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LA FINE DELL'ERA KARZAI

Il "monarca" di Kabul, al potere da 13 anni, ha ceduto lo scettro al nuovo presidente, Ashraf Ghani, che coabiterà con Abdullah Abdullah

Giuliano Battiston

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In Afghanistan è finita un’era: Hamid Karzai, al potere per 13 anni, ha passato il testimone ad Ashraf Ghani. Da ieri è lui, ex ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, tecnocrate con studi alla Columbia University, il nuovo presidente della Repubblica islamica. L’insediamento è avvenuto nel corso di una cerimonia a lungo attesa e più volte rimandata, a causa delle controversie sugli esiti del ballottaggio del 14 giugno tra Ghani e l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah.
Al primo turno delle presidenziali, quando i candidati erano otto, Abdullah aveva ottenuto il 45% dei voti (2 milioni e 970mila) e Ghani il 31.5% (circa 2 milioni). I risultati preliminari del ballottaggio segnalavano invece il sorpasso di Ghani. Per Abdullah, quel sorpasso era il frutto di “una truffa su scala industriale”. Le sue accuse hanno inaugurato uno stallo politico concluso soltanto il 21 settembre, quando i due sfidanti hanno firmato un accordo fortemente voluto dall’amministrazione Obama e favorito dal segretario di Stato Usa, John Kerry.

L’accordo prevede un governo di unità nazionale, bicefalo: accanto al presidente – che sulla carta rimane la più alta autorità del Paese – ci sarà una nuova figura istituzionale, quella del Chief Executive Officer, con poteri “simili a quelli di un primo ministro”, che presiederà un nuovo organo, il Consiglio dei ministri (Shura-e-Waziran), e che potrà nominare figure chiave della nuova amministrazione. E Ghani ha inaugurato la sua presidenza proprio con un decreto presidenziale con cui ha nominato Chief Executive Officer l’ex sfidante, Abdullah.

Dopo mesi di negoziati, bracci di ferro e minacce, il processo elettorale afghano – salutato come “la prima transizione democratica nella storia del Paese” – si riduce dunque a questo: spartizione del potere, a porte chiuse, dietro pressione degli americani. Di democratico, non è rimasto nulla: secondo il team di assistenza elettorale dell’Unione europea, la pressione politica è stata tale da rendere inutile perfino il riconteggio dei voti chiesto da Abdullah e realizzato grazie alle Nazioni Unite e agli osservatori internazionali. Il nuovo presidente, Ashraf Ghani, è stato eletto senza che la Commissione elettorale rendesse pubblici i risultati definitivi della verifica, comunicati solo ai due contendenti (il team di Ghani li ha poi messi in rete: 55.27% dei voti per Ghani, pari a circa 4 milioni di voti, 44.73% per Abdullah, poco più di 3 milioni di voti).

Nel discorso di investitura di ieri, Ghani ha però detto che il governo di unità nazionale non significa “spartizione del potere, ma condivisione delle responsabilità”: “sarà un governo al servizio della popolazione”, ha sostenuto, aperto al contributo dei giovani e delle donne, senza nepotismo e corruzione, che rispetti tutti i cittadini e che punti alla giustizia sociale come mezzo per una pace duratura. “Stiamo scrivendo un nuovo capitolo nella storia del nostro paese”, ha ripetuto più volte Ghani, “un capitolo che si fonda sulle opportunità future, più che sulla drammatica eredità del passato”. Perfino il prolungato braccio di ferro con Abdullah rappresenta il “nuovo”, perché “abbiamo dimostrato che le questioni politiche possono essere risolte con il dialogo, piuttosto che con le armi”.

Al di là della retorica, Ghani sa che la convivenza sarà difficile. Perché al nuovo governo mancherà ciò che ha permesso a Karzai di tirare avanti: i soldi degli stranieri, senza i quali è difficile “comprare” la stabilità politica interna. E perché al di là della dichiarata unità di intenti rimane una profonda sfiducia reciproca tra il presidente e il “primo ministro”, oltre che idee diverse sugli obiettivi di governo. Inoltre, entrambi dovranno tenere testa a tutti quei personaggi – leader jihadi, politici, rappresentanti di comunità locali, comandanti militari, leader religiosi – ai quali hanno chiesto sostegno nel corso della campagna elettorale e a cui come ricompensa non basterà una pacca sulla spalla. Per capire veramente le intenzioni di Ghani e Abdullah, dovremo aspettare le prime nomine importanti. Solo allora si capirà se il governo bicefalo di “Ghanidullah” sarà un “carrozzone” di vecchi leader jihadi incompetenti e arraffoni o quel “governo per le riforme” auspicato da Ghani. Tutti gli afgani sperano nella seconda ipotesi. Ma a crederci non è rimasta che una manciata di ottimisti irriducibili.

Nessun dubbio, invece, per i Talebani, per i quali il processo elettorale è stato un’operazione “orchestrata dall’esterno”, come dichiarato da uno dei portavoce dei turbanti neri, Zabihullah Mujahid: “gli americani devono capire che la nostra terra ci appartiene e che tutte le decisioni devono essere assunte dagli afghani, non dal segretario di Stato o dall’ambasciatore americano”. Per farsi capire meglio, mentre Ghani li invitava al dialogo, i Talebani sono tornati a colpire Kabul: almeno 7 morti, molti i feriti. Tutti civili.


anche sul manifesto del 30 settembre



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