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AFGHANISTAN, I DUE SCENARI 23/6/14

Questo articolo, scritto per AspeniaOnline e uscito a ridosso del secondo turno elettorale afgano, disegna i due scenari possibili in caso di vittoria di Abdullah (favorito al primo turno) o di Ashraf Ghani (favorito al secondo). Va ovviamente arricchito dagli ultimi sviluppi della crisi innescata da Abdullah che ha contestato, ancor prima di conoscerlo, il risultato delle urne

Emanuele Giordana

Lunedi' 23 Giugno 2014

Sette milioni di afgani sono andati sabato scorso a votare al secondo turno delle presidenziali per scegliere chi sostituirà Hamid Karzai, diventando il nuovo capo di Stato di un Paese che ha ormai sulle spalle 35 anni ininterrotti di guerra. E' una buona notizia anche se i dati dell'affluenza per ora sono affidati solo al buon senso e alle valutazioni di chi si è recato il 14 giugno ai seggi, già affollati sin dalle prime ore del mattino. Inizialmente si era parlato di un calo fisiologico tipico dei ballottaggi ma c'è chi sostiene che, se addirittura non si è superata la soglia del primo turno, si è almeno al pareggio nel numero dei votanti: oltre il 60%. Sei, ma forse anche sette afgani su dieci, sono andati dunque a intingere il dito nell'inchiostro indelebile che, oltre a siglare la scheda elettorale, è anche la firma simbolica del voto, da molti esibito con orgoglio. I dati ufficiali definitivi si conosceranno a giorni mentre dal 2 luglio si avranno le prime proiezioni che diverranno risultato effettivo il 22 luglio. Un rinvio è sempre possibile ma ai primi d'agosto la legge impone che avvenga l'insediamento del uovo presidente e dunque il lavoro di questo mese – per contestare le oltre 500 lamentele già arrivate alla Commissione deputata (Ecc) – servirà a fornire quel quadro di certezza e legalità che sembra aver sancito il superamento – in maniera significativa – dell'epoca di frodi e brogli impuniti che caratterizzò l'ultima votazione presidenziale nel 2009, da cui uscì vittorioso un Karzai azzoppato dalle polemiche e dai sospetti.

Gli osservatori europei, poche decine per la verità, non hanno avuto contestazioni da fare. Più duri i commenti della Free and Fair Elections Foundation of Afghanistan (Fefa), organizzazione della società civile locale che invece di rilievi ne ha fatti parecchi. Senza contare che il candidato Abdullah Abdullah ha apertamente contestato la Commissione elettorale (Iec) chiedendo addirittura la testa del suo primo segretario, Zia-ul Haq Amarkhel, accusato di frode. Richiesta respinta al mittente dal capo della Commissione Ahmad Nuristani, un uomo che ha affrontato l'intero dossier elettorale con competenza, trasparenza e risolutezza.

Prima vittoria dunque il processo in sé. Seconda vittoria l'affluenza. Terza vittoria, la capacità di esercito e polizia afgani di garantire il voto. 400mila uomini in divisa hanno presidiato i seggi e oltre 25mila sono stati dispiegati nella sola Kabul. Gli attacchi della guerriglia avrebbero registrato, nel giorno del voto, un decremento del 40% anche se purtroppo il bilancio di morti e feriti resta elevato, persino più che durante il primo turno del 5 aprile. Ma in un Paese di fatto in guerra e dove ogni anno muoiono migliaia di civili, soldati e guerriglieri nel conflitto quotidiano, la giornata del 14 giugno è stata pressoché e esente da episodi eclatanti di violenza. Difficile per altro metterli in atto visto il dispositivo di sicurezza, ma forse anche il segno che tra i talebani queste elezioni sono state un segnale su cui riflettere proprio in ragione del consenso ottenuto. Come che sia, l'esercito e la polizia nazionale se la sono cavata senza dover ricorrere all'aiuto della Nato. Era questa la sfida. Vinta.

La sfida elettorale invece è ancora tutta nelle urne. Di Abdullah abbiamo detto: il candidato favorito al primo turno col 45% delle preferenze contro il 31% del suo contendente Ashraf Ghani, ha mostrato irritazione e nervosismo immediatamente dopo il voto. Segno, secondo gli osservatori, che la bilancia degli apparentamenti o anche la decisione di molti di cambiare il proprio voto al ballottaggio, potrebbe riservare sorprese. Ghani invece è rimasto più tranquillo, com'è nel personaggio che si è sapientemente ritagliato addosso e che, nei dibattiti pubblici, si è dimostrato calmo e sicuro, curato nell'abbigliamento sino ai dettagli: copricapo pashtun e abito tradizionale per le visite nei villaggi, completo occidentale per le conferenze stampa. Ma tutto resta da vedere.

Sulla carta Ghani rischia di perdere anche se alcuni exit poll gli attribuiscono la vittoria: Abdullah si è infatti guadagnato l'appoggio dell'ex ministro di Karzai Zalmai Rassoul (11% al primo turno) e, seppur indirettamente, del campione islamista Abdul Rasul Sayyaf (7%), nonché dell'ala non clandestina del partito Hezb-e-Islami (il cui leader guerrigliero clandestino è Gulbuddin Hekmatyar, che ha sconfessato la scelta). Poi c'è la famiglia di Ahmad Shah Massud (il “leone del Panjshir”, eroe nazionale ucciso alla viglia dell'11 settembre) che si è divisa sui due candidati e infine c'è la famiglia Karzai, che è scesa nell'agone dichiarando lei pure una duplice scelta: Qayum, che si era inizialmente candidato a presidente, ha deciso per l'appoggio ad Abdullah. Mahmud, il fratello più anziano del capo dello Stato uscente, per Ghani. Non pochi ci hanno visto il desiderio di Karzai di poter ancora contare nel futuro del Paese con una divisione equanime dei voti di famiglia (che viste le percentuali di Rassoul, inizialmente considerato il “cavallo” elettorale del presidente, non devono essere poi tanti).

Comunque vada, un prezzo di pagare per gli appoggi ottenuti dovrà essere pagato. Abdullah si è scelto come vicepresidente mullah Mohaqeq, personaggio tradizionalista e oscurantista con un passato gravato da pesanti accuse di violazioni dei diritti umani durante la guerra civile tra mujaheddin anti sovietici. Inoltre i voti del Nord, zoccolo duro di Abdullah (era il medico personale del “leone del Panjshir”) verranno fatti pesare al momento della distribuzione dei posti di potere. Quanto a Ghani, ha anche lui i suoi problemi: il primo si chiama Dostum - scelto come vice presidente - il generale filo Urss e poi filo mujaheddin, il cui passato è ancora più insanguinato di quello di Mohaqeq, anche se il generalissimo di idioma uzbeco ha chiesto pubblicamente scusa. Ghani deve anche molto ai secolaristi, i laici in gran parte ex comunisti che pochi non sono anche se apertamente non vengono allo scoperto da tempo. Né Ghani ha propagandato un appoggio per molti imbarazzante.

La Comunità internazionale per ora sta a guardare: ha saggiamente fatto un passo indietro, senza elargire buoni consigli o, peggio, direttive. C'è chi dice che l'inevitabile favorito sia Ghani – un passato alla Banca mondiale, esperienza di governo, buone letture e atteggiamento laico – ma c'è anche chi sostiene che Abdullah, considerato più malleabile, sarebbe nella testa di molti funzionari occidentali. Altri ancora sottolineano però le difficoltà come negoziatore di un ex capo dell'Alleanza del Nord, il gruppo mujaheddin che aiutò gli americani nell'invasione del 2001 per cacciare mullah Omar: sarebbe la persona meno adatta per trattare coi talebani. Ghani invece potrebbe farcela perché percepito come meno di parte. Con gli americani invece, l'altro grande interrogativo dopo che Karzai si è ostinatamente rifiutato di firmare con loro il patto di partenariato sulla sicurezza (Bsa), non ci saranno problemi. Il giorno dopo l'insediamento, sia Ghani sia Abdullah, firmeranno il protocollo congelato, magari con qualche aggiustamento su cui si sta probabilmente già lavorando. L'Afghanistan ha bisogno della Comunità internazionale e non solo dei suoi soldi, pur se i finanziamenti sono vitali. Il primo problema è infatti non scivolare nell'oblio e nel conseguente taglio dei fondi da cui dipende al 90% il Pil del Paese. Accadde a Najibullah, il presidente filosovietico che Mosca lasciò a Kabul dopo il ritiro dell'Armata rossa nell'89: resistette un paio d'anni prima che il Politburo decidesse di tagliargli il fondo cassa con cui venivano, tra l'altro, pagati gli stipendi ai soldati. Il suo esercito, senza salario, si sciolse come neve al sole e i mujaheddin entrarono senza fatica a Kabul. Esperienza da non ripetere.



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