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I Tale­bani gon­go­lano. La con­qui­sta di Kun­duz (secondo l'esercito la città sarebbe stata in parte ripresa stamani) resta un colpo for­mi­da­bile per la pro­pa­ganda dei turbanti neri

Giuliano Battiston

Giovedi' 1 Ottobre 2015

Su Kun­duz sven­tola ban­diera tale­bana. A tre giorni dalla con­qui­sta, avve­nuta lunedì, i Tale­bani ancora con­trol­lano gran parte di que­sta città da tre­cen­to­mila abi­tanti, capo­luogo dell’omonima pro­vin­cia set­ten­trio­nale dell’Afghanistan. I com­bat­ti­menti, ieri, sono andati avanti per tutta la gior­nata. Chi ha potuto, ha lasciato la città (sono almeno 6.000 le per­sone fug­gite nelle ultime 24 ore), chi è rima­sto è costretto in casa, men­tre comin­ciano a scar­seg­giare i beni pri­mari, tanto che la Croce rossa inter­na­zio­nale ha invi­tato i bel­li­ge­ranti a con­sen­tire l’arrivo di altri medicinali.

Pre­oc­cu­pati per quella che rap­pre­senta la più impor­tante con­qui­sta tale­bana dal 2001, sono inter­ve­nuti anche gli stra­nieri. Un numero impre­ci­sato di sol­dati della mis­sione a guida Nato «Reso­lute Sup­port» è stato inviato a Kun­duz, «con un ruolo non com­bat­tente», ha pre­ci­sato il por­ta­voce della coa­li­zione, il colon­nello Brian Tri­bus, il quale ha ammesso che alcuni uomini delle forze spe­ciali ame­ri­cane ieri com­bat­te­vano sul ter­reno, per «auto-difesa». Nella notte tra mar­tedì e mer­co­ledì gli ame­ri­cani hanno fatto ricorso anche ai bom­bar­da­menti aerei, per evi­tare che l’aeroporto della città finisse in mano ai Talebani.

La presa di Kun­duz segna uno spar­tiac­que nella lunga sto­ria del con­flitto afghano. Arriva, non a caso, nel primo anni­ver­sa­rio dell’insediamento del governo bice­falo del pre­si­dente Ash­raf Ghani e del quasi «primo mini­stro» Abdul­lah Abdul­lah É stata pre­pa­rata con cura. Non si tratta di un’incursione improv­visa, ma di un accer­chia­mento, di un’occupazione gra­duale dei distretti che la cir­con­dano.
E di un con­te­stuale, pro­gres­sivo distacco tra isti­tu­zioni e popo­la­zione locale, sem­pre più indi­spet­tita dagli scon­tri den­tro l’amministrazione pro­vin­ciale (divisa come il governo cen­trale tra i pro-Ghani e i pro-Abdullah) e dalla mano libera lasciata alle mili­zie e alle forze di poli­zia locali, autrici di delitti e abusi sulla popolazione.

Pro­prio per­ché annun­ciata da tempo, ha pro­vo­cato un ter­re­moto nel pano­rama poli­tico. Par­la­men­tari e sena­tori hanno usato parole infuo­cate con­tro il governo, cri­ti­can­done l’inettitudine. Qual­cuno ne ha chie­sto le dimis­sioni. Il pre­si­dente Ghani in un discorso in yv ha soste­nuto che «la situa­zione è sotto con­trollo», ma poi ha silu­rato il gover­na­tore della pro­vin­cia di Kun­duz che lunedì era in Taji­ki­stan e che sarebbe poi fug­gito a Lon­dra. Men­tre Rah­ma­tul­lah Nabil, a capo dell’Nds, i ser­vizi segreti, si è dovuto scu­sare con gli afghani per la disfatta.

La Nds ha dichia­rato di aver ucciso il governatore-ombra per i Tale­bani della pro­vin­cia di Kun­duz, mul­lah Abdul Salam, ma gli stu­denti cora­nici hanno negato, dif­fon­den­done una comu­ni­ca­zione audio che risa­li­rebbe a ieri.

I Tale­bani, dun­que, gon­go­lano. La con­qui­sta di Kun­duz è un colpo for­mi­da­bile per la pro­pa­ganda. Con evi­denza esem­plare manda all’aria la reto­rica dei por­ta­voce della Nato, del Pen­ta­gono e dell’Arg, il palazzo pre­si­den­ziale di Kabul, i quali in que­sti ultimi mesi, con accenti diversi, ave­vano tes­suto le lodi dell’esercito afghano, la sua capa­cità di tenere il ter­reno, di rispon­dere agli attac­chi dei Tale­bani, nono­stante il pro­gres­sivo ritiro dei sol­dati stranieri.

A bene­fi­ciare del colpo grosso è in par­ti­co­lare mul­lah Man­sour, l’uomo che ha sosti­tuito mul­lah Omar come guida dei Tale­bani. Nelle scorse set­ti­mane, subito dopo l’annuncio della sua nomina, ha dovuto affron­tare le fronde interne, i gruppi scis­sio­ni­sti, le accuse di «dop­pio­gio­chi­smo» e di scarsa auto­re­vo­lezza. Ora può riven­di­care un suc­cesso sul campo che, per quanto effi­mero, avrà riper­cus­sioni rile­vanti su tre fronti: sul fronte interno, cemen­terà la sua lea­der­ship; sul fronte dei «col­lo­qui di pace», garan­tirà ai Tale­bani una posi­zione nego­ziale di mag­giore forza rispetto al governo di Kabul; sul fronte inter­na­zio­nale, rischia invece di risul­tare controproducente.

I fal­chi del Pen­ta­gono e del Dipar­ti­mento della Difesa non aspet­ta­vano altro: la vit­to­ria di Kun­duz è il pre­te­sto giu­sto per con­vin­cere l’amministrazione Obama a pro­lun­gare la pre­senza dei sol­dati a stelle e stri­sce sul suolo afghano.

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