la sua autorevolezza religiosa, possa fare da collante tra le varie anime politiche, in una delicata fase di transizione iniziata nel luglio 2015, con l'annuncio della morte di mullah Omar.



La morte di Mansur sembra
allontanare la pace ancora di più


Cosa accadrà adesso è la grande domanda che si mischia a un’altra: cosa rappresentava davvero Mansur e cosa e chi rappresenta adesso Haibatullah? Se del primo si è detto tutto e il contrario di tutto (che era l’uomo del Pakistan e che invece addirittura a ucciderlo sarebbero state proprio le indicazioni dei pachistani che non lo consideravano più il loro cavallo) sul secondo circolano ipotesi altrettanto diverse. La caratura religiosa e l'origine kandahari fanno propendere per una scelta che, nella continuità, dovrà tendere a riunire un movimento da sempre disomogeneo che da anni vive ormai di faide e secessioni e ora anche della concorrenza di Daesh. L’uomo non è però noto per il suo carisma e la sua tribù, per quanto potente, lo è meno di altre e resta comunque un elemento soprattutto locale. Non si sa cosa Haibatullah pensi del processo negoziale né molto si sa dei suoi rapporti col Pakistan ma quel che è certo è che ora, ancora più di Mansur, dovrà dimostrare di essere “il capo”, il nuovo emiro dei credenti. Per farsi accettare e far accettare i suoi ordini dovrà quindi soprattutto, com’è nella logica della guerriglia, puntare sulla vittoria militare anche per dimostrare che il raid che ha ucciso Mansur va vendicato. Si dovrà dunque appoggiare agli Haqqani, la rete jihadista che è stata molto vicina ad Al Qaeda, ai servizi segreti deviati di Islamabad e ai sauditi con cui gli Haqqani hanno un rapporto antico e molto saldo. Se dunque la nomina di Yacub a vice mira a dimostrare che lo spirito di mullah Omar è al fianco di Haibatullah anche materialmente, ecco che la figura di Siraj acquista un rilievo particolare sul piano militare.

Dobbiamo dunque aspettarci una nuova offensiva talebana anche se il capo di stato maggiore afgano, generale Qadam Shah Shahim, ha bollato di fallimento la campagna “Omari”, la cosiddetta campagna di primavera dei Talebani. Ma è un fallimento tutto da dimostrare mentre l’ennesimo attentato contro un pulmino di funzionari del ministero di Giustizia uccideva ieri dieci persone.

A quattro mani con Giuliano Battiston per il manifesto



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