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Pace in Afghanistan: cosa dice e perché il messaggio di mullah Omar

Analisi di una svolta molto attesa. Il padre dei talebani - che molti dubitano sia addirittura ancora vivo - mette nero su bianco il suo via libera ai negoziati con Kabul

Emanuele Giordana

Giovedi' 16 Luglio 2015

Si al processo negoziale col governo di Kabul. Si a incontri a quattrocchi, a passi concreti e pacifici che sono ammessi dalla legge del Profeta e di cui lui stesso si serviva quando era necessario. E' questo in sintesi il messaggio che nella notte tra martedi e mercoledi mulla Mohammad Umar Mujahid - ossia mullah Omar, la massima autorità teologico politica dei talebani – ha affidato al sito internet della guerriglia in tubante. Un sito che esiste da anni ma che recentemente ha visto un restiling al passo coi tempi, come al passo coi tempi sembra essere la benedizione di Omar a un processo negoziale avviato con difficoltà e che, dopo incontri, schermaglie, battibecchi, smentite e riavvicinamenti, è approdato qualche giorno fa a Murree – località vacanziera dei notabili di Islamabad – al primo incontro ufficiale tra una delegazione talebana ed emissari del governo di Kabul. Ma la benedizione del capo supremo, che certo aveva dato luce verde all'incontro in Pakistan, mancava di una nota verbale che mettesse nero su bianco il via libera a trattare coi rinnegati del governo, fino a ieri puppet – pupazzi – al soldo degli occupanti. La svolta è storica anche se molti dubbi restano; legati sia all'unità di un movimento con mille rivoli e adesso in crisi anche per l'ascesa di Daesh in Pakistan e Afghanistan, sia al fatto che su mullah Omar girano speculazioni d'ogni sorta. Non ci sono testimonianze recenti e c'è chi lo crede morto o chi lo vuole vecchio e malato in qualche casa blindata dai servizi di sicurezza pachistani. Come che sia, la firma in calce al documento è sua: risponde sul processo di pace, dicono gli analisti, non solo a Kabul e al mondo ma anche ai tanti mujahedin che hanno lasciato il movimento accusando il vecchio leader di debolezza e soprattutto di non aver vinto su scala territoriale, incapace di tenere i villaggi “liberati” ma ripresi il giorno dopo dall'esercito afgano.

Cosa dice il messaggio reso noto alla vigilia di Id-al-fitr, la festa dell'interruzione del digiuno che si celebra alla fine del mese lunare che conclude la purificazione ottenuta col Ramadan? Che mentre si combatte il sacro Jihad armato «...sforzi politici e percorsi pacifici per il raggiungimento di questi obiettivi (la liberazione dallo straniero e l'istituzione dell'emirato ndr) sono principi islamici sacri e legittimi e parte integrante della politica del Profeta». Mullah Omar, che giustifica la scelta negoziale facendo ricorso alla dottrina e alla storia personale di Maometto (anch'essa dottrina), spiega infatti che l'esempio viene proprio da lui che, pur continuando a combattere, «...ha contemporaneamente partecipato ad accordi vantaggiosi per i musulmani, ha tenuto riunioni con gli inviati degli infedeli, ha inviato loro messaggi e delegazioni e, in varie occasioni, ha anche intrapreso la politica del faccia a faccia in colloqui con la controparte infedele». E ancora: «Se guardiamo nei nostri regolamenti religiosi, possiamo trovare che le riunioni e anche l'interazione pacifica con i nemici non sono vietati, ma ciò che è illegale è (semmai) deviare dai nobili ideali dell'Islam e violare i decreti religiosi». C'è anche un organo deputato a colloquiare col nemico: quell'Ufficio per gli affari politici «cui è affidata la responsabilità di controllo e lo svolgimento di tutte le attività politiche». Le aperture – compreso un riferimento al rispetto dei diritti delle minoranze e una sottolineatura modernista per dire che i talebani sono favorevoli alle scienze e allo sviluppo – non cancellano però i paletti: l'obiettivo infatti resta «porre fine all'occupazione», definita «aggressione brutale», e «istituire un sistema islamico indipendente nel nostro Paese... Tutti i Mujahedin e i connazionali dovrebbero essere fiduciosi che in questo processo io fermamente difenderò ovunque i nostri diritti legali e il nostro punto di vista». In altre parole, la guerra per ora non si ferma proprio perché, spiega Omar, «l'avvio del sacro Jihad contro questa aggressione è diventato un obbligo individuale vincolante».

Cosa è successo e cosa ha preparato la svolta talebana? La storia del negoziato e di tentativi più volte falliti è lunga è tortuosa ma negli ultimi mesi è successo qualcosa e almeno quattro elementi concorrono: il primo riguarda il Pakistan e l'Iran. Islamabad è preoccupata dall'ascesa di Daesh ma ancor prima da una guerriglia talebana che dai territori afgani, per contagio, si è sviluppata in casa. Dopo aver consentito ai talebani afgani mobilità e impunità in territorio pachistano, Islamabad si è accorta che Kabul stava facendo lo stesso consentendo ai talebani pachistani di trovare rifugio in Afghanistan. Il secondo elemento è dunque una collaborazione tra i due governi – favorita anche dall'uscita di scena di Hamid Karzai (molto anti pachistano) – che ha spinto il Pakistan a far pressione sui talebani. Qui si insinua anche l'importanza di Teheran e l'accordo di Ginevra – che distende i rapporti tra l'Iran e l'Occidente – non può che favorire il percorso. Il terzo elemento è la crescita di Daesh e un'attrazione che per i talebani è pericolosa. Infine, accanto – secondo alcuni – al prosciugamento di diverse fonti di finanziamento – c'è la sempre maggior frammentazione del movimento. Trattare prima che tutto sia perduto. E salvare l'unità – o quel che resta – dei combattenti.

Nella trattativa infinita tra talebani e governo ci sono decine di incontri più o meno segreti e la manina di tanti, troppi, comprimari. Prima di tutto gli Stati uniti che volevano – in parte riuscendoci – un canale diretto coi talebani, culminato nella liberazione del soldato Bergdal nel 2014 in cambio di guerriglieri detenuti a Guantanamo. Proprio l'insinuazione americana – cui si accodano anche tedeschi e francesi accanto a sauditi, iraniani e qatarioti – crea forti tensioni con Kabul che ha istituito, col presidente Hamid Karzai, un Alto commissariato di pace che i talebani ignorano. La polemica infuria quando l'Ufficio politico talebano aperto a Doha, in Qatar, innalza – è il giugno 2013 - il vessillo dell'emirato. E' troppo per Karzai che batte i pugni e ottiene che almeno la bandiera sia ammainata. L'Ufficio però non funziona o almeno appare solo come una rappresentanza senza potere anche perché i paletti sono due: non si parla con i burattini di Kabul né di pace sinché gli stranieri non se ne vanno. Le cose cambiano con l'uscita di scena di Karzai e l'arrivo del nuovo presidente Ashraf Ghani. Ma anche perché il quadro regionale è mutato e la guerra continua ma senza portare vantaggi territoriali. La svolta vera comincia a maggio con una serie di incontri organizzati dalla fondazione Pugwash. Poi ancora a Oslo. Passi che aprono la strada al primo negoziato ufficiale qualche giorno fa in Pakistan. Con un nuovo appuntamento dopo la fine del Ramadan.

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