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L'EREDITA' DI KARZAI

Sindaco di Kabul o attore chiave della politica afgana?

A sinistra uns tampa d'epoca che raffigura Shah Shuja, il monarca che nell'800 fu reinsediato dai britannici sul trono afgano. Karzai non voleva che questa immagine si associ al suo mandato

G. Battiston E. Giordana

Martedi' 30 Settembre 2014

In testa il tradizionale qaraqul, sulle spalle il colorato chapan, per molti è stato soltanto un capo di governo elegante. Ma Karzai è stato soprattutto un “animale politico”, come gli riconosce Ahmed Rashid, l'autore di Talebani e Caos Asia. Un politico scaltro, che ha governato un Paese complicato per 13 anni senza rimetterci la pelle; che ha incassato borsoni pieni di denaro sia dalla Cia sia dall’Iran, ammettendo tutto con disinvoltura e rimanendo in sella; che ha voluto combattere la guerriglia dei Talebani chiamandoli “fratelli”; che è sopravvissuto grazie al sostegno della comunità internazionale e degli Usa ma criticandone l’operato. Salito al potere il 22 dicembre del 2001, come chairman dell’amministrazione nata dalla Conferenza di Bonn, nominato presidente ad interim nel 2002 da una Loya Jirga (Gran consiglio), eletto nel 2004 e poi nel 2009, negli anni si è scrollato di dosso l’etichetta di “sindaco di Kabul” che i detrattori volevano affibbiargli. E si è costruito una rete di potere economico e politico talmente ampia da garantirgli un ruolo decisivo anche dopo che si è chiuso il sipario sulla sua presidenza. Prima di abbandonare, è tornato sui suoi cavalli di battaglia, sostenendo che quella afghana è «una guerra straniera che si combatte sul nostro territorio», e che se non c’è pace «è perché gli Stati Uniti non l’hanno voluta».

Pace e rapporto con gli Usa sono sempre stati i suoi cardini e l'occasione di polemiche, sia con mullah Omar – che lo definiva un pupazzo - sia col maggior alleato e che un giorno lo osannava, l'altro lo denigrava. Ma sapeva quale eredità lasciare. Non quella di re Shah Shuja, che Londra rimise sul trono per scongiurare nell'800 le mire russe e persiane, motivo per cui ha ingaggiato con Washington una tenace battaglia sul Bsa, l'accordo strategico la cui firma in calce non voleva fosse la sua. Esce di scena da nazionalista forse ancora indispensabile per la rete di conoscenze all'estero e la capacità comunque di dialogo anche coi tanti nemici con cui ha sempre dovuto fare i conti. Nell'ultima trattativa ha fatto un passo indietro e nell'ultimo discorso ha lasciato un segno emotivo forte che gli consegna uno dei capitoli più drammatici della storia dell'Afghanistan. Presto per dire come riapparirà. Certo che continuerà a contare.

Questo articolo è uscito oggi su il manifesto. Commentalo su Great Game il blog di Emanuele Giordana



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