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Il rapporto di Amnesty sulla pena capitale

In Asia il primato delle esecuzioni: Cina, Iran, Arabia saudita e Pakistan guidano la classifica della morte di Stato

Emanuele Giordana

Giovedi' 7 Aprile 2016

«Iran, Pakistan e Arabia Saudita hanno fatto un uso senza precedenti della pena di morte, spesso al termine di processi gravemente irregolari. Questo massacro deve cessare. Per fortuna, gli Stati che continuano a eseguire condanne a morte sono una piccola e sempre più isolata minoranza. La maggior parte ha voltato le spalle alla pena di morte e nel 2015 altri quattro Paesi hanno abolito del tutto questa barbara sanzione dai loro codici». Nelle parole di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. c'è tutto il contenuto del rapporto dell'organizzazione internazionale sulla pena di morte nel mondo durante il 2015. Luci e ombre. La maggior parte delle quali sta in Asia.

Secondo AI, il 2015 ha registrato il più alto numero di esecuzioni da oltre 25 anni e tre Paesi (Iran, Pakistan e Arabia Saudita) sono stati responsabili di quasi il 90 per cento delle esecuzioni note. Note, perché il grande assassino di Stato è la Cina che però non fa filtrare dati dal momento che quelli sulle esecuzioni sono segreto di Stato. Queste le ombre. La luce dice invece che per la prima volta, con le quattro abrogazioni del 2015 (Figi, Madagascar, Repubblica del Congo e Suriname), la maggior parte dei Paesi del pianeta risulta abolizionista per tutti i reati. E' una buona notizia che solo in parte redime un bilancio che fa i conti con almeno 1634 prigionieri messi a morte: oltre il doppio rispetto all'anno precedente e il più alto numero registrato da Amnesty dal 1989. Un dato che – come accennavamo - non comprende la Cina, Paese dove è probabile – dice il rapporto - che le esecuzioni siano state «migliaia».
L'Iran ha mandato a morte almeno 977 prigionieri (erano 743 nel 2014), la maggior parte dei quali per reati legati agli stupefacenti. L'Iran resta anche uno degli ultimi Paesi al mondo a eseguire condanne a morte inflitte a minorenni al momento del reato (almeno quattro nel 2015).

L'Arabia Saudita si guadagna un bel primato: le esecuzioni sono aumentate del 76% rispetto al 2014, con almeno 158 prigionieri mandati al patibolo. La maggior parte delle condanne è stata eseguita mediante decapitazione ma in alcuni casi è stato impiegato anche il plotone d'esecuzione e a volte i cadaveri dei giustiziati sono stati esibiti in pubblico. Una pratica pedissequamente seguita da Daesh.

Il Pakistan invece si distingue per aver abolito nel dicembre del 2014 la moratoria in vigore e ha iniziato nuovamente a impiccare: nel 2015 sono stati uccisi con la corda al collo oltre 320 prigionieri, il maggior numero mai registrato da Amnesty International. Il Pakistan, aggiungiamo noi, deve questa scelta al suo modo di combattere il terrorismo: dopo le ultime stragi islamiste, il governo non solo ha sospeso la moratoria ma ha permesso alle corti militari di comminare la pena capitale, uno strumento che il Pakistan crede possa servire a combattere la piaga jihadista. In realtà il numero di omicidi mirati (con l'aviazione o la fanteria) non è noto e, a ben vedere, andrebbe conteggiato nelle morti di Stato (stesso discorso per le esecuzioni fatte con i droni da altri Paesi, come Israele e Stati Uniti): ricercatori e reporter non possono infatti verificare cosa sta accadendo nelle aree tribali dove da due anni l'esercito porta avanti una vera e propria guerra senza quartiere ai rifugi dei jihadisti. Quante vittime civili ci siano state è dunque impossibile da determinare: secondo l'esercito addirittura, di vittime civili non ce ne sarebbe stata nessuna!
Tornando al rapporto, Amnesty International ha registrato un considerevole aumento delle esecuzioni anche in altri Paesi, tra cui Egitto e Somalia e il numero di nazioni in cui sono state eseguite condanne a morte è salito a 25 rispetto ai 22 del 2014. Almeno sei Paesi che non avevano eseguito condanne a morte nell'anno precedente lo hanno fatto nel 2015: tra questi il Ciad, dove le esecuzioni sono riprese dopo oltre un decennio.

I cinque principali Paesi per numero di esecuzioni del 2015 sono stati, nell'ordine, Cina, Iran, Pakistan, Arabia Saudita e Stati Uniti d'America e, per il settimo anno consecutivo, gli Usa sono stati gli unici a eseguire condanne a morte nel loro continente anche se le esecuzioni sono state 28, il numero più basso dal 1991, mentre le nuove condanne sono state 52, il numero più basso dal 1977, anno del ripristino della pena di morte. Lo Stato della Pennsylvania ha imposto una moratoria sulle esecuzioni e in comunque 18 Stati degli Usa sono completamente abolizionisti.

anche su il manifesto oggi in edicola



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