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PALESTINA E ISRAELE: CHE FARE?


Ilan Pappé - Noam Chomsky

A cura di Frank Barat
Traduzione di Michele Zurlo

Fazi Editore

euro 16,00

pp 223

Adalberto Belfiore

Lunedi' 12 Gennaio 2015

Basta dare un'occhiata alla stampa, nazionale e internazionale, per rendersi conto sotto quale montagna di mistificazione sia sepolta la sostanza della politica israeliana nei confronti dei palestinesi. Conflitto israelo-palestinese, terrorismo, violenza, processo di pace (che può essere messo in discussione, ostacolato, boicottato, ripreso, incoraggiato: tanto alla pace non porterà mai) e poi insediamenti, colonie ebraiche, territori occupati. E reciproco riconoscimento e due popoli due stati. Parole ed espressioni che ascoltiamo da decenni, sempre le stesse, sempre più vuote. Mistificanti, appunto, perché proiettano l'idea di due entità equivalenti ciascuna con le proprie ragioni (o magari le proprie follie) ma che equivalenti proprio non sono. Anche l'espressione più recente, intifada dei coltelli, sembra l'ultima versione di una faida infinita in cui per giunta la parte del cattivo è assegnata agli oppressi, dipinti come strani mostri che vanno in giro in preda all'odio ad accoltellare pacifici e inermi cittadini. Coltelli da cucina da una parte e piombo fuso dall'altra però (quando non fosforo bianco) questa è la “simmetria” che è necessario demistificare.

Ci prova con grande efficacia un recente libro* che raccoglie contributi e interviste di Frank Barat a Noam Chomsky, il grande semiologo statunitense, e Ilan Pappé, lo storico israeliano che ha dovuto andarsene per continuare ad insegnare. Entrambi ritengono che i tempi siano maturi per denunciare Israele come paese colonizzatore e per cambiare il paradigma che intrappola tutti, perfino gli attivisti filo palestinesi. Non più “due popoli due stati” dunque, slogan ormai vuoto perché contrario alla realtà, ossia a ciò che sta effettivamente succedendo sul terreno, ma “creazione di un unico stato multietnico dove palestinesi e israeliani possano convivere nel reciproco rispetto e con pari diritti.”

Un approccio nuovo che parte dalla destrutturazione del lessico che Israele ha imposto al mondo: non più “processo di pace” allora, ma “decolonizzazione” e “cambio di regime.” Perché Israele è un regime, e tra i più atroci. Una potenza che pratica un “colonialismo insediativo” basato su una discriminazione razziale peggiore dell'apartheid sudafricano, sulla pulizia etnica e sul genocidio. Il colonialismo degli insediamenti, spiega Pappé, è “una rielaborazione raffinata delle teorie e delle manifestazioni storiche del colonialismo.” Non è una novità: anche nelle Americhe, nel sud dell'Africa, in Australia in Nuova Zalanda (e in Tibet mi permetto di aggiungere) i coloni hanno annientato le popolazioni locali col genocidio per poi reinventarsi quali possessori di quelle terre e loro abitanti originari.

Così il libro opportunamente rivisita il passato, dalla nascita del progetto sionista alla sua trasformazione in senso apertamente razzista, percorre lo spaventoso presente della segregazione di Cisgiordania e Gaza (“la più grande prigione a cielo aperto del mondo”) con le efferatezze di operazioni come Piombo fuso (2009) e Margine di protezione (2014) ricostruendone logica. Che è molto semplice, sostiene Chomsky: Israele non vuole affatto la pace, ma l'annessione pura e semplice di tutta la Palestina. E la retorica del “processo di pace” è lo strumento per proseguire e completare l'annessione. Meglio ancora senza palestinesi, che se vogliono possono andarsene. O morire, tanto fa lo stesso perché “in fondo sono considerati non-persone.” Gli ebrei israeliani sono arrivati così in basso nel loro degrado morale, sostiene Ilan Pappé, che sono contenti di “sentirsi come in una villa nella giungla” mentre fuori le bestie si dilaniano. E di stare in spiaggia a osservare i loro aerei che bombardano Gaza leggendo il giornale e sorbendosi un bel drink.

Ma il contributo dei due celebri attivisti prefigura anche l'unico futuro accettabile: quello in cui, superando la falsa narrazione sionista e svelando al mondo la sua volontà di costruire una Palestina esclusivamente ebraica con l'eliminazione progressiva di ogni traccia della popolazione palestinese, si affermi internazionalmente l'idea della necessità della decolonizzazione e di fare della Palestina un'unica terra con l'intera popolazione come un unico popolo con uguali diritti.

Utopia? Forse, ma è un fatto che l'ideologia razzista sottesa alle deplorevoli politiche israeliane, afferma Pappé, abbia innescato un'inversione di rotta nell'opinione pubblica occidentale, anche in quella americana, sebbene ancora essa non abbia interessato i settori più influenti permettendo dunque ancora a Israele di perseguire indisturbato le sue espropriazioni senza pagarne prezzo alcuno. Così oggi ancora la politica di annessione, segregazione e pulizia etnica avviene con il consenso e l'appoggio degli Stati Uniti, il principale fornitore di Israele in fatto di armi, aiuti economici e soprattutto supporto all'ideologia ufficiale dello Stato ebraico (che di per se è già un concetto dubbio e inquietante ci dice Chomsky) e della sua falsa narrazione. Nel silenzio (“per nostra eterna vergogna”) della cosiddetta Comunità internazionale e con la tolleranza dell'Unione Europea.

La questione palestinese, giunge ad affermare Frank Barat nella sua introduzione, è “l'epitome del male nel mondo”. Il ruolo giocato dagli Stati occidentali, con la complicità delle multinazionali e di varie istituzioni, la rende un caso davvero particolare. Il fatto che Israele tragga un beneficio dal violare sistematicamente le leggi internazionali e che riceva un'accoglienza col “tappeto rosso” da parte dell'Occidente significa che queste ingiustizie hanno ramificazioni in tutto il mondo. “Da Ferguson ad Atene passando per il Messico è ben chiaro che che molti governi riproducono gli strumenti utilizzati da Israele per reprimere e opprimere i palestinesi.” La replica di questi stessi metodi, tattiche e armi sono la prova del fatto che i palestinesi vengano usati come cavie e che la Palestina sia un grande laboratorio. Per quale esperimento?

Allora esaminare il caso palestinese senza pregiudizi e con strumenti nuovi è essenziale per comprendere “dove ci collochiamo come esseri umani e da che parte stiamo.” Trovare una soluzione a quella tragedia, che è l'obbiettivo di questo illuminante libro, potrebbe aprire il varco per una nuova visione, per un mondo nuovo, per nuove prospettive a beneficio di noi tutti.



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