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La con­ferma uffi­ciale sul numero delle vit­time dell'ultimo attacco a Kabul è arri­vata molto tardi, ieri pome­rig­gio, da parete di Unama, la mis­sione delle Nazioni unite: 14 tra cui un italiano

Giuliano Battiston

Venerdi' 15 Maggio 2015

Kabul - Mer­co­ledì, men­tre dalla Tur­chia il segre­ta­rio gene­rale della Nato Jens Stol­ten­berg annun­ciava una nuova mis­sione post-2016 in Afgha­ni­stan, da Qolola Poshta, un quar­tiere resi­den­ziale di Kabul, sede di Ong e dell’ambasciata olan­dese, si sono sen­titi i primi colpi. Pro­ve­ni­vano dal Park Palace, un hotel di livello medio-alto, fre­quen­tato soprat­tutto ma non esclu­si­va­mente da stra­nieri. Afghani e stra­nieri chiac­chie­ra­vano e man­gia­vano nel giar­dino intero, su cui si affac­ciano le stanze, in attesa che comin­ciasse il con­certo del can­tante Altaf Hussain.

Poi, l’assalto dei bar­buti. Ancora non è chiaro se gli assa­li­tori fos­sero tre, come hanno rife­rito alcune fonti, o uno sol­tanto, come ha dichia­rato il por­ta­voce degli stu­denti cora­nici Zabi­hul­lah Muja­hid. L’assedio è comun­que durato fino alle prime ore del mat­tino. Dal quar­tiere di Deh Afga­nah, dove chi scrive allog­gia, l’eco degli scon­tri arri­vava nitido, a inter­mit­tenza: hanno fati­cato a lungo le forze spe­ciali per eva­cuare dell’albergo 54 ospiti. Per quat­tor­dici per­sone non c’è stato niente da fare. La con­ferma uffi­ciale sul numero delle vit­time è arri­vata molto tardi, ieri pome­rig­gio, da parete di Unama, la mis­sione delle Nazioni unite qui a Kabul (men­tre il mini­stero degli Interni afghano è rima­sto a lungo in silenzio).

Tra le vit­time, l’italiano San­dro Abati, 48 anni, che secondo la Far­ne­sina «lavo­rava come con­su­lente per un’agenzia che pro­muove inve­sti­menti in Afgha­ni­stan» e la donna kaza­kha che avrebbe dovuto spo­sare pre­sto, Aige­rim Abdu­layeva, 28 anni. Oltre a loro, 4 afghani, 4 indiani, 2 pachi­stani, un bri­tan­nico e uno sta­tu­ni­tense. Almeno 7 di loro erano ope­ra­tori uma­ni­tari, ha ricor­dato il por­ta­voce di Acbar, una delle agen­zie che coor­dina le atti­vità uma­ni­ta­rie nel paese. Due, Jawid Ahmad Sahai e Moham­med Moham­mady, lavo­ra­vano per l’organizzazione Action Aid.

L’obiettivo, anche que­sta volta, erano «gli stra­nieri». Per­ché «le forze di occu­pa­zione devono ren­dersi conto che non sono al sicuro in nes­sun luogo», ha minac­ciato Muja­hid. I Tale­bani lo hanno dimo­strato in pas­sato: non fanno distin­zioni tra civili e mili­tari. Per loro – ha ricor­dato su twit­ter un altro por­ta­voce, Abdul­qa­har Bal­khi — «chiun­que sia un cit­ta­dino di un paese stra­niero, spe­cie se della Nato, è con­si­de­rato un occu­pante». Un obiet­tivo legittimo.

Le rac­co­man­da­zioni dell’Onu e di Human Rights Watch lasciano il tempo che tro­vano. I Tale­bani col­pi­scono tutti. Anche gli obiet­tivi civili. Ma sarebbe sba­gliato pen­sare che gli attac­chi ai «soft tar­get» siano sol­tanto azioni sacri­fi­cali e sui­cide, un segno di debo­lezza sul piano mili­tare. Oltre a que­sto tipo di atten­tati, le forze anti-governative por­tano avanti altre stra­te­gie. E non esi­tano a con­durre ope­ra­zioni com­plesse, per la con­qui­sta e il con­trollo del ter­ri­to­rio. Nella pro­vin­cia set­ten­trio­nale di Kun­duz, cru­ciale nella geo­gra­fia com­mer­ciale e poli­tica del paese, da set­ti­mane è in corso un’offensiva che ha pro­vo­cato 100 mila sfollati.

Non fa noti­zia, per­ché non ci sono stra­nieri coin­volti. Non fa noti­zia nean­che la chiu­sura for­zata, que­sto mese, del 20% delle scuole della pro­vin­cia di Ghor, nel cuore del paese, a causa degli scon­tri in atto. Non fa noti­zia l’instabilità della pro­vin­cia nord-occidentale del Faryab, come di molte altre, in par­ti­co­lare quelle a ridosso della Durand Line, il con­fine con il Paki­stan. Da lon­tano, si pensa forse che la guerra sia finita. Al con­tra­rio, con­ti­nua. Le vit­time cre­scono. Ieri l’ufficio dell’Onu a Kabul ha reso noto che nei primi 4 mesi del 2015 sono state 2.937 le vit­time civili afghane (974 i morti, 1963 i feriti). Il 16% in più rispetto al 2014. Men­tre da Emer­gency fanno sapere che, nei loro ospe­dali di Kabul e di Lash­kar­gah, il numero delle vit­time accolte nel 2014 è stato del 146% supe­riore a quello del 2010.

La guerra afghana con­ti­nua, dun­que. E nes­suno vuole ammet­tere che è una guerra persa.

La reto­rica del «mis­sion accom­pli­shed» recita che il nuovo pre­si­dente, Ash­raf Ghani, è un poli­tico serio, non un «cavallo pazzo» come il pre­de­ces­sore Kar­zai. Che i sol­dati afghani reg­gono bene, da soli, il peso dei com­bat­ti­menti. Che l’economia del paese cre­scerà. Che il pro­cesso di pace darà pre­sto buoni frutti. Storie.

Il nuovo governo ha già deluso gli afghani, ed è para­liz­zato nell’antagonismo tra Ghani e il quasi primo mini­stro Abdul­lah Abdul­lah. Per­fino gli ame­ri­cani temono che, sotto il pro­filo mili­tare, «i mini­steri afghani non siano pronti — in alcun modo — a reg­gersi sulle pro­prie gambe» (lo ha detto tre giorni fa John F. Sopko, Spe­cial Inspec­tor Gene­ral for Afgha­ni­stan Recon­struc­tion). Senza con­si­de­rare che dal 2013 al 2014 sono stati 8.900 i sol­dati afghani uccisi in com­bat­ti­mento. L’economia è in stallo. Il pro­cesso di pace non è ancora par­tito dav­vero. E i Tale­bani e le altre forze anti-governative restano forti. Anche per que­sto, la Nato sem­bra averci ripen­sato. Gli ultimi sol­dati non ver­ranno via alla fine del 2016, con il com­pi­mento della mis­sione Reso­lute Sup­port: a par­tire dal 2017, ha annun­ciato mer­co­ledì da Anta­lya Jens Stol­ten­berg, ci sarà una nuova missione.

«A guida civile», ma con com­po­nenti mili­tari. Una mis­sione di non-combattimento in un con­te­sto in cui si com­batte. Uno strano ibrido di cui per ora si hanno poche infor­ma­zioni. Vedremo tra qual­che mese. I Tale­bani però hanno già fatto sapere che non ci stanno. «Il jihad con­ti­nua fino a quando l’ultimo sol­dato stra­niero non lascerà il nostro paese».

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