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PASTORALE MESSICANA PER BERGOGLIO

Messico: un filo d'erba alla fine del tunnel

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Messico: un filo d'erba alla fine del tunnel

Una sentenza della Corte suprema apre la strada per un possibile superamento del proibizionismo. Il PRD, principale partito di opposizione, prepara altri ricorsi. Anche nella magistratura e nello stesso partito di governo affiorano posizioni possibiliste e il Dipartimento di stato USA abbozza. Dopo i 100.000 morti di una guerra senza fine

Adalberto Belfiore

Domenica 8 Novembre 2015

Una recente decisione della Corte suprema di giustizia del Messico di dichiarare “incostituzionale” il divieto assoluto di consumo della marijuana e “irragionevole” la risposta dello Stato basata sulla reclusione per i consumatori, non solo stabilisce un precedente giurisprudenziale, ma sembra segnare l'inizio di una nuova era, quella del superamento del proibizionismo. La sentenza riguarda solo i quattro attivisti, avvocati e imprenditori, che hanno presentato ricorso e che da oggi potranno tranquillamente, seminare, raccogliere, possedere, trasportare e naturalmente anche “farsi” della “mota” senza incorrere nei rigori della legge. Ma ovviamente non era questo l'obbiettivo dell' ”Associazione messicana per l'autoconsumo responsabile e tollerante.” Infatti proprio oggi, a tre soli giorni dalla sentenza, Carlos Navarrete Ruiz, segretario nazionale del Partito della rivoluzione democratica (PRD) ha annunciato che il suo partito presenterà 32 analoghi ricorsi, uno per ogni stato della Federazione più la Capitale. Il PRD è la seconda forza politica del paese, aderente all'Internazionale socialista, all'opposizione del Governo del presidente Peña Nieto, che è un fiero proibizionista, ma al governo del Distretto federale e di vari altri Stati tra cui Sinaloa, la patria del Cartello più potente.

La legge messicana prescrive che ci siano almeno quattro sentenze dello stesso tipo perché si crei una giurisprudenza sufficiente per trasformare il fatto in un diritto per tutti i messicani. Ma ormai è difficile pensare che questo non avvenga e neppure che presto il problema non sia affrontato in Parlamento. Intanto il Procuratore generale della Repubblica, signora Arely Gómez, ha dichiarato ieri che con la sentenza in questione “è iniziato un processo di profonda valutazione dei differenti modelli che si applicano nel mondo, da un lato quello proibizionista e dall'altro quello che propende per la depenalizzazione e la regolamentazione del consumo.”
Alla buonora. Ci sono voluti più di 100.000 morti ammazzati solo in Messico e solo negli ultimi 9 anni, ossia da quando il presidente Felipe Calderòn a fine 2006 dichiarò la sua “guerra alla droga” col pieno appoggio manco a dirlo di George W. Bush, prima che a qualcuno venisse il dubbio che il proibizionismo il problema non lo risolveva. Eppure, come tutti sanno, con il proibizionismo i Cartelli messicani in particolare hanno raggiunto un potere non solo economico ma anche politico e perfino militare, che li ha messi in condizione di competere da posizioni di forza con lo stesso Stato federale, a dispetto degli ingenti aiuti del Governo USA e degli interventi della DEA.

Certo è che della sentenza della Suprema corte in Messico ora si discute a tutti i livelli. Nelle piazze della capitale, addirittura sotto il grande monumento alla Rivoluzione di piazza della Repubblica, gruppi di ragazzi, riporta ad esempio il quotidiano progressista El Universal, si azzardano già a preparare e passarsi “porros” producendo nuvole di fumo bianco a dispetto delle occhiate dei passanti (e del rischio di finire in trattamento coatto come previsto dalla legge). Questi ragazzi pensano che a dispetto della legalizzazione “le autorità cercheranno di controllare il consumo e di metterci sopra delle tasse” e che “ci sarà sempre chi ci rifiuta, ci considera dei fannulloni senza ambizioni nella vita, dei poco di buono o addirittura dei delinquenti.” Eppure “ la mota non rende aggressivi” come sostiene un altro “e a me rilassa e aiuta a concentrarmi.” Tutti comunque concordano che la legalizzazione “diminuirebbe i rischi e la violenza.” Perché adesso sono costretti a uscire all'alba “per comprarla da gente che ha ben altri vizi”, come riferisce un universitario di 22 anni, alludendo proprio a qualcuno dei vari “camelos” (pusher) che rappresentano l'ultimo anello della catena del narcotraffico. E almeno, conclude un altro “lo stato non la riempirà di lana di vetro.”

L'idea che un processo di legalizzazione controllata, simile a quello avviato in questi giorni in Canada dal governo liberale di Justin Trudeau, potrebbe trasformare il consumo di marijuana, come di altre droghe, da problema criminale a problema di salute pubblica e di educazione e altresì fornire un aiuto formidabile alla lotta contro i narcotrafficanti, ha iniziato a farsi strada anche in Messico. E dagli USA giunge la notizia che giovedì scorso un portavoce del Dipartimento di stato, John Kirby, ha dichiarato in conferenza stampa che “sta al popolo di ogni nazione decidere le sue politiche e se il Messico e il Canada vogliono legalizzare la marijuana possono farlo, nel rispetto del diritto internazionale”. Bontà loro. Sta di fatto che il giorno dopo anche Manlio Beltrones Rivera, presidente del governante Partito rivoluzionario istituzionale (PRI) ha affermato che la Suprema corte “ha emesso una sentenza progressista” e ha proposto una grande consultazione popolare. In questo quadro l'affermazione del capogruppo dei senatori del PRI Emilio Gamboa secondo cui “il Messico è pronto per promuovere un dibattito sostanziale e plurale” alla prossima Sezione speciale sulla droga dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che si terrà in aprile del 2016, sembra indicare che sia davvero in gestazione, dopo mezzo secolo di fallimentare proibizionismo, un profondo cambiamento di rotta.



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