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UNA TRAPPOLA DI NOME KALASHNIKOV

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UNA TRAPPOLA DI NOME KALASHNIKOV

Oliver Rohe è uno scrittore che abita frontiere e crocevia. Nato da padre tedesco e madre armena ha passato la propria infanzia a Beirut, per poi spostarsi in Francia. Al Festival della Letteratura di Mantova 2014 ne ha parlato con Emanuele Giordana. Ecco uno stralcio della conversazione (Testo raccolto da Isabella Pinto)

Lunedi' 8 Settembre 2014
Oliver Rohe
La mia ultima invenzione è una trappola per talpe
Vita di Michail Kalašnikov.
Add Editore, Torino, 2013
Traduzione di Maurizia Balmelli


Perché hai deciso di scrivere un libro su Michail Kalašnikov e l’AK-47?

Le motivazioni che sottendono la scrittura di un libro sulla vita di Michail Kalašnikov sono molte. Questo libro viene fuori da un lavoro pensato per una trasmissione radio di un’ora per France Culture e da una serie di articoli di giornale sul tema che, al di la della mia volontà, finivano per esaltare l’arma. La presenza dell’AK-47 nella mia infanzia a Beirut era come un compagno ingombrante, successivamente non ho potuto fare a meno di notare la sua enorme presenza sotto forma di immagine in occidente: l’ho ritrovato nei video, nei notiziari, nei giornali, nei videogiochi. Infine sono rimasto molto colpito dall’ingenuità, quasi ottusità, politica e morale di Kalašnikov, unita ad una fierezza da artigiano di base. All’inizio pensavo fosse un paradosso, in seguito ho capito che questi due elementi non sono mai stati in contraddizione con la creazione di un’arma tanto micidiale, piuttosto sono state le condizioni di possibilità per creare un oggetto così morboso, di cui tutt’ora mi chiedo: perché ne tolleriamo la presenza?

Il tuo è un libro molto secco e crudo, parte del racconto è intenzionalmente fredda e la tua posizione non è neutra. Cosa ha fatto di questo fucile un mito universale?

E’ possibile analizzare la storia anche partendo dagli oggetti. L’AK-47 nacque inizialmente contro il regime nazista, per inciso il modello a cui si ispirò Kalašnikov fu un fucile d’assalto tedesco di epoca nazista, nel suo DNA c’è dunque traccia del sapere nazista. Poi venne usata per smantellare il regime comunista, infine la ritroviamo nelle guerre di emancipazione terzomondiste. Successivamente perse questo connotato ideologico. Ora, infatti, è l’arma che meglio rappresenta la merce capitalista.

Come mai parli anche di bellezza in relazione all’AK-47?

Scrivendo questo libro e dunque facendo ricerche ho notato che nell’idea dell’inventore c’era sia una ricerca funzionale che estetica, ne è un esempio il caricatore a forma di virgola. La fascinazione, la bellezza e il mito vengono fuori da un rapporto quasi erotico dell’inventore con la propria arma, alla ricerca di un oggetto sexy e vintage. Ci sono due immagini disseminate nel testo che descrivono questa relazione: la prima volta che Kalašnikov ragazzo prende in mano un’arma e, anni dopo, nel momento in cui estrae dal forno i primi pezzi, ancora mai assemblati, dell’AK-47.


Nel video tratto da Youtube, soldati africani danno in mano a una scimmia l'AK47, uno dei frammenti mediatici citati nel libro di Rohe

Pensi che Kalašnikov si chiese mai se la sua “opera perfetta” non fosse diventata una mostruosità?

Kalašnikov fu ad un certo punto dispiaciuto di alcuni suoi usi e abusi, ma la sua giustificazione rimase per tutta la vita il fatto che creò l’AK-47 contro il male assoluto, il nazismo. Anche se per i 50 anni successivi alla sconfitta del nazismo, lui continuò a perfezionarla. Era orgoglioso del suo lavoro ben fatto. Per capire questa ottusità, quasi banalità bisogna ripercorrere la vita di Kalašnikov: figlio di un contadino, piccolo proprietario terriero, espropriato e spedito in Siberia, a quell’epoca K. Aveva 11 anni. Successivamente scappa e, nonostante avesse tutte le carte in regola per avercela con il regime sovietico, decide di entrare a far parte dell’Armata Rossa, vivendo una sorta di complesso di figlio illegittimo in continua ricerca del riconoscimento del padre. Da quando venne ferito in guerra e si mise a lavorare al fucile d’assalto la sua vita diventerà estremamente banale, dirigendo tutto il suo desiderio di riconoscimento nel perfezionamento dell’AK-47.

Siamo alla ricerca di una nuova definizione per le guerre odierne, c’è chi propone guerre asimmetriche, chi guerre civili. Il nostro ministro della difesa del governo Renzi ha recentemente deciso, insieme alla Germania, di inviare migliaia di AK-47 ai Curdi. Tu cosa ne pensi?

A partire da quando l’AK-47 è diventata un’arma di massa l’abbiamo vista sia nelle guerre istituzionali sia in guerre non istituzionali, si è diffusa così tanto che il solo fatto di possederla e mostrarla voleva dire essere un combattente. Questo fucile accompagna ormai i conflitti civili. Per quanto riguarda la tua domanda penso che non ci siano conflitti e guerre giuste perché è facile perdere il controllo delle armi. Ora i Curdi sono dalla parte del giusto, domani chissà, ne è un esempio la situazione Siriana, se pensiamo che un anno fa gli Stati Uniti volevano armare i ribelli contro il regime di Bashar al Assad, e oggi, notizia di qualche giorno fa, gli stessi Stati Uniti hanno proposto di bombardare i ribelli siriani in favore del regime. La metafora che meglio spiega la pericolosità di una merce come l’AK-47, indistruttibile perché tenuta in piedi dal meccanismo di domanda/offerta del mercato globale è il cerchio, la circolarità, se pensiamo anche solo alla guerra civile del Libano, che ha riportato l’AK-47 pericolosamente alle porte della Russia dopo che gli stessi russi vendettero le armi in oriente e medio oriente.



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