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In Afghanistan il Gran consiglio dei turbanti neri si spacca sulla nomina del nuovo emiro. Tra i contrari anche la famiglia di mullah Omar

Giuliano Battiston Emanuele Giordana

Sabato 1 Agosto 2015


Mullah Mansur è il nuovo leader dei Talebani afghani. Ma rischia di rimanere in sella per poco.

L’annuncio ufficiale della sua nomina è stato accompagnato infatti da una serie di notizie sull’opposizione di alcuni pezzi grossi del movimento dei barbuti, compresa la famiglia stessa di mullah Omar. Tra questi spicca il nome di Abdul Qayum Zakir, già a capo della potente Commissione militare, che avrebbe stretto un’alleanza con uno dei figli di Omar, il ventiseienne Mohammad Yacub, che nutriva qualche speranza di essere eletto come il nuovo emiro.
Le notizie, frammentarie e lacunose, parlano di una spaccatura ai vertici. Della possibilità di una fronda interna, della nascita di una nuova shura, antagonista rispetto a quella di Quetta, che include il cuore politico dei “turbanti neri”. Difficile, ora, distinguere la verità, capire quale orientamento prenderà la galassia talebana. Quel che è certo è che, con la nomina come vice-capi di Sirajuddin Haqqani e di Haibatullah Akhunzada, a uscire vittoriosa dalla transizione post-mullah Omar è la rete Haqqani. Haibatullah, già responsabile per l’Emirato islamico della sezione Giustizia, è infatti considerato molto vicino al fondatore del gruppo, Jalaluddin Haqqani.

Foraggiato dalla Cia negli anni Ottanta nel jihad anti-sovietico, tra i primi ad accogliere nei campi di addestramento i combattenti non-afghani, vecchio sodale di Osama bin Laden, convinto sostenitore del jihadismo transnazionale, Jalaluddin Haqqani ha dato vita a un impero finanziario e politico-militare di ampie proporzioni, anche grazie alle risorse ottenute quand’era ministro per gli Affari tribali nell’Emirato islamico.

Il suo gruppo fa parte dei Talebani, ma mantiene margini di autonomia operativa e finanziaria. Ieri una fonte anonima ha riferito alla Bbc che anche lui sarebbe morto, da più di un anno. Da molto tempo il suo posto di leader del gruppo era stato assunto dal figlio, Sirajuddin, attuale numero due dei Talebani, ricercato dall’Fbi per la serie di sanguinosi attentati compiuti in Afghanistan. Gli Haqqani sono i “duri e puri” della galassia talebana, quelli meno favorevoli al negoziato, anche se secondo alcune fonti uno dei loro membri avrebbe partecipato all’incontro del 7 luglio a Murree, Pakistan, tra emissari di Kabul e rappresentanti degli studenti coranici. Come che sia, tanto gli Haqqani quanto Mansur sono strettamente legati ai servizi pachistani e sono dunque una garanzia per Islamabad. Haqqani infine è anche una garanzia per Riad con cui la sua famiglia ha da sempre relazioni strettissime.

Del resto, alla riunione di Quetta dove il Gran Consiglio talebano si era frettolosamente riunito tra mercoledi e giovedi, le spine erano già uscite. Secondo una ricostruzione dell'agenzia Pajhwok, una delle più attendibili, c'erano molti personaggi di rango ma tanti avrebbero disertato: tra i presenti Abdul Razzaq, già governatore di Nimruz, mullah Mohammad Rasul, già governatore di Kandahar, mullah Mohammad Hassan e mullah Abdul Salam, segretario di mullah Omar. Eppoi la famiglia, rappresentata dal figlio Yacub e dal fratello di Omar, mullah Abdul Manan. Contrari questi ultimi alla nomina di Mansur, avrebbero lasciato l'incontro quando è stato fatto il nome dell'uomo che già da tempo guiderebbe l'ala politica del movimento e cui vengono attribuiti gli ultimi documenti “firmati” da Omar, tra cui quello che dà luce verde al negoziato. Anche Sheikh Habibullah col già citato Qayum Zakir avrebbero gettato la spugna in disaccordo sulla scelta.

E come nella shura, anche sul terreno lo scontro è aperto: ci sono i comandanti espulsi dal movimento, alcuni dei quali hanno aderito a Daesh, e c'è il gruppo Fidaee Mahaz (fuoriuscito tempo fa e lo stesso che ha dato la notizia della morte di Omar per primo, sostenendo che sarebbe stato ucciso proprio da Mansur).
Tra gli oppositori di rango al nuovo emiro c'è anche l'ex ministro delle finanze talebano mullah Agha Jan Mutasem, personaggio controverso e complesso ma con un suo carisma e che molti vogliono addirittura vicino a Karzai. Attore importante del processo negoziale è un uomo molto chiacchierato e secondo alcune fonti accusato di aver rubato nel tesoretto talebano. Ha promesso un manifesto a giorni. Contro Mansur.

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