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Gentiloni promette un cambio di passo

Em. Gio.

Giovedi' 4 Dicembre 2014

Non sarà “risolutiva” ma solo “risoluta” la missione “Resolute Support” che ha ormai ottenuto anche il via libera dal parlamento afgano e che impiegherà circa 12mila soldati con compiti di formazione delle forze armate afgane a partire dal 2015. Almeno nel nome della missione, la Nato fa mostra di pragmatismo, sul resto si vedrà. Ma se non è compito di un'alleanza militare far quadrare i conti della politica (quelli militari sono per altro pessimi) per ogni Paese che partecipa la questione politica si impone. Tanto per cominciare con numeri e costi. In attesa di sapere di che morte morire nella continuazione della guerra con altri mezzi, il parlamento italiano per ora i numeri li sa a spanne: 200, 500, 750, 1800 soldati? Una forbice che fa lievitare i costi tra 100mila e almeno mezzo milione di euro. Ma se è l'obiettivo politico quello che più conta, come, su cosa e con che mezzi Roma intende impegnarsi nei prossimi anni (almeno dieci come chiede a Londra la società civile afgana)?

A Bruxelles il ministro Gentiloni ha appena incontrato privatamente Ashraf Ghani e, al termine del vertice dell'Alleanza, ha detto di aver ribadito al nuovo presidente l'apprezzamento per il cammino di riforme intrapreso da Kabul e che, dal 2015, la missione italiana cambierà segno: che il sostegno sarà più economico che militare più dunque rivolto alla cooperazione civile che non a quella con la divisa. Se il buon giorno si vede dal mattino la riduzione del contingente sarà il primo vero segnale. Il secondo sarà quello che riguarda i fondi messi a disposizione della cooperazione civile con l'Afghanistan con risorse che potrebbero proprio essere drenate dalla spesa militare come da anni chiede l'associazionismo italiano impegnato in quelle terre. Presto la nuova legge che riguarda le missioni all'estero dovrà tornare in aula e lì si capirà se effettivamente ci sarà una svolta o una semplice spending review.

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