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A Oriente del Califfo: l'Asia nella strategia di Daesh

L'espansione territoriale a Est del "califfato" di Raqqa

Emanuele Giordana

Sabato 10 Gennaio 2015

«Amirul-Mu'minin ha detto: "O musulmani...alzate la testa che oggi - per grazia di Allah – disponete di un Califfato che restituirà la vostra dignità, i vostri diritti e che vi dà una leadership. E' uno Stato in cui sono fratelli l'arabo e il non arabo, il bianco e il nero, l'orientale e l'occidentale. Un Califfato per il caucasico, l'indiano, il cinese, il siriano, l'iracheno, lo yemenita, l'egiziano, il magrebino, l'americano, il francese, il tedesco e l'australiano».

Il messaggio è chiaro e affidato a Dabiq, il magazine mensile di Daesh che non è solo un foglio di propaganda patinata ma anche la summa teoretica dello Stato islamico. Uno Stato i cui confini non sono chiari ma che, stando a queste parole, coinvolge tutti i bravi musulmani ovunque abitino, da Tunisi a Dacca, da Parigi a Giacarta. Non di meno il suo progetto di espansione territoriale non è molto chiaro. Il cuore del califfato sta a Raqqa, nello “Sham”, e i territori amministrati sono per ora solo tra Irak e Siria. Spiega però ancora Dabiq: «Lo Stato islamico è qui per restare. In Sham e in Iraq. Nel Khorasan e in Al Qawqaz (parti dell'Asia centrale e del Caucaso)... dalla Tunisia fino al Bengala, anche se i murtaddin (eretici) lo disprezzano. Il Khilafah (Califfato) continuerà ad espandersi ulteriormente fino a quando la sua ombra si estenderà... su tutte le terre raggiunte dal giorno e dalla notte»*. Il riferimento è appena un po' più chiaro e comprende aree già conquistate e altre più lontane: il Magreb, il Bengala (quindi il Bangladesh?) e il Khorasan, i cui confini non sono granché delineati.

Espansione a Est

Quel che è certo è che c'è un piano di espansione a Est e a Ovest di Raqqa. E' facile immaginare che i luoghi dove già è in corso un conflitto e dove la tensione è molto alta (il confine afgano pachistano, la Libia, il Sinai o le regioni dominate da Boko Haram in Africa) siano i luoghi prescelti dove accendere la miccia di un nuovo jihad, spodestando quel che resta di Al Qaeda e infiltrando i vari movimenti jihadisti. Ma la scintilla deve accendersi anche altrove: dove esistono conflitti più o meno dormienti, come nel Caucaso, e dove sono attivi gruppi jihadsiti storici, come nelle Filippine. Ed forse proprio in quest'area – a Oriente del califfo – che vale la pena di guardare: lì dove ci sono le tre aree musulmane più popolose del pianeta (l'Indonesia, l'India e il Pakistan), dove può esser facile reclutare e dove i foreign fighter, una volta tornati a casa, possono diffondere il verbo di Al Bagdadi. Del resto, scrive Katy Oh Hassig nell'introduzione all'Asian Conflict Report 2015 dedicato all'Isis dal Centro per le politiche della sicurezza di Ginevra (Gcsp): «... la minaccia dell'estremismo violento è ovunque. I confini politici e regionali, che una volta fornivano la barriera naturale e istituzionale alla diffusione di ideologie estremiste, sono ormai storia. E' la globalizzazione del crimine e del terrorismo». Del terrore senza frontiere.

Il Grande Khorasan: Afghanistan, Pakistan, Asia centrale

In realtà il califfato dell'antichità non è mai arrivato tanto lontano quanto vorrebbe Al Bagdadi: non c'erano bengalesi o indonesiani nelle mappe delle regioni orientali che la Storia identifica col “Grande Khorasan”, una regione storica (quella geografica sta oggi nell'odierno Iran) che si sarebbe spinta sin nella valle dell'Indo e nel Sind, oggi provincia pachistana. Dal Khorasan partirebbe la conquista asiatica del califfo di Raqqa che vorrebbe però andar oltre quella vasta area che si estendeva dall'odierno Iran alle terre dei Pashtun e, a Nord, in alcune ex repubbliche sovietiche oggi indipendenti e alla riscoperta dell'islam delle origini. Da lì a unire la lotta di liberazione nel Caucaso dall'ateismo del regime di Putin il passo sarebbe breve. E' una zona sotto osservazione ovviamente e dove Daesh comincia a essere presente sopratutto in Pakistan e Afghanistan. Ma nonostante una presenza che ha già rivendicato attentati e piccole azioni dimostrative, Daesh ha anche molti nemici. Innanzi tutto i talebani afgani, decisamente contrari ai piani espansivi di Daesh che recluta soprattutto tra i guerriglieri che il movimento ha cacciato per devianza criminale più che ideologica. Bacino di reclutamento sono anche i combattenti centroasiatici, caucasici e cinesi rifugiatisi in Pakistan ma adesso sotto schiaffo da un operativo militare di Islamabad il cui obiettivo è, da un anno e mezzo, quello di smantellare gli insediamenti della guerriglia straniera. Quanto ai gruppi jihadisti pachistani, Daesh è riuscito a spaccare i talebani del Tehrek e Taleban Pakistan (Ttp) ma per ora i consensi sono pochi. Secondo il ricercatore asiatico Abdul Basit, in Pakistan ci sono tre categorie di militanti: chi apertamente è contrario a Daesh (Al Qaeda nel subcontinente indiano e la leadership del Ttp); chi lo abbraccia (come i fuoriusciti dal Ttp Jamaatul Ahrar e Jundullah Pakistan); e quelli che per ora stanno a guardare, come alcuni gruppi attivi anche in Kashmir: Lashkar e Taiba e Jaish e Muhammad. Più, aggiungiamo noi, i gruppi settari anti sciiti, molto ricettivi al messaggio di Daesh.

India e Bangladesh

Il grande colosso asiatico, patria di 180 milioni di musulmani, si è svegliato quando nell'agosto del 2014 si è saputo che quattro abitanti del Maharashtra, lo Stato di Mumbay, avevano raggiunto la Siria. Ma visto che nemmeno Al Qaeda aveva fatto molti proseliti, il califfato non è sembrata una preoccupazione. Semmai, dice qualche analista, un altro modo per accusare il Pakistan che ne sarebbe il vero incubatore. Stando ai giornali indiani, non sarebbero infatti che un paio di dozzine i foreign fighter dell'Unione che combattono in Siria anche se, nonostante il numero esiguo, avrebbero già contabilizzato molte vittime: una notizia che caldeggia l'ipotesi che gli arabi di Raqqa si servano dei non arabi per le operazioni più rischiose, considerandoli – alla fine – dei musulmani di serie B. Qualche simpatia per Daesh comunque potrebbe serpeggiare tra i membri di organizzazioni filo pachistane come gli Indian Mujahedin o tra gli attivisti dello Students Islamic Movement of India. Ma Daesh più che una minaccia – anche se documenti del califfato dimostrerebbero l'intenzione di investire molto in India – sembra solo una remota possibilità. Diverse le cose in Bangladesh, dove Daesh ha rivendicato l'assassinio dell'italiano Cesare Tavella e del giapponese Kunio Hoshi, anche se non è chiaro quanto il califfato, che si è attribuito anche l'attentato al sacerdote italiano Piero Parolari, abbia un legame reale tra i movimenti jihadisti o se qualcuno fra loro si sia soltanto appropriato del brand. Dabiq ha dedicato un luno articolo al Bengala in cui sottolinea la distanza tra i veri mujahedin e la Jamaat e islami, partito islamista istituzionale. Alcuni gruppi al bando (Ansarullah Bangla Team e Jamaat ul Mujahidden Bangladesh) potrebbero esserne i referenti. Ma Dabiq non li menziona.

Malaysia e Singapore

Da un anno e mezzo Daesh avrebbe istituito in Siria un'unità malese-indonesiana chiamata Khatibah Nusantara e una scuola di formazione per ragazzi che parlano malese. I materiali in questa lingua sul web si sprecano e i governi han preso contro misure. In Malaysia (i foreign fighter malesi sarebbero un centinaio e secondo l'intelligence nel Paese ci sarebbero 50mila simpatizzanti di Daesh) il governo è corso ai ripari col pugno duro: decine di arresti per supposti legami con Daesh, la denuncia di un attentato sventato a Kuala Lumpur ma soprattutto una nuova legge mirata che permette arresti indiscriminati, la Prevention of Terrorism Act (Pota), criticata perché fotocopia di una vecchia altrettanto severa e appena abolita nel 2012. Un'altra legge consente la revoca del passaporto. La tensione è salita dopo il sequestro e l'uccisione di un uomo d'affari malaysiano giustiziato dal gruppo filippino Abu Sayyaf. La preoccupazione è forte.
Quanto alla piccola città Stato di Singapore, i numeri sono piccolissimi: due famiglie soltanto sarebbero state “coinvolte” da Daesh.

Isole nella corrente: Filippine, Indonesia, Maldive

Dei 30mila non arabi che pare combattano per Daesh, quelli del Sudest asiatico non sono tanti e in molti casi i Paesi di provenienza ritenevano che le stagioni qaediste (vedi la bomba a Bali nel 2002) fossero acqua passata. Il Council for Asian Terrorism Research (Catr), fondato nel 2005 con aiuto americano e contributi da diversi Paesi asiatici, non è stato più rifinanziato; il caso tailandese (vedi articolo a fianco) sembrava rientrato e nelle Filippine si era finalmente avviato un processo di pace. Ma i 5 o 600 combattenti indonesiani che avrebbero raggiunto Raqqa, lo stallo del processo negoziale a Manila e la ripresa dei sequestri nel Sud delle Filippine, i numeri della violenza in Thailandia e gli attentati sventati in Malaysia, hanno fatto riemergere la paura di un contagio. Da alcuni sfruttato politicamente (è il caso dei nazionalisti birmani), da altri temuto come le scintilla di una nuova minaccia che potrebbe tornare col rientro dei foreign fighter dal campo di battaglia. Gli indonesiani ad esempio han scelto la linea dura: chi va in Siria non potrà più tornare a casa e i maldiviani si apprestano a fare altrettanto. Per ora però nel Paese delle 13mila isole non si è andati più in là di manifestazioni pubbliche di sostegno a Daesh - come quella organizzata a Giacarta dal gruppo Islamic Sharia Activists Forum (Faksi) - o dell'adesione di vecchi maestri di jihadismo che hanno sposato ufficialmente Daesh: è il caso di Abu Bakar Bashir, l'ex leader – in prigione - della Jemaah Islamiyah. Una scelta che non è piaciuta a tutti i membri del vecchio gruppo qaedista. Ad occuparsi di questi problemi c'è comunque Densus 88, un gruppo d'élite anti terrorismo con la mano pesante e che in passato è stato accusato di gravi violazioni. Ma non c'è solo repressione. L'Indonesia ha una tradizione di islam moderato che vede i gruppi più importanti del Paese condannare Daesh e venir coinvolti dal governo per evitare che il contagio degeneri.

Nelle Filippine le cose son più complicate: nelle isole meridionali, dove è forte il sentimento indipendentista, lo stallo nel negoziato tra governo e separatisti islamici finisce per lasciar spazio ai gruppi islamisti più marginali e agguerriti che spesso sconfinano nel banditismo, come Abu Sayyaf o il Bangsamoro Islamic Freedom Fighters, che in un video hanno dichiarato l'adesione a Daesh. Quanto i legami siano forti e reali resta da dimostrare, ma certo l'area dove sono attivi si presta a nascondigli e campi di addestramento, Un centinaio gli “expat” verso il Medio oriente.

Australia

L'Australia infine, per niente musulmana ma terra d'immigrazione. Oltre un centinaio i reclutati da Daesh, alcune decine dei quali rimasti sul terreno. Oggi, se si è legati a gruppi terroristici, si perde la doppia nazionalità e l'eccesso di zelo non manca. Quando il governo ha messo nel mirino il gruppo islamista non violento Hizb ut Tahir, c'è chi l'ha tacciato di paranoia ingiustificata. Mettere tutti nello stesso sacco non serve. Specie se gruppi come Hizb ut Tahir, sotto accusa anche in Asia centrale dov'è molto attiva, possono essere uno degli antidoti a Daesh, perlomeno sul piano della dottrina.

* Le parentesi sono nel testo originale

Questo articolo è uscito anche su Pagina99



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