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Mullah Mansour (Mansoor o Mansur a seconda della trascrizione) è stato scelto come capo dei turbanti neri. Ma il negoziato salta e viene rinviato. E sul processo di pace si allunga intanto anche l'ombra di Daesh. La sua faccia è poco nota e le foto che circolano sono dubbie: in questo assai simile all'uomo che ha appena sostituito (nell'immagine)

G. Battiston E. Giordana

Venerdi' 31 Luglio 2015

Mullah Omar è davvero morto. La notizia – diffusa due giorni fa da ambienti vicini al governo di Kabul – è stata confermata ufficialmente ieri dal portavoce dei Talebani, Zabihullah Mujahid. Secondo le prime informazioni provenienti da Quetta, sede del più importante consiglio (shura) dei Talebani, al posto di Omar sarebbe stato nominato mullah Akhtar Mohammand Mansour.

Nato nel 1960 a Band-i-Timor, Maiwand, nella provincia meridionale afghana di Kandahar, negli anni Ottanta Mansour avrebbe combattuto a fianco del mullah Omar contro i sovietici, sotto la guida del mullah Fazlullah Akhundzada. Ministro dell’Aviazione civile e dei trasporti durante l’Emirato islamico d’Afghanistan, dopo il rovesciamento del governo talebano si sarebbe ritirato a vita privata a Kandahar. Lì – sostiene Anand Gopal, esperto di Afghanistan e autore di No Good Men Among the Living: America, the Taliban and the War Through Afghan Eyes – avrebbe provato a negoziare con gli americani. La sua offerta sarebbe stata rifiutata, la sua casa più volte attaccata dalle milizie alleate dei soldati a stelle e strisce. Avrebbe così deciso di rifugiarsi in Pakistan, dove avrebbe ripreso i contatti con i vecchi compagni barbuti. Già governatore-ombra nella sua provincia di nascita, ha guadagnato posizioni nella gerarchia dei turbanti neri con la morte di leader potenti e carismatici come mullah Mohammad Osmani (nel 2006) e mullah Obaidullah Akhund (nel 2010), entrambi molto vicini alla guida suprema, mullah Omar.

Negli ultimi anni Mansour ha guidato – al posto di mullah Omar – il Consiglio della leadership, il massimo organo di rappresentanza politica dei Talebani. É un rappresentante della shura di Quetta, il cuore del potere dei turbanti neri vecchio stile, ed è considerato un pragmatico, incline al negoziato, per questo avverso alle fazioni più oltranziste, come quella guidata dall’ex capo della Commissione militare, Abdul Qayum Zakir, con cui ha ingaggiato memorabili battaglie. L’avallo che Mansour ha dato al primo incontro ufficiale avvenuto in Pakistan il 7 luglio tra esponenti talebani e del governo afghano non è piaciuto ad alcuni suoi commilitoni, tra i quali proprio Zakir, che ha sempre contestato la pretesa di Mansour di parlare per bocca del mullah Omar. E proprio intorno al chi rappresenta chi nei colloqui di pace, ai tempi del negoziato, agli obiettivi da porsi, alla stessa legittimità di un processo negoziale si sono approfondite le spaccature tra le varie anime dei barbuti. Mentre è di pochi giorni fa la lettera in cui Mansour scrive al Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, intimandogli di metter giù le mani dall’Afghanistan e di non danneggiare la causa talebana aprendo un nuovo fronte.

C'è infatti anche un terzo incomodo nella faida interna alla guerriglia afghana o nella guerra mediatica (e la notizia postuma della morte di mullah Omar sembra esserne un pezzo) che jihadisti, governi e servizi segreti stanno combattendo a cavallo della frontiera tra Pakistan e Afghanistan. Nel caos seguito alla morte di bin Laden prima e di mullah Omar adesso, si sta insinuando anche Daesh: è contrario al processo di pace – quale che sia – e ha già elaborato un progetto strategico territoriale che si chiama “Grande Khorasan”. Non tenerne conto (come fa il governo di Islamabad che nega che il problema esista se non in forma residuale) significa non vedere che la guerra afghano/pachistana e quella che si combatte in Medio oriente sono in parte due facce della stessa medaglia. Una medaglia fatta da finanziamenti occulti di sauditi, americani, cinesi o iraniani ognuno con un'agenda nella quale i jihadisti sono pedine geostrategiche importanti (quando non sfuggono di mano).

Il Khorasan è una regione storica dell'Asia che corrispondeva alla provincia più orientale dell'Impero persiano: quella “dove origina il sole” (khorāsān). Oggi è divisa tra Iran, Afghanistan e Turkmenistan ma nei progetti del Califfato prevede anche il Pakistan in una visione che fa a pugni con storia e geografia. Se è vero quanto emerge da un documento di Daesh di 32 pagine, ottenuto e tradotto dall'urdu dall'American Media Institute (ritenuto credibile e reso noto dalla stampa americana alcuni giorni fa), il progetto del Grande Khorasan va però ben oltre la valle dell'Indo. Si spingerebbe, dice il documento, sino alle pianure del Gange per preparare un attacco all'India che trascini gli Stati uniti in un conflitto in grado di coalizzare la Umma islamica (in India vivono oltre 180 milioni di musulmani). Il progetto sembra puntare a unificare la guerriglia afghana con quella pachistana e il documento contiene anche un invito ad Al Qaeda perché si unisca ai combattenti. Delirio? Forse, ma non da sottovalutare. Altro che negoziato.


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