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Migranti. Nulla di fatto a Bangkok

L’inferno dei migranti del Sudest asiatico approda a un summit che non conclude nulla. Mentre infuria la polemica sulla Nobel birmana Aung San Suu Kyi

Emanuele Giordana

Sabato 30 Maggio 2015

Una riunione dove sono invitati 17 Paesi ma che i ministri degli Esteri snobbano. Un summit sulla crisi dei migranti ma nel quale la parola rohingya è tabù. Un vertice dove tutto viene rimandato, il Myanmar fa la voce grossa e il dramma dei profughi asiatici resta un’emergenza senza risposta. E, sullo sfondo, l’immagine piena di crepe di Aung San Suu Kyi: un’icona internazionale dei diritti che sembra andare ogni giorno di più irrimediabilmente in pezzi dopo che persino il Dalai Lama, pur con la consueta gentilezza, l’ha censurata. E’ la sintesi di una giornata nella quale il vertice convocato a Bangkok sulla crisi ha visto il Myanmar al centro dei riflettori ma senza che alla fine si concludesse granché: i birmani avevano del resto minacciato di far addirittura saltare il summit se la parola rohingya fosse anche solo apparsa sugli inviti. Un buon inizio.

Il ministro degli Esteri della Thailandia Tanasak Patimapragorn ha detto all’apertura dei lavori che era necessario fare qualcosa per risolvere la crisi dei migranti imbarcatisi nel Nord del Golfo del Bengala di cui già oltre 3mila sono sbarcati in Indonesia, Malaysia e Thailandia. Ha anzi aggiunto che altri 600 sono appena arrivati nel suo Paese (che però è disponibile solo a offrire aiuto sanitario di emergenza per poi rimettere la gente in mare). Ma le orecchie che stavano a sentirlo non erano quelle di chi ha in mano il bastone del comando: Indonesia, Malaysia e Myanmar – i Paesi con Thailandia e Bangladesh più coinvolti nella crisi - non hanno mandato a Bangkok i loro ministri ma solo dei funzionari pur se di livello. A quello birmano, il direttore generale agli Esteri Htin Linn, tocca uno scontro diretto con Volker Turk, assistente dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (anche il Palazzo di Vetro ha mandato le seconde file) che era andato al cuore del problema e cioè al fatto che i Rohingya birmani sono senza documenti e dunque cittadinanza. “Puntarci il dito addosso non condurrà da nessuna parte” ribatte l’inviato birmano e accusa l’Unhcr di essere male informata. Gli sembra – dice - che nel meeting non aleggia “spirito di cooperazione”. Non si va, nelle parole di qualche relatore, molto più in là se non nel riconoscimento che l’Asean, l’associazione dei Paesi del Sudest asiatico, ha ignorato evidenze che sono in realtà un problema politico. Un segreto di pulcinella per un’alleanza regionale che ha sempre fatto della “non ingerenza” la sua Bibbia anche se proprio la dittatura birmana aveva scalfito, per la prima volta, una tradizione voluta da una lunga teoria di dittatori - da Marcos a Suharto – che hanno fatto la storia di questa fetta di mondo. Una fetta di mondo dove Aung San Suu Kyi aveva un posto di tutto rispetto.

Il “silenzio” di Aung San Suu Kyi sembra essere cancellare la sua storia ed è un tacere che ai più sembra incomprensibile. Suscita perplessità negli attivisti di organismi come Human Rights Watch, che non esitano a definire l’emarginazione dei Rohingya una pratica da pulizia etnica, e suscita perplessità nelle persone che, come Suu Kyi, hanno avuto il Nobel: personaggi come Desmond Tutu o, appunto, il Dalai Lama che pure è apparso considerare la difficoltà politica in cui la Nobel si muove nel Myanmar. Oceano di Saggezza sa infatti che il caso che riguarda oltre un milione e trecentomila rohingya (indocumentati) è il classico caso che gli oppositori della Lega nazionale per la democrazia aspettano per contenere il consenso ad Aung San Suu Kyi e ai suoi sodali. Nondimeno il Dalai Lama, nell’intervista a The Australian che ha fatto il giro del mondo, pur riconoscendo la difficoltà della Nobel in una nazione dove esprimere simpatia a un gruppo minoritario musulmano comporta un’evidente perdita di consensi, ha detto che Suu Kyi dovrebbe “fare qualcosa”. Qualcosa che chi la difende dice che la Nobel avrebbe fatto. E’ il caso del suo biografo Peter Popham (The Lady and the Peacock: The Life of Aung San Suu Kyi) che sostiene che i media hanno ignorato molti discorsi in cui lei aveva preso posizione sulla vicenda. Ma certo la sua è stata una posizione debole, una voce troppo flebile – troppo compromessa - rispetto a quel che ci si aspetta. Polemiche. E non è la prima volta.

Negli anni Novanta un articolo sul Journal de Geneve che contestava la giovane e bella figlia dell’eroe nazionale birmano destò scalpore. Aung San Suu Kyi non era ancora l’icona che divenne dopo ma già era una luce nelle tenebre birmane. Eppure il giornale bastonava duro. Poi, più tardi, la polemica quando suo marito entrò nella fase terminale di un tumore. Lei si rifiutò di uscire dal Paese (la giunta al governo l’avrebbe permesso proprio per liberarsene) perché aveva fiutato il trabocchetto: i suoi sostenitori si infiammarono. Pure, a qualcuno sembrò che i suoi ideali umani finissero a metterne in ombra il lato umano. Il prezzo di essere un Nobel.

anche su il manifesto



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