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Afghanistan: se Renzi risponde "Signorsi"

Gli Usa rimandano il loro disimpegno dal fronte afghano. Gli alleati, Italia in testa, s'accodano. Ma stavolta il parlamento potrebbe chiedere conto dell'esito disastroso della guerra

Giuliano Battiston

Domenica 18 Ottobre 2015

Roma - Obama chiama. Renzi, sull’attenti, risponde. Più rea­li­sta del re. Più veloce degli altri alleati degli Stati Uniti. Gio­vedì scorso Obama ha annun­ciato la deci­sione di pro­lun­gare la pre­senza dei sol­dati ame­ri­cani in Afgha­ni­stan oltre il 2016, chie­dendo l’impegno degli alleati affin­ché si alli­neas­sero alle deci­sioni di Washing­ton. Il giorno suc­ces­sivo, da Vene­zia, il pre­si­dente del Con­si­glio ita­liano gli ha rispo­sto. Già alli­neato. «L’Italia è un grande Paese, stiamo valu­tando in que­ste ore la richie­sta ame­ri­cana di pro­se­guire per un altro anno», ha dichia­rato Renzi, per il quale, «se l’impegno ame­ri­cano in Afgha­ni­stan pro­se­gue, penso sia giu­sto che anche da parte nostra ci sia un impe­gno. Stiamo ragio­nando sull’ipotesi di pro­se­guire nel nostro impegno».

La deci­sione di Obama era attesa: nel discorso alla Casa Bianca di gio­vedì scorso, il pre­si­dente Usa ha annun­ciato che gli attuali 9.800 sol­dati che ope­rano in Afgha­ni­stan non rien­tre­ranno in patria alla fine di quest’anno, come pro­messo, ma reste­ranno per gran parte del 2016. Ver­ranno gra­dual­mente ridotti a 5.500 a par­tire dal 2017, con due com­piti prin­ci­pali: adde­strare le forze di sicu­rezza afghane, che Obama con­si­dera «non ancora solide quanto dovreb­bero», e soste­nere le ope­ra­zioni di con­tro­ter­ro­ri­smo «con­tro ciò che rimane di al-Qaeda». La replica di Renzi è arri­vata pun­tuale, pre­ve­di­bile quanto la subal­ter­nità dell’Italia all’alleato ame­ri­cano in poli­tica estera: «Noi abbiamo sce­nari di guerra molto com­pli­cati» e abbiamo il dovere di inter­ve­nire, ha soste­nuto il pre­si­dente del Con­si­glio, che ha poi mal­de­stra­mente citato l’intervento alla Camera di mer­co­ledì del segre­ta­rio gene­rale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, per aval­lare la sua decisione.

Avrebbe fatto meglio, Renzi, a citare se stesso: il primo giu­gno di quest’anno, alla vigi­lia della festa della Repub­blica, durante una visita ai mili­tari ita­liani della base di Camp Arena a Herat, nell’Afghanistan occi­den­tale, Renzi aveva chie­sto loro «un sacri­fi­cio ulte­riore». Ancora pochi mesi, diceva a giu­gno, per non dis­si­pare inu­til­mente «i suc­cessi otte­nuti in Afgha­ni­stan». Venerdì ci ha ripen­sato. Non si tratta di pochi mesi: i 750 sol­dati ita­liani impe­gnati tra Herat e Kabul dovranno restare ancora un altro anno. Non tor­ne­ranno a casa entro la fine del 2015, come pre­vi­sto. Sem­pre che il Par­la­mento dia via libera al pro­lun­ga­mento della mis­sione italiana.

Pre­ve­di­bili, su que­sto punto, le rea­zioni poli­ti­che. Per ragioni diverse, sia Igna­zio La Russa, già mini­stro della Difesa con pose dan­nun­ziane, sia Arturo Scotto, capo­gruppo di Sel alla Camera, hanno ricor­dato che la deci­sione «deve pas­sare per il Par­la­mento». Il pas­sag­gio par­la­men­tare potrebbe essere l’occasione buona per chie­dere conto della pre­senza ita­liana in Afgha­ni­stan; per ria­prire la discus­sione sui risul­tati di una guerra che – con­tra­ria­mente a quanto sostiene il pre­si­dente del Con­si­glio – non ha por­tato nulla di buono. Per rico­no­scere, final­mente, che l’occupazione mili­tare è stata fallimentare.

Basta esa­mi­nare i fatti, al netto della reto­rica e della pro­pa­ganda. I com­piti della «mis­sione inter­na­zio­nale» sono stati tanto più ela­stici quanto più evi­denti le dif­fi­coltà sul campo. Ma almeno tre sono rima­sti costanti, in que­sti 14 anni: pro­teg­gere la popo­la­zione locale; con­so­li­dare le isti­tu­zioni demo­cra­ti­che; scon­fig­gere i movi­menti anti-governativi e i gruppi ter­ro­ri­stici. Sul primo punto par­lano, per quanto par­ziali, le sta­ti­sti­che di Unama, la mis­sione dell’Onu a Kabul: le vit­time civili, anzi­ché dimi­nuire, con­ti­nuano ad aumen­tare, ogni anno. Sul secondo punto: il governo afghano è tra i più cor­rotti e inef­fi­cienti al mondo, men­tre il governo di unità nazio­nale — impo­sto dal segre­ta­rio di Stato ame­ri­cano John Kerry – ha isti­tu­zio­na­liz­zato l’antagonismo tra il pre­si­dente Ghani e il quasi primo mini­stro Abdul­lah. Anche sul terzo punto il fal­li­mento è totale: i Tale­bani sono vivi e vegeti; hanno supe­rato indenni la bur­ra­scosa suc­ces­sione al ver­tice tra il mul­lah Omar e mul­lah Man­sour, e sono riu­sciti a con­qui­stare per alcuni giorni una città impor­tante come Kun­duz. Intanto, comin­cia a farsi seria anche in Afgha­ni­stan la minac­cia dello Stato islamico.

Renzi sostiene che l’Italia sia un grande paese, che in quanto tale abbia il dovere di inter­ve­nire, di mostrare i muscoli, di seguire le scelte della Casa Bianca e del Pen­ta­gono. É vero il con­tra­rio: un grande paese archi­via i para­digmi insen­sati e ne pro­pone di nuovi. Renzi il rot­ta­ma­tore dovrebbe rot­ta­mare la vec­chia equa­zione che in poli­tica estera asso­cia rea­li­smo e mili­ta­ri­smo, l’idea che la poli­tica estera sia schiac­chiata sulla poli­tica della difesa, che la difesa sia soltanto«sicurezza», intesa in ter­mini mili­tari. Invece pre­fe­ri­sce obbe­dire a Obama. Sem­pre sull’attenti.

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