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Filippine, un populista a Palazzo

I primi risultati non ufficiali danno per super favorito Rodrigo Digong Duterte, detto il “giustiziere”

Emanuele Giordana

Martedi' 10 Maggio 2016

Anche se ufficialmente non ha ancora vinto, il nuovo presidente filippino è Rody Duterte. Alla mezzanotte di ieri lo spoglio di due terzi delle schede elettorali per la scelta del nuovo presidente filippino non lasciava dubbi. La poltrona più alta già sembrava pronta per Rodrigo Digong Duterte, detto il “giustiziere”, già sindaco di Davao e uomo che ha incentrato la sua campagna elettorale all'insegna dello slogan “macelliamo i criminali”. Se non bastasse, Rody Duterte può contare sulle accuse di Human Right Watch per mille esecuzioni di criminali o supposti tali in 22 anni di servizio mentre le cronache ricordano il suo commento a caldo (poi ritrattato) dopo lo stupro di una missionaria australiana: tanto bella – aveva detto – che valeva la pena essere il primo. Ex magistrato, Duterte ha giocato la carta dell'uomo che viene da una famiglia non blasonata e che – in tre o sei mesi come ha promesso – imporrà legge e ordine spazzando via criminali piccoli e grossi. Se le leggi glielo impedissero? Ha minacciato di chiudere il parlamento. L'uomo che parla alla pancia della gente, un Trump con gli occhi a mandorla o un Salvini in salsa orientale, piace. Semplice e populista quanto basta, pugno duro quando ci vuole e, tanto per cambiare, la promessa di far fuori la corruzione ma soprattutto i criminali, come se la criminalità non fosse uno dei tanti prodotti sociali di un'ineguaglianza lineare tanto quanto il potere finora indiscusso di un pugno di famiglie, come quella degli Aquino da cui proviene il presidente uscente.

Ma in queste elezioni – che sceglievano anche senatori e 18mila funzionari locali – c'è anche un'altra famiglia nota che torna: i Marcos da cui esce candidato alla vicepresidenza Bongbong, figlio dell'ex dittatore Ferdinando spodestato decenni fa dalle piazze e sostituito proprio da una Aquino (Corazon). Suo figlio Benigno, presidente uscente, ha provato così – tra un Marcos e un Dutarte – ad agitare il ritorno della dittatura. A spaventarlo era soprattutto Dutarte, tanto che il presidente ha lanciato un appello a unire le forze per batterlo. Nelle Filippine (55 milioni di aventi diritto con quest'anno un'affluenza alle urne senza precedenti) non si va al ballottaggio: vince il più forte e il vicepresidente lo sceglie il popolo non il capo dello Stato. Benigno si è in sostanza rivolto a Grace Poe, ex educatrice e business woman di provata fede cattolica, l'unica nei sondaggi ad avere, con Manuel Roxas (già nel gabinetto Aquino) qualche chance - ma non da sola - rispetto agli altri candidati (cinque in tutto) in lizza.

Poe e Roxas, il pupillo del presidente, non si sono però accordati e così anche lo spauracchio della dittatura ha finito per contare poco, pur se la Poe faceva paura: per squalificarla dal torneo elettorale, alcuni mesi fa venne prodotto un certificato falso sul suo padre naturale (Grace è figlia adottiva di due famosi attori)... che sarebbe addirittura stato Bongbong Marcos! Per metterla in difficoltà è stato tirato fuori anche il fatto che il marito ha la cittadinanza americana, in un Paese da sempre filoamericano ma dove il risentimento per il padrino padrone è sempre forte.

Cosa c'è sul piatto del nuovo presidente? Mali atavici, riforme e tensioni col colosso cinese per quel pugno di atolli sparsi su riserve di gas naturale che da anni fanno venire il mal di pancia ai Paesi affacciati sul Mar cinese meridionale, un nome che a Pechino sembra il riconoscimento evidente che Paracels e Spratlys son roba sua. Le Filippine sono tra i Paesi col contenzioso maggiore, sia sulle Spratlys sia su Scarborough Shoal (Huangyan per i cinesi), un'area a 160 chilometri dalle coste filippine e a 500 miglia marittime dalla Cina. Nonostante uno sviluppo in crescita, l'economia resta sempre un problema per un Paese che ha cento milioni di abitanti ma anche dieci milioni di emigrati che ingrassano le casse con le loro rimesse ma che fanno del Paese uno dei più grandi fornitori di manodopera all'estero. E restano i mali atavici che han fatto coniare proprio per l'economia filippina sin dai tempi di Marcos la locuzione “crony capitalism”, capitalismo di parentela, un refrain che torna a legarsi alla tradizione delle grandi famiglie che si succedono al potere e si scambiano favori. Dutarte promette pulizia e piace forse anche perché non viene dal giro della “Imperial Manila” ma è anzi un uomo della provincia, di quell'isola di Mindanao dove è attiva la guerriglia secessionista e il processo di pace, sempre sul filo del rasoio, al momento è in fase di stallo. Un altro grattacapo per chi siederà al palazzo presidenziale di Malacañang.

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