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RIFUGIATI-COME FUNZIONA LA MACCHINA DELL'ACCOGLIENZA IN USA

Parla Lawrence Bartlett, direttore dell'Ufficio dei Rifugiati al Dipartimento di Stato

Gianna Pontecorboli

Martedi' 24 Novembre 2015
Gli Stati Uniti sono, per tradizione, terra di accoglienza per chi fugge da una guerra, una persecuzione, o anche, semplicemente , dalla miseria. Adesso, la tragedia di Parigi rischia di rimettere tutto in discussione, in America come in Europa, ma la ben oliata e costosa macchina amministrativa americana puo' comunque fornire qualche suggerimento utile a tutti.
Lawrence Barlett, direttore dell'ufficio per l'ammissione dei rifugiati del Dipartimento di Stato spiega come funziona la complessa struttura che seleziona e decide chi saranno i fortunati che potranno ricostruirsi una nuova vita al riparo dalla violenza e dalla paura a New York, a Filadelfia o magari a Houston.




D) La crisi dei migranti sta mettendo in ginocchio molti paesi e anche l'Europa ha enormi difficolta' nel risolverla. Che cosa fanno gli Stati Uniti al riguardo?




R) Gli Stati Uniti sono da molti, molti anni il paese leader per l'assistenza, la protezione e il reinsediamento dei rifugiati. E' una parte fondamentale di quello che siamo come americani e certamente una parte fondamentale di quello che siamo come governo. I primi immigranti in questo paese sono venuti, francamente, come rifugiati.

Dal 1975, ne abbiamo accolti tre milioni, provenienti da moltissimi paesi . Adesso accogliamo persone che arrivano da 60 paesi diversi e il programma e' molto vasto . E' importante ricordare che ci sono in questo momento circa 20 milioni di rifugiati nel mondo e quindi il numero che accogliamo, l'anno scorso circa 70.000, quest'anno 85.000, di cui 10.000 siriani, non puo' incidere piu' di tanto. Ma e' comunque uno sforzo simbolico importante nei confronti dei paesi che li ospitano e degli individui che accogliamo. La decisione sul numero di persone da accettare viene presa ogni anno in base alle risorse disponibili e autorizzata dal presidente. e quest'anno ci siamo preoccupati di rispondere alla crisi siriana, cha ha creato 4 milioni di profughi . In piu' ,abbiamo un ruolo importante nell'assistenza per chi spera di poter tornare un giorno nel proprio paese. Solo per la Siria abbiamo finanziato programmi di aiuto per 4 miliardi e mezzo di dollari dall'inizio della crisi per migliorare le loro condizioni di vita dei rifugiati in Turchia , in Giordania , in Libano e in Egitto.




D)Come funziona il sistema di selezione per chi cerca di trovare accoglienza negli Usa?




R) Abbiamo nove sedi regionali in tutto il mondo che lavorano in stretto contatto con l'Alto Commissariato per i rifugiati dell'Onu, che ha il compito di selezionare i rifugiati bisognosi di protezione, assistenza e reinsediamento. Una volta che sono stati identificati cominciamo il processo, prima li intervistiamo per essere sicuri che siano davvero rifugiati e poi iniziamo i controlli di sicurezza e sanitari. L'intero percorso richiede dai 18 ai 24 mesi. La nostra preoccupazione e' che il trasferimento sia sicuro per loro e che non danneggi le nostre comunita' negli Stati Uniti. Lo screening di sicurezza e' particolarmente importante e coinvolge diverse agenzie . Cerchiamo di favorire i piu' vulnerabili, per esempio chi ha bisogno di cure mediche che sarebbero impossibili o troppo costose in paesi come la Giordania.




D)Che cosa succede quando i rifugiati arrivano negli Stati Uniti?




R) Noi vediamo questo processo come un'opportunita' permanente, come una strada non solo verso l'immigrazione, ma anche verso la cittadinanza.

Quello che offriamo all'inizio e' un'assistenza transitoria, che dura di solito otto mesi, ma puo' durare anche cinque anni. L'aspettativa e' che i rifugiati diventino autosufficienti il piu' presto possibile e cerchiamo di offrire loro gli strumenti, l'addestramento al lavoro e l'aiuto per trovarlo, corsi di lingua, supporto per l'iscrizione dei figli a scuola e per i benefici sanitari, l'affitto di casa per tre o quattro mesi. Li sistemiamo in 48 stati e 173 diversi centri urbani. Alcune grandi citta' come Atlanta e Chicago hanno diversi siti di accoglienza.

All'interno degli Stati Uniti lavoriamo con nove agenzie che non fanno parte del governo e operano a livello locale, sei sono religiose, affiliate con chiese o sinagoghe, tre sono secolari. Il dipartimento di Stato le finanzia, ma sono loro che hanno la responsabilita' di trovare l'appartamento giusto per accogliere i nuovi arrivati, arredarlo e procurare un minimo di riserve alimentari . Molte cose sono donate, ma noi stabiliamo degli standard. I nuovi arrivati ricevono un numero di Social Security, dopo un anno possono chiedere la residenza permanente e , come tutti i residenti permanenti, hanno il diritto di chiedere la cittadinanza dopo cinque anni.

Il nostro impegno, come dipartimento di Stato, dura fino a 90 giorni, ma poi subentra il Department of Health and Human Services che e' piu' focalizzato sulle opportunita' di lavoro e ha un servizio speciale per le donne capofamiglia.

Francamente, dal 1975, abbiamo avuto tante storie di successo. Questa gente ha lasciato il proprio paese perche' voleva qualcosa di meglio, e' intraprendente, non solo trova lavoro, ma spesso si mette in proprio ,crea lavoro per altri e contribuisce alla comunita'. Ma deve essere la comunita' ad aiutarli nella fase di transizione.




D)Qual'e' il segreto del successo americano e che cosa puo' imparare l'Europa ?




R) Alcuni paesi come la Norvegia, la Svezia e la Danimarca hanno gia' dei grossi programmi in rapporto alla loro popolazione. E adesso l'attenzione e' sui siriani. Noi invece accogliamo rifugiati da ogni parte del mondo e le nostre agenzie ci informano ogni anno su quali popolazioni possono essere accolte a livello locale nelle varie comunita'. Cosi' , se per esempio arrivano i siriani ci si preoccupa di avere nello staff del personale che parla arabo o un servizio di traduzioni. La lingua e' importante, qualsiasi sia la nazionalita'. Dopotutto sia un somalo che un siriano, se vogliono trovare lavoro in Norvegia, devono imparare il norvegese. E poi e' giusto considerare le esigenze di ogni popolazione. i congolesi, per esempio, hanno subito traumi per anni e hanno bisogno di supporto psicologico. Lo stesso discorso vale in fondo anche per i siriani, ma altri gruppi possono avere la necessita' di un aiuto di tipo diverso.




anche sul Corriere del Ticino














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