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ZINDABAD ABDULLAH: IL GIORNO DELL'ORGOGLIO

Venerdì pomeriggio i sostenitori di Abdullah Abdullah, il candidato alla presidenza in Afghanistan, hanno riempito le strade di Kabul. Protestavano contro le presunte frodi a favore di Ghani. Il nostro Giuliano Battiston è andato a sentire le loro ragioni

Giuliano Battiston

Sabato 28 Giugno 2014
Kabul

“Zindabad Abdullah, zindabad mujahedin”. Sono migliaia i sostenitori di Abdullah Abdullah che protestano qui a Kabul contro le presunte frodi a favore del suo sfidante, il tecnocrate Ashraf Ghani, nel ballottaggio del 14 giugno. “Lunga vita ad Abdullah, lunga vita ai mujahedin”, scandiscono i manifestanti mentre il corteo supera charahi sadarat, lo slargo che ospita la bottega di Sultan Khan, il “libraio di Kabul” reso noto dall’omonimo libro della giornalista Åsne Seierstad.

“Pretendiamo che il nostro voto venga rispettato. Non permetteremo a nessuno di togliercelo con le frodi”, spiega Zabi Ahmad, 31 anni, mentre il corteo imbocca l’ampio viale di Salang Wat. Per l’ex braccio destro del comandante Massoud e leader del partito a maggioranza tajika Jamiat-e-Islami è la giornata dell’orgoglio: ha chiamato a raccolta tutti i suoi sostenitori per dimostrare che difenderà i loro voti. In piedi su un pick-up militare, un vestito azzurro madido di sudore, Abdullah sventola la bandiera tricolore afghana, stringe mani, lancia saluti, prega platealmente con il palmo delle mani rivolto al cielo, incoraggia i cori. Tutt’intorno, una ressa di uomini che si protendono verso di lui. Ai lati, gli uomini della scorta.

“Ha visto quanti siamo? Un consenso come quello di Abdullah non ce l’ha nessuno in Afghanistan. Ghani se lo sogna”, sostiene Abdul Waheed, 22 anni, studente universitario. “Siamo la maggioranza del paese, non ci faremo rubare le elezioni da un corrotto come Ghani”, prosegue Waheed, che non ha più alcuna fiducia nel processo elettorale, tanto meno nella Commissione indipendente, l’ente che ha gestito i due turni delle presidenziali: “La Commissione è indipendente solo di nome. Lo sospettavamo anche prima delle elezioni, ma ora ne siamo sicuri”.

Il riferimento è al caso-Amarkhel, il segretario della Commissione costretto alle dimissioni dopo che alcune registrazioni telefoniche rese pubbliche dal team di Abdullah sembrano dimostrare che abbia favorito Ashraf Ghani. “Il guaio della Commissione è che i suoi membri sono nominati da Karzai. E’ stato lui a scegliere Nooristani (il capo della Commissione), così come Amarkhel e tutti gli altri. Prima delle elezioni Karzai ha escluso la presenza di due osservatori internazionali dalla Commissione per giocare sporco”, aggiunge Jaweed Ahmad, un ingegnere elettronico.

Per molti dei manifestanti, dietro alle frodi ci sarebbe proprio il presidente uscente: “è stato Karzai a organizzare tutto”, sostiene Zabi Ahmad, originario della provincia nordorientale di Takhar ma residente a Kabul. “Karzai ragiona alla vecchia maniera. Pensa ancora che le etnie vengano prima della patria. Ha organizzato gli imbrogli per sostenere Ghani, un pashtun come lui, e per evitare che diventi presidente Abdullah”, il quale invece raccoglie consensi soprattutto nella comunità tajika e, tramite il suo candidato vice-presidente Mohammad Mohaqeq, in quella hazara. Per qualcun altro, l’ex “sindaco di Kabul” avrebbe adottato metodi poco ortodossi, pur di non sloggiare dall’Arg, il palazzo presidenziale: “in una situazione di crisi, Karzai potrebbe dichiarare lo stato di emergenza nazionale, così da rimanere ancora al potere”, ripetono in molti.

Karzai o meno, rimane lo stallo politico. Nonostante le dimissioni di Amarkhel, Abdullah e i suoi non si fidano della Commissione elettorale indipendente, che tra qualche giorno dovrebbe rendere noti i risultati preliminari. “Se la Commissione dovesse dichiarare che Ghani ha preso più voti del dottor Abdullah, dovrà dimostrare che sono voti veri, non i voti delle pecore”, aggiunge ridendo il ventenne Salahullah Obaid, mentre alle sue spalle sfila un camion addobbato con un telone di plastica che raffigura alcune pecore mentre votano. Nelle intercettazioni che lo riguardano, il segretario della Commissione parla più volte di “pecore da farcire in montagna e da riportare indietro”. Per l’accusa, un messaggio in codice per indicare le urne da riempire di voti a favore di Ghani. “Non accetteremo il risultato, se non si terranno nuove elezioni. Quelle passate sono state comprate da Ghani”, sostiene sicuro Obaid.

Due giorni fa il team di Abdullah ha presentato ai media altre intercettazioni “compromettenti”: in una di queste alcuni funzionari della polizia sembrano cospirare contro Abdullah, nell’altra il governatore della provincia di Wardak invoca il sostegno a Ghani, affinché sia un pashtun a diventare presidente. Il giorno precedente, le televisioni trasmettevano invece un video girato all’interno di una casa: vecchi e bambini vengono ripresi mentre compilano migliaia di schede elettorali spuntando il nome di Ghani.

Il video potrebbe essere artefatto (ci sono dubbi anche sulle intercettazioni), ma per i sostenitori di Abdullah poco importa. “Ciò che è successo è inaccettabile. Non vogliamo uno scontro armato, non siamo gli uni contro gli altri, ma pretendiamo che il voto sia pulito e che i voti irregolari siano esclusi dal conteggio finale”, sostiene Abdul Waheed, studente universitario. Nella discussione irrompe un altro manifestante. Si intromette, alza il dito medio a mo’ di ammonimento e lancia un avvertimento: “se Karzai e Ghani vogliono la crisi, che si assumano la responsabilità delle conseguenze. Non vogliamo ricorrere alle armi, ma non accettiamo di essere presi in giro”, grida prima di allontanarsi, intonando “morte a Ghani, morte ad Amarkhel”.

anche sul manifesto del 28 giugno



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