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UMANITARI CON UN OCCHIO AL MERCATO

Una ricerca di Global Policy Forum, “watchdog” indipendente che studia le politiche di Onu, governi e privati e che si interroga sugli effetti della recente ondata filantropica

Emanuele Giordana

Mercoledi' 20 Gennaio 2016

Umanitari ma con l'occhio al mercato. Universali ma con un'agenda personale. Filantropi ma un po' pelosi. E' questo il quadro che emerge da una ricerca di Global Policy Forum, “watchdog” indipendente che studia le politiche di Onu, governi e privati e che si interroga sugli effetti della recente ondata filantropica (Philanthropic Power and Development. Who shapes the agenda?). Per dirla in altre parole, quanto costa a governi e Nazioni Unite il buon cuore dei privati?
«Negli ultimi decenni – scrivono i ricercatori Jens Martens e Karolin Seitz - globalizzazione, deregulation e privatizzazioni hanno facilitato e aumentato il potere di attori privati, in particolarmente delle grandi multinazionali... aziende con attività in decine di Paesi e fatturati miliardari hanno acquisito sia grande influenza sul sistema economico globale sia significativo peso politico». La loro influenza, dice il rapporto, è cresciuta anche sui temi del dibattito politico internazionale, dall'eliminazione della povertà, allo sviluppo sostenibile, i cambiamenti climatici, la tutela dei diritti umani. Quando i governi sembrano incapaci di risolvere le sfide globali, questi attori emergenti si presentano come alternativa operativa come «modello che finge di essere più flessibile, efficiente e non burocratico».

Effettivamente, gli ultimi anni hanno visto crescere l'influenza dei sempre sorridenti Bill e Melissa Gates e le stesse Nazioni Unite, così come le agenzie nazionali di cooperazione (è anche il caso dell'Italia) ormai inseriscono sempre il “settore privato” come partner ineludibile: quando non c'è, bisogna trovarlo a ogni costo. Ma questa filantropica invasione è a costo zero ? Porta solo benefici?

Il rapporto racconta di quel 5 giugno 2013 quando a New York si riunirono oltre 150 invitati per l'incontro organizzato dalla rivista Forbes sulla filantropia. Evento aperto dal Segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon: ci sono i Gates, Bono, la Rockefeller Foundation, il miliardario americano Warren Buffett e molti altri. Credit Suisse come sponsor. I partecipanti, che rappresentavano una bella fetta della ricchezza mondiale «hanno discusso – scriveva il magazine – di come usare denaro, fama e talento imprenditoriale per sradicare la povertà». Alla fine del meeting, Forbes ha pubblicato uno speciale dal titolo "Gli imprenditori possono salvare il mondo."

Di che ricchezza parliamo? Con un patrimonio di più di 360 miliardi di dollari, le 27 più grandi fondazioni del pianeta (19 sono americane) danno circa 15 miliardi di dollari ogni anno in beneficenza. Di gran lunga, il principale donatore è la Bill e Melinda Gates Foundation, che ha un esborso medio di 2 miliardi di dollari l'anno. Poi ci sono i singoli: 137 miliardari provenienti da 14 Paesi (anche africani). C''è l'ex sindaco della grande Mela Michael Bloomberg, il regista statunitense George Lucas il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg o il tycoon cinese Li Ka-shing. In che settori? Soprattutto salute, epidemie, alimentazione e agricoltura.

Verrebbe da dire: che c'è di male? Se non si può cambiare il mondo si faccia almeno la carità. E in effetti quei soldi son messi sul piatto apparentemente a fin di bene. Ma c'è un però. La nascita della filantropia è antica. Data dall'inizio del 1900. Ma i grandi assegni si firmano solo da un paio di decenni. Questi nuovi assegni non vanno solo ai programmi per la povertà ma anche a investimenti nel settore privato: tecnologico, biomedico, agricolo. Alla fine sono anche le corporation a beneficiarne. Si certo, per nuovi vaccini ma anche per promuovere campagne opinabili come quella per gli Ogm: semi “migliorati” che, dicono i critici citati dal dossier «sotto l'apparenza di eliminare la fame in Africa, aprono i mercati africani all'agro-business».
I punti oscuri secondo gli autori sono l'assenza di un quadro dei risultati a lungo termine e la possibilità che i programmi dei privati rispondano più alle loro esigenze che a quelle fissate da Onu, governi e organismi intergovernativi. Col rischio di minare la credibilità degli organi decisionali responsabili pubblicamente e di indebolire la governance democratica. Par di capire che molti donatori privati guardino al pianeta non solo come un insieme di persone da aiutare ma anche come un grande mercato da sviluppare. A fin di bene ovviamente.

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