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PASTORALE MESSICANA PER BERGOGLIO

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PASTORALE MESSICANA PER BERGOGLIO

Venerdi il pontefice nel distretto federale per una visita di cinque giorni che inizia a Città del Messico. Il più grande paese cattolico di lingua spagnola è cambiato ma corruzione, povertà, violenza, violazioni dei diritti umani, il conservatorismo delle gerarchie e l'ascesa delle sette protestanti ne fanno un decisivo terreno di prova per il nuovo messaggio della chiesa di Roma

Adalberto Belfiore

Mercoledi' 10 Febbraio 2016

Papa Francesco inizierà venerdì la sua visita di cinque giorni in Messico. I suoi 125 milioni di abitanti fanno del Messico il più grande paese cattolico di lingua spagnola, con ancora l'83% dei cittadini che si dichiarano seguaci della chiesa di Roma. Ma il Messico è stato anche il paese più anticlericale del continente, in cui un presidente, Elías Calles, negli anni venti del secolo scorso ebbe a dichiarare che “la chiesa è la sola causa di tutte le sventure” e promulgò leggi, basate sulla Costituzione del 1917, che sancirono la chiusura delle scuole cattoliche e dei seminari, l'esproprio di chiese, lo scioglimento degli ordini religiosi, l'espulsione dei preti stranieri e il divieto di indossare abiti talari per quelli nazionali. E in cui le rivolte che ne seguirono, in particolare a Michoacan, non casualmente una delle tappe del viaggio di Bergoglio, che ora è uno degli stati più poveri e violenti del Messico, terminarono con massacri e impiccagioni dove persero la vita più di 80.000 persone, comprese varie migliaia di sacerdoti.

Oggi è diverso, il viaggio si realizza per l'invito del presidente Enrique Peña Nieto e non c'è membro dell'establishment che non desideri avvicinare e ossequiare il papa argentino. Già, ma quella messicana è una delle classi dirigenti più inette e corrotte al mondo, succube dei boss dei potenti Cartelli della droga, (Sinaloa, Los Zetas, Los Caballeros Templarios, Jalisco eccetera) quando non direttamente a libro paga degli stessi, sia nei governi nazionali che in quello federale. E violente: dalla strage di Piazza delle tre culture in Tlatelolco, Città del Messico, nel 1968, a quella dei 43 studenti desaparecidos a Iguala nel 2014, su cui ancora non è stata fatta luce né alcun colpevole è stato condannato, il coinvolgimento diretto del potere e delle sue forze armate in fatti di sangue è stato denunciato da decine di inchieste indipendenti. Lo stesso Peña Nieto, sotto il cui governo si sono registrati più di 9.000 casi di desaparecidos (il numero totale è superiore in Messico a quello registrato in Argentina negli anni della dittatura militare), non ha la coscienza tranquilla e tra l'altro è accusato di aver intascato succose mazzette in occasione del finanziamento illecito che ricevette per la sua campagna elettorale da parte del PP spagnolo di Mariano Rajoy.

Eppure proprio la corruzione è una delle piaghe del Messico contro cui ha parlato papa Francesco, assieme a quelle della violenza, delle migrazioni e della povertà. Solo scorrendo i luoghi del suo itinerario non rimane alcun dubbio che la visita non sarà come quelle edulcorate e canoniche dei suoi predecessori. A differenza di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Bergoglio si farà portare nei luoghi simbolo dei problemi e delle sofferenze del Messico, nei suoi buchi neri. A Ecatepec, sobborgo della capitale tristemente noto per i sequestri e la violenza di genere (“il posto peggiore dove essere donna”) dove sono state asfaltate e abbellite da giganteschi murales solo le strade in cui passerà il Papa. Nel Chiapas, luogo chiave della rivolta dei popoli nativi, che Bergoglio gratificherà simbolicamente con un decreto di autorizzazione a dir messa nelle tre lingue indigene, tzotzil, tzeltlal e chol. E si è appena saputo che a San Cristóbal de las Casas renderà anche omaggio alla tomba del vescovo Samuel Ruíz, il mediatore tra governo e i ribelli zapatisti del subcomandante Marcos, vicino alla Teologia della liberazione (che Ratzinger definì in modo sprezzante “teologia india”). E poi a Ciudad Juárez, nel centro dell'impero dei narcos, la città più pericolosa del Messico e forse del mondo intero per la guerra tra i Cartelli Juárez, Sinaloa e Los Zetas. Il luogo, anche per questo altamente simbolico, dove è iniziata la costruzione del muro che divide il Messico dagli Stati Uniti, quello che Donald Trump se andasse alla casa Bianca “duplicherebbe in altezza” per rendere ancora più difficile e pericolosa la speranza dei disperati che tentano di attraversarlo.

Così l'aspettativa con cui in Messico si vive l'arrivo di Francesco è a dir poco spasmodica. Da un lato il presidente Peña Nieto considera un successo il solo fatto di ricevere la visita, dall'altro c'è un popolo intero che reclama e invoca la parola del Papa per veder riconosciute le proprie sofferenze. Le sofferenze delle famiglie dei desaparecidos e delle vittime di pederastia, quelle causate dalla violenza contro i migranti, e dalle violazioni dei diritti umani. In un paese che, secondo un comunicato emesso da Amnesty Internacional in occasione del viaggio papale, “affronta una crisi epidemica riguardo a tortura, assassini brutali e sparizioni che sta diventando la sua caratteristica distintiva”. Ma soprattutto le parole di Bergoglio potrebbero essere rilevanti riguardo alla stessa missione della Chiesa cattolica, e alla sua struttura. Abbiamo detto che l'83% dei messicani si dichiara cattolico, ma sono dati “anagrafici” che peraltro indicavano il 96% soltanto pochi decenni fa, mentre l'ascesa delle sette protestanti in questi anni appare inarrestabile.

Malgrado le recenti nomine di una decina di vescovi e di un cardinale, la gerarchia cattolica messicana mantiene un carattere conservatore determinato dai due predecessori di Papa Francesco e caratterizzato da una scarsa vicinanza con le comunità di base e un ancor più scarso ruolo dato al mondo del laicato, a cui al contrario i mormoni, gli avventisti, i testimoni di Geova e le altre sette protestanti danno un ruolo di punta. Così il successo o l'insuccesso della visita di Bergoglio si misurerà, come spiega il sociologo delle religioni Bernardo Barranco, non nel risalto mediatico da cui sarà seguita ma dalla capacità di dare avvio a “una pastorale più aperta, in collaborazione con le chiese locali e le comunità di base.”



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