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FOSSE COMUNI NEI CAMPI DEI MIGRANTI

La polizia di Malaysia e Thailandia scopre fosse comuni di vittime del traffico di uomini. E segni di tortura. In 2000 ancora intrappolati in mare

Emanuele Giordana

Mercoledi' 27 Maggio 2015

Non c'è forse un chilometro dalla cittadina di Wang Kelian e il confine tra la provincia tailandese di Satun – e poco più in là di Songkhla - e lo Stato malaysiano del Perlis. Tutt'intorno è foresta, appena intaccata dalle prime coltivazioni dei malesi. E' in questa zona all'estremo Nord della Malaysia che domenica scorsa la polizia ha trovato le prime tombe e indizi di fosse comuni. Poi lunedi ha rimosso un corpo in avanzato stato di decomposizione trovato insepolto nella baracca di uno dei “campi” di raccolta di migranti intercettati dagli inquirenti che già ne hanno contati 28 lungo 50 chilometri di confine. Ieri pomeriggio infine, alla presenza di giornalisti in uno dei siti nascosto in un burrone a un chilometro dalla strada e che “ospitava” forse 400 persone, è iniziata la dissepoltura.

Il numero dei corpi non è noto e forse non lo sarà mai grazie alla rapida decomposizione, ma le tombe sono 139 (37 in un solo campo con un corpo ancora riconoscibile) e alcuni dei siti sembrano fossero destinati a più di una vittima. Se si sommano ai ritrovamenti in Thailandia degli inizi di maggio – cinque campi e 35 vittime – la vicenda assume una dimensione tragica in quegli accampamenti di cui ora resta solo qualche telone e rimasugli di ricoveri in bambù: la dimostrazione che la seppur rapida capacità della foresta di inghiottire i resti dei disperati e dei loro giacigli non è ancora riuscita a farne sparire tutti i segni, per il semplice fatto che l'abbandono di alcuni di questi campi è recente, recentissimo: tre settimane al massimo. Quando insomma il caso di 3500 tra Rohingya - comunità musulmana in fuga dalla Birmania - e bangladesi - in fuga dalla povertà del loro Paese - ha fatto ruotare i riflettori della cronaca e imposto, settimana scorsa, un accordo tra Thailandia, Indonesia e Malaysia per tentare quantomeno di fornire a questi disperati un rifugio temporaneo umanitario. Per ora di un anno. Ma il ritrovamento dei campi scopre adesso un traffico clandestino di corpi umani che va ben al di là delle dimensioni che la cronaca ci ha appena sbattuto in faccia, obbligando i tre Paesi sia a dare rifugio, sia a cominciare con più serietà a capire l'ampiezza del fenomeno che molto assomiglia a quanto avviene ogni giorno nel Mediterraneo.

La Malaysia è sotto scrutinio e non solo per aver negato in precedenza l'esistenza di questo genere di campi: campi dove ci sono i resti di quelle che appaiono come delle “gabbie” con tanto di filo spinato. L'agenzia di stampa nazionale Bernama cita il capo della polizia Khalid Abu Bakar secondo cui i campi erano probabilmente occupati dal 2013 e due sarebbero stati abbandonati solo due o tre settimane fa. Un altro ispettore ha detto che che la polizia è rimasta «sconvolta dalla crudeltà» di campi recintati e da evidenti segni di tortura. Ora si indaga sulla probabile rete di connivenza tra autorità dalle due parti del confine e trafficanti. Ma non è una novità: nel rapporto 2014 sul traffico di persone che ogni anno viene redatto dal Dipartimento di Stato americano, la Malaysia figura “T3”, ossia il valore più alto per quel che riguarda l'incapacità di controllare, punire e fermare il lavoro sporco dei contrabbandieri di uomini.

Anche Myanmar, sotto accusa per lo stato in cui versa la comunità rohingya, corre ai ripari inseguita dalle critiche (che hanno travolto per il suo silenzio anche la Nobel Aung San Suu Kyi) con l'arresto di venti sospetti trafficanti trovati su una barca con 200 migranti bangladesi. Poco per chi la accusa – come il Nobel Desmond Tutu - di negare nazionalità e diritti ai Rohingya, considerati immigrati clandestini “estranei” al Paese. E domani a Yangoon buddisti ipernazionalisti manifesteranno contro la pressione internazionale che ora li costringe ad aiutarli. Quanto al Bangladesh, da registrare le dichiarazioni shock della premier Sheikh Hasina: per lei chi fugge dal Bangladesh in cerca di fortuna è un «malato mentale che infanga l'immagine del Paese».

L'Onu stima che nel mare del Golfo del Bengala vi siano ancora almeno 2000 migranti “intrappolati” su navi controllate dai trafficanti, che avrebbero interrotto i viaggi della speranza ma aspettano che i parenti “riscattino” i passeggeri. E mentre l'Oim chiede 26 milioni di dollari per la crisi, Bangkok ha convocato una riunione regionale venerdi.

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