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In morte di mullah Omar, leader dei turbanti neri

Afghanistan. La conferma è arrivata da Abdul Hassib Seddiqi, portavoce dei servizi di sicurezza. Simbolo del jihad per gli studenti coranici. La corsa al suo rimpiazzo in atto da mesi

Giuliano Battiston

Giovedi' 30 Luglio 2015

Mul­lah Omar è morto. Il lea­der dei Tale­bani, l’uomo che ha gui­dato l’Emirato isla­mico d’Afghanistan dal 1996 al 2001 e, poi, la guer­ri­glia anti-governativa e anti-occidentale non c’è più. Gli stu­denti cora­nici per­dono la loro guida.

Il jihad afghano perde l’uomo-simbolo, colui che ha saputo tra­sfor­mare degli stu­denti cora­nici con i san­dali impol­ve­rati in amba­scia­tori e mini­stri, coc­co­lati dai ser­vizi segreti regio­nali e demo­niz­zati dagli Stati uniti.

«Con­fer­miamo uffi­cial­mente che è morto», ha dichia­rato ieri all’agenzia Asso­cia­ted Press Abdul Has­sib Sed­diqi, por­ta­voce dei ser­vizi di sicu­rezza afghani, la Natio­nal Direc­to­rate of Secu­rity. Dall’Arg, il palazzo di Kabul dove risiede il pre­si­dente Ash­raf Ghani, nel tardo pome­rig­gio è arri­vata un’ulteriore con­ferma: mul­lah Omar è morto nell’aprile 2013, in Paki­stan, pro­ba­bil­mente in una cli­nica di Kara­chi. La con­ferma non è defi­ni­tiva, ma rimane fon­da­men­tale, per­ché mai prima d’ora il governo di Kabul aveva arri­schiato dichia­ra­zioni simili. Al di là dell’incertezza sulla sua morte fisica, rimane comun­que la cer­tezza della sua morte poli­tica: mul­lah Omar non è più il lea­der indi­scusso dei tur­banti neri.

La corsa al rim­piazzo è in atto da mesi.«Nessuno sa dove sia il mul­lah Omar, cosa fac­cia, cosa pensi. Si parla aper­ta­mente di con­vo­care un gran con­si­glio, per veri­fi­care se sia in grado o meno di eser­ci­tare la lea­der­ship. Se sia vivo o morto», ci aveva detto a Kabul già lo scorso novem­bre Anto­nio Giu­stozzi, il più auto­re­vole stu­dioso del movi­mento tale­bano. Sareb­bero almeno tre gli incon­tri pre­li­mi­nari avve­nuti in Paki­stan (due a Quetta, uno a Pesha­war) per deci­dere i cri­teri di ele­zione del nuovo leader.

A par­te­ci­pare, i rap­pre­sen­tanti delle tre prin­ci­pali shure (con­si­gli) intorno alle quali è orga­niz­zata la guer­ri­glia: la shura di Quetta, quella di Pesha­war e la Miran Shah Shura (il gruppo degli Haa­qani). Per ora, si discute ancora sui cri­teri di ele­zione. Ma pre­sto si dovrà arri­vare a una deci­sione vera e propria.

A meno di non voler rischiare l’ulteriore fram­men­ta­zione di un movi­mento già piut­to­sto diviso, soprat­tutto sul tema dei nego­ziati di pace (vedi arti­colo a fianco, ndr).

Quel che è certo, è che sarà dif­fi­cile rim­piaz­zare mul­lah Omar. Il lea­der che ha fatto dell’evanescenza un tratto di forza, e la cui sto­ria è avvolta dal mistero, sin dall’inizio. Sull’anno della nascita, infatti, non c’è cer­tezza: per Steve Coll (La guerra segreta della Cia) è il 1950, per Ahmed Rashid (Tale­bani) il 1959, per mul­lah Abdul Salam Zaeef, amba­scia­tore tale­bano a Isla­ma­bad e autore di My Life with the Tali­ban (Hurst 2010), è il 1962. Per i Tale­bani, che lo scorso aprile hanno reso pub­blica una sua bio­gra­fia, sarebbe il 1960. Omar cre­sce in una fami­glia povera.

Con l’inizio della resi­stenza all’occupazione sovie­tica, si uni­sce a uno dei fronti dei muja­hed­din legati alle madrase (scuole cora­ni­che), diretto da Moham­mad Yunus Kha­lis, tra i primi a por­tare in Afgha­ni­stan il pen­siero del teo­rico egi­ziano Sayyid Qutb, padre dell’islamismo poli­tico con­tem­po­ra­neo. Diventa coman­dante delle ope­ra­zioni mili­tari nel vil­lag­gio di San­ge­sar. Pro­prio qui perde l’occhio destro. Quando i sovie­tici si riti­rano dall’Afghanistan, Omar torna alla vita ordi­na­ria. Ma la guerra civile impazza tra le fazioni di mujaheddin.

La popo­la­zione è ter­ro­riz­zata. Una sera del 1994 alcuni stu­denti cora­nici ex com­bat­tenti bus­sano alla porta di mul­lah Omar. Pro­pon­gono che sia lui il lea­der del nuovo movi­mento. Accetta.

Inten­dono ripor­tare l’ordine nella zona occi­den­tale di Kan­da­har, infe­stata da gang cri­mi­nali. Ma l’avanzata è irre­si­sti­bile. Dopo Kan­da­har i Tale­bani con­qui­stano le pro­vince di Zabul, Hel­mand, Uru­z­gan, nel set­tem­bre 1995 Herat e in quello suc­ces­sivo Kabul. Nell’ottobre 1997 l’Afghanistan diventa l’Emirato isla­mico d’Afghanistan. Ma l’anno fon­da­men­tale è il 1996. Ad aprile, a Kan­da­har viene orga­niz­zato un incon­tro di tre giorni con 1.500 lea­der religiosi.

Mul­lah Omar indossa un man­tello appar­te­nuto al pro­feta Mao­metto e viene inve­stito del titolo di Amir ul-Momineen, la «Guida dei fedeli». Il mese suc­ces­sivo, Osama bin Laden viene cac­ciato dal Sudan. Arriva a Jala­la­bad. Con­qui­stata la città, i bar­buti si ritro­vano tra le mani un «ospite spe­ciale». I rap­porti non sono facili. Bin Laden rico­no­sce l’autorità reli­giosa di mul­lah Omar, ma porta avanti un’agenda per­so­nale, spesso con­tro le sue direttive.

Poi arriva l’11 set­tem­bre. Omar decide di tenersi l’ospite ingrato. I B-52 ame­ri­cani sgan­ciano le prime bombe. L’Emirato isla­mico d’Afghanistan viene spaz­zato via. Mul­lah Omar scappa in Paki­stan. Lì dove sarebbe morto, secondo quanto dichia­rato ieri dai por­ta­voce del governo di Kabul.

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