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TANZANIA: IL PRESIDENTE "SPAZZINO" SAPRA' FAR PULIZIA?

LOTTA ALL'EVASIONE IN SALSA TANZANA 09/07/07

TANZANIA: IL PRESIDENTE "SPAZZINO" SAPRA' FAR PULIZIA?

Il neo eletto presidente tanzaniano dimostra di fare sul serio. Ma lo attendono prove difficili, tra incombente crisi del debito, separatismo e interessi delle grandi potenze.

(a cura di Adalberto Belfiore)

Martedi' 15 Dicembre 2015

Dar es Salaam - Non è molto comune vedere un Presidente di repubblica fare lo spazzino attorno al suo stesso palazzo. Ma è proprio quello che John Pombe Magufuli ha fatto giovedì scorso nelle strade di Oysterbay, Dar es Salaam, dopo la sua elezione, il 25 ottobre, alla più alta carica della Tanzania con più del 58% dei voti.

Con un cappelluccio in testa e vestiti dimessi Magufuli, figlio di contadini poveri e laureato in chimica industriale, ha voluto caratterizzare l'inizio della sua presidenza con una giornata del lavoro più umile, assieme a migliaia di suoi seguaci e di semplici cittadini. Come ministro dei Lavori pubblici nel governo del suo predecessore Jakawa Kikwete si era già guadagnato il soprannome di “Bulldozer” sia per aver costruito strade in tutto il paese sia per le sue doti di instancabile lavoratore. E da Presidente quello che viene già indicato come l'erede del mitico Julius Nyerere, il padre della patria che liberò il paese (allora si chiamava Tanganica) dalla dominazione coloniale inglese, ha voluto dare al suo popolo un segnale forte e chiaro: basta sprechi e corruzione, rimbocchiamoci le maniche e facciamo pulizia.

Non c'è dubbio che avrà parecchio lavoro da fare il Presidente “spazzino” perché questo paese, ricchissimo di risorse naturali (oro, gas, terre coltivabili, la biodiversità contenuta nei suoi celeberrimi parchi nazionali) ma agli ultimi posti in quanto a reddito annuo pro capite (629$ nel 2012), di spazzatura ne ha da smaltire parecchia. Forse soprattutto dentro la classe politica del suo stesso partito: corrotta, abituata agli sprechi e poco propensa ad accettare l'affermazione di un candidato che ha basato la sua campagna elettorale su impegnative promesse di spending review, moralizzazione e provvedimenti radicali a favore dei più poveri, soprattutto ora che il neo presidente sembra fare sul serio.

Magufuli fa parte del Chama Cha Mapinduzi, (Partito della Rivoluzione) CCM, al potere dalla fine del governatorato britannico nel 1961, e ha sconfitto a sorpresa il candidato della nomenclatura Edward Lowassa in una sorta di primarie ad eliminazione diretta per acclamazione realizzate in un colorito meeting di partito in cui i candidati erano più di cinquanta. Lowassa prometteva più o meno le stesse cose ma con molta minore credibilità data la sua implicazione in un giro di mazzette conosciuto come Richmond Energy deal corruption scandal (in sostanza un contratto ritenuto fraudolento tra la Tanesco, società pubblica dell’energia, ed una compagnia americana) e dopo la scelta di Magufuli come candidato presidente del CCN non ha esitato a passare nelle file dell'opposizione.

Nella Mainland, la parte continentale del paese, Magufuli ha vinto agevolmente ma a Zanzibar lo ZEC, l'autorità elettorale, ha annullato le elezioni perché il numero dei votanti è stato ampiamente superiore a quello degli aventi diritto. Il trucco era facile da scoprire ma ci sono state evidenti complicità. Bastava iscriversi a più seggi e non intingere il dito nell'inchiostro per votare più volte. Però stranamente neppure gli osservatori internazionali (Unione Africana, UE e altri organismi) se ne sono accorti. Anzi, hanno dichiarato perfettamente regolari elezioni funestate invece anche da numerosi episodi di violenza e intimidazione da parte dei partiti di opposizione Chadema e CUF, mentre varie sedi del CCM a Dar es Salaam e altrove sono state incendiate e a Mbeya, roccaforde di Chadema, sono state arrestate 200 persone armate di machete che istigavano all'insurrezione.

Chadema e CUF non hanno accettato l'annullamento del voto e non riconoscono la vittoria di Magufuli nemmeno in Mainland malgrado che la verifica degli scrutini abbia confermato i risultati, forti anche dell'invito del presidente Usa Obama al governo perché convalidi le elezioni a Zanzibar. Eppure dopo questi episodi, l'esplosione di ordigni rudimentali a Pemba e in altre zone di interesse turistico, numerosi scontri con la polizia e l'incendio della radio filogovernativa a Stone Town gli USA e la Gran Bretagna hanno invitato i propri cittadini a non circolare e restare in posti sicuri.

La Tanzania dagli anni ‘60 è una confederazione tra Tanganica e Zanzibar organizzata da Nyerere secondo i principi del cosiddetto “socialismo africano” (partito unico di ispirazione socialista ma con relativa libertà di impresa, rivalutazione delle tradizioni locali ma senza concedere rilevanza giuridica né politica alle numerose etnie, pluralismo religioso). Dal 1992 è stato adottato il sistema multipartitico, ma dalla rivoluzione ad oggi il governo è sempre stato una specie di affare privato del CCM. Negli ultimi tempi i partiti di destra e centro destra hanno acquistato sempre maggior peso a causa del dilagare della corruzione tra i funzionari pubblici, fomentando le spinte autonomiste di Zanzibar, che è la parte più moderna e la maggiore fonte di ricchezza del paese.
Magufuli ha iniziato la sua opera di governo in questo contesto, tentando di dimostrare che i suoi non erano semplici slogan elettorali. Ha tagliando le spese a partire dalla cerimonia del suo insediamento, annullato le celebrazioni per l'unificazione del paese destinando gli 1,8 milioni di dollari risparmiati alla lotta al colera (un'epidemia è in corso a Dar es Salam), soppresso le indennità accessorie dei deputati in carica, proibito l'uso delle auto blu se non per fini strettamente istituzionali. I risparmi sono andati all'acquisto di attrezzature ospedaliere e per il sostegno alle famiglie in difficoltà. I funzionari del suo staff hanno individuato nel porto di Dar Es Salaam, il principale del paese, oltre 350 container usciti dalla dogana senza pagare i diritti e stanno indagando su altri 2000. I processi sono già iniziati e 27 miliardi di scellini sono già tornati all'ovile in seguito alla promessa di clemenza in caso di restituzione volontaria, il cui termine è scaduto il 4 dicembre. Il Presidente “spazzino”, emulo di Nyerere anche in questo, va tra la folla. Utilizza l’auto per spostarsi in un paese grande tre volte l'Italia dove i viaggi sono tutt’altro che agevoli, ha invitato caldamente i cittadini a segnalare i casi di assenteismo, di corruzione o di cattiva amministrazione, ha fatto controllare i prezzi pagati dai viaggiatori sugli autobus, si è recato a sorpresa nel maggior ospedale di Dar Es Salaam dove ha licenziato i dirigenti e gli operatori assenteisti o che non assolvevano correttamente le proprie funzioni, ha imposto maggiori investimenti per le manutenzioni e per l’acquisto delle forniture necessarie a garantire degenze dignitose.

Non è poco, per iniziare. Ma il Buldozer tanzaniano ha di fronte ben altre sfide. Oltre al problema del debito estero (in dollari USA), che potrebbe esplodere con il molto probabile e imminente rialzo dei tassi da parte della Fed, Magufuli dovrà affrontare il problema della terra, che in campagna elettorale ha promesso di redistribuire togliendola a chi la lascia improduttiva, tra cui molti esponenti dell'establishment del suo stesso partito, proprietari di immense tenute. Oltre allo storico conflitto tra pastori e agricoltori, fonte inesauribile di conflitti anche molto violenti, c'è il problema relativamente recente del land grabbing ossia l'appropriazione da parte di Multinazionali e Stati stranieri (tra cui la Cina) delle terre coltivabili per la produzione di beni destinati ai mercati esteri. Non sarà facile in un paese pesantemente carente nelle infrastrutture di base. Ad esempio nell'energia, dato che solo il 15% delle case e delle imprese è elettrificato e le forniture vengono in massima parte da impianti idroelettrici, soggette dunque a a frequenti e prolungati black-out specialmente nella stagione secca, che dura 5 mesi. O nelle strutture produttive, tessile e pesca in primo luogo, che il neo presidente ha promesso di rivitalizzare per dare lavoro a una popolazione per la metà sotto ai 30 anni. Ma per riuscirvi ha bisogno degli investimenti stranieri. La Cina ad esempio ha presentato al Forum on China-Africa Cooperation un programma di investimenti in Tanzania da 10 miliardi di dollari per 7 progetti strategici, tra cui uno a Zanzibar per la creazione di un sistema industriale di pesca in acque profonde, ed è difficile che venga concesso senza contropartite sul tema dell'uso delle terre coltivabili. Proprio il tema della penetrazione cinese potrebbe stare dietro alle tensioni separatiste di Zanzibar dietro cui alcuni osservatori scorgono gli interessi di Stati Uniti e Gran Bretagna che troverebbero terreno favorevole nelle mire dell'opposizione e nelle stesse le resistenze della vecchia gerarchia al potere. Di fatto dal giorno successivo alle elezioni per giornate intere è mancata l’energia elettrica in vaste aree del paese e la polizia in tenuta anti-sommossa si è recata nella sede della Tanesco procedendo ad alcuni arresti.

Gli accertamenti sulla frode elettorale a Zanzibar e sui suoi promotori sono in corso e si teme che possano verificarsi arresti di massa, con conseguenze difficilmente prevedibili. Bisognerà attendere che vengano indette le nuove elezioni, che dovrebbero tenersi a febbraio, anche se la coalizione di opposizione ha dichiarato che non vi parteciperà, per sapere se Magufuli, il presidente “spazzino”, abbia una statura paragonabile a quella di Nyerere e se sua la scopa saprà far pulizia anche in questa torbida vicenda tenendo unito il paese ed avviando la Tanzania sul cammino delle riforme di cui ha disperato bisogno.



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