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Riceviamo e pubblichiamo volentieri questa lettera aperta del presidente di Link 2007

Paolo Dieci*

Lunedi' 28 Luglio 2014

Caro Professor Jeffrey Sachs,

La presente lettera prende spunto dal Suo articolo “L’auspicabile ritorno del Diritto Internazionale” (Il Sole 24 Ore, 25 luglio 2014).

Desideriamo in primo luogo esprimere un appassionato consenso nei confronti delle sue tesi e conclusioni: il mondo contemporaneo ha un disperato bisogno del diritto internazionale, sola possibile alternativa alla proliferazione incontrollata di conflitti e alla sistematica violazione di fondamentali diritti umani.

​Siamo d’accordo con Lei quando sottolinea che oggi, a differenza di un secolo fa, quando l’Europa e il mondo furono travolti dalla prima guerra mondiale, esistono “sulla carta” strumenti di prevenzione e gestione dei conflitti, esiste un’organizzazione internazionale – lei cita al riguardo il Consiglio di sicurezza e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite – nati allo scopo di identificare e attuare soluzioni ai conflitti alternative a quelle militari. Tuttavia, tali strumenti appaiono tristemente deboli.

Sono sufficienti i casi delle guerre in atto a Gaza e tra Ucraina e Russia per comprendere che il diritto internazionale è il “grande assente” del mondo contemporaneo. Chiunque di noi può osservare, analizzando i principali “casi storico politici” degli ultimi decenni, dall’Iraq, all’Afghanistan, al Corno d’Africa, alla Palestina, ai Balcani, all’ex Unione Sovietica, che, accanto ad ovvie peculiarità contestuali e specificità dei confitti, è possibile identificare alcune costanti, che rappresentano altrettante minacce alla stabilità, alla pace e allo sviluppo. Proviamo ad identificarne alcune:

-i conflitti militari causano sofferenze indicibili alle popolazioni civili e aggravano, piuttosto che risolvere, i problemi posti a loro giustificazione. Indipendentemente da ogni altra valutazione, basterebbe al riguardo citare i casi dell’Iraq e della Somalia;
-l’esasperazione militare dei conflitti rende il mondo nella sua globalità più insicuro e instabile e alimenta, piuttosto che indebolire, la spirale rovinosa del terrorismo;
-l’esasperazione militare dei conflitti sottrae risorse immense alla lotta alla povertà, spesso in alcune delle aree più povere del pianeta. E’ il caso, ad esempio, del Corno d’Africa.

Le Organizzazioni non Governative (ONG), che operano nei luoghi del conflitto e della povertà estrema, sanno bene che il loro operato, per quanto essenziale, non è sufficiente. Servono altri strumenti, serve la politica, serve, come Lei giustamente osserva, il diritto internazionale. E’ stupefacente e angosciante, per tornare all’attualità, quanto accade a Gaza in questi giorni. Alcuni governi fanno appelli per la pace o comunque per la concessione di tregue umanitarie, lo stesso Segretario Generale dell’ONU chiede alle parti di deporre le armi e riprendere la strada del dialogo ma nessuno, apparentemente, ha il “potere” e gli strumenti per imporre il cessate il fuoco.

Sappiamo che si tratta di una “strada in salita” e non siamo così ingenui da ignorare, come il Suo articolo peraltro sottolinea, che dietro a molte scelte di intervento militare vi sono forti interessi geopolitici ed economici. Tuttavia ci chiediamo se non sia finalmente giunta l’ora di sperare in una svolta. Tutti, indipendentemente dai loro interessi e orientamenti ideologici, possono constatare che quanto Lei scrive (“…tutta questa attività militare costa centinaia di migliaia di vite e trilioni di dollari, ma anziché risolvere uno dei problemi sottostanti, il caos aumenta minacciando una guerra che potrebbe estendersi a macchia d'olio ….”) sta rendendo tutti noi più insicuri e drammaticamente più incerto il futuro delle nuove generazioni, ovunque risiedano.

E’ l’ora di una grande, solida alleanza tra società civili, studiosi, associazioni popolari del mondo per chiedere alle istituzioni internazionali, ai governi, alla politica, di assumere il rispetto del diritto internazionali e la definizione di strumenti concreti in grado di assicurarne l’applicazione al centro delle loro agende.

Caro Professor Sachs, anche su determinante impulso della Sua opera, la comunità internazionale, nel 2000, ha assunto un’agenda vincolante e impegnativa, riassunta negli otto obiettivi di sviluppo del millennio. La stessa comunità internazionale dovrà ora fare il punto sullo stato di attuazione di quei grandi obiettivi e definire un’agenda per il futuro, per gli anni a venire dopo il 2015. L’agenda deliberata nel 2000 si nutriva di una grande ambizione e una grande speranza: la possibilità che la povertà assoluta, in un arco di tempo ragionevolmente breve, potesse essere eliminata. Siamo certamente ancora lontani da questo risultato, ma molto è stato fatto e soprattutto, forse per la prima volta nella storia, il mondo è stato unito da una comune agenda, percorso da una forte visione globale.

Condividiamo con Lei la speranza che questo patrimonio ideale non si perda, al contrario si rafforzi. Speriamo in ogni modo, e a questo fine con i nostri mezzi ci adopereremo, che la nuova agenda globale includa anche la ricerca comune di strumenti adeguati per affermare il diritto internazionale. Questa battaglia e quella contro la povertà non possono essere scisse, non sono separabili.

Un governo, qualsiasi governo, non può coerentemente assumere impegni contro la povertà senza al contempo assumerne per la pace, per la risoluzione pacifica dei conflitti, per i diritti umani, per il rafforzamento di sistemi di “governance” internazionali. Quelli attuali appaiono troppo deboli e questa debolezza è pagata ogni giorno da migliaia di vittime civili disarmate.

*presidente di LINK2007 - COOPERAZIONE IN RETE (www.link2007.org)



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