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Sequestro a Mindanao

Un ex missionario italiano, ora ristoratore, rapito da una banda di sette uomini armati. Da trent'anni vive nelle Filippine. Difficoltà e speranze

Theo Guzman

Giovedi' 8 Ottobre 2015

Il ristorante si chiama “Caffè della speranza” e si trova sulla punta estrema Nord dell'isola filippina di Mindanao. Ma il suo padrone, italiano ed ex sacerdote, molti anni vissuti nelle Filippine, non c'è: è stato rapito da un gruppo di sette uomini armati che lo hanno prelevato nel locale e portato via – dicono i testimoni - su una barca a motore che si è rapidamente allontanata nelle acque dell'Oceano.

A Dipolog, capitale della provincia di Zamboanga del Norte, Rolando del Torchio lo conoscono bene. Dei suoi 57 anni, trenta li ha passati nel vasto arcipelago anche se con spirito diverso. Adesso la polizia lo cerca in quel groviglio che interseca il banditismo a una resistenza politica animata, specie a Mindanao, da gruppi separatisti che si sono scissi in diverse formazioni e che, in molti casi, hanno fornito un riparo ideologico a chi pratica il sequestro solo per fare cassa. Rivendicazioni per ora non ne sono arrivate ma le notizie dalle Filippine e dall'Italia disegnano un percorso in salita per gli investigatori: gruppi e bande sono numerosi e la povertà endemica non aiuta questa parte del vasto ondo insulare filippino che è sempre stata in subbuglio e dove la lotta armata della guerriglia ha preso spesso i contorni della guerra, alternando il conflitto a tentativi, non sempre riusciti, di ricucire con le popolazioni musulmane nel Paese più cattolico dell'Asia e dove il potere centrale sta in mano a questi ultimi.

La Farnesina, che conferma il rapimento (non certo il primo e non il primo che coinvolge un italiano), resta prudente: Del Torchio era del resto già scampato a un attentato una quindicina di anni fa, quando alcuni uomini gli avevano sparato mentre si trovava insieme a un vescovo locale, come ha raccontato all'Ansa il cugino di Rolando, Andrea Del Torchio, titolare di una gastronomia ad Angera (Varese), paese di cui Rolando è originario: «Erano riusciti a salvarsi rifugiandosi sotto i letti - ha spiegato - e Rolando era rimasto traumatizzato. Si tratta di posti pericolosi, che lui ama nonostante la situazione difficile». Situazione difficile, appunto. Rolando sbarca nelle Filippine con la tonaca del sacerdote missionario. Ce ne sono tanti qui e tanti svolgono una funzione importante, sia di assistenza tipicamente missionaria, sia di mediazione in una terra macchiata dal sangue di un conflitto storico.

E' il 1988 l'anno in cui, per la prima volta, Del Torchio arriva nelle Filippine. Un periodo non facile in cui molte frange della guerriglia si radicalizzano e producono, accanto ai gruppi storici come il Mnlf o il Milf (i due “fronti mori” del Sud), anche bande cone Abu Sayyaf – il brando divino – che prenderà ispirazione persino da Al Qaeda. Ma la sua esperienza da missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), dura poco e nel 1996 Del Torchio getta la tonaca alle ortiche. Se ne va, si dice ora, perché molto colpito dal fenomeno della pedofilia che, in quegli anni, è ancora tenuto sotto il tappeto. Vero o no, sceglie di tornare alla vita laica e sceglie anche di restare a Mindanao dove lavora nel Sud del Paese con una Ong che si dà da fare con i contadini locali. Poi decide di aprire il suo "Ur Choice Cafè" a Dipolog, nel Nord. Adesso il rapimento. Con tutte le incognite del caso ma anche una certezza: in questa fetta di mondo i rapimenti sono pane quotidiano e dunque l'esperienza è lunga. Ce l'hanno i servizi e la polizia locale, ce l'ha l'Italia e ce l'ha soprattutto la Chiesa il cui ruolo, a Mindanao, non si limita a dire messa. E' questa la vera speranza che lega Rolando del Torchio alla possibilità che venga presto liberato.

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