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Un'analisi sulla galassia antigovernativa in Afghanistan pubblicata nell'edizione cartacea di Pagina99 uscita sabato 14 giugno

Giuliano Battiston

Venerdi' 20 Giugno 2014
Kabul

Il tecnocrate liberale e il barbuto islamista. Potrebbe chiamarsi così una pièce teatrale sul colloquio a distanza avvenuto pochi giorni fa tra Ashraf Ghani, candidato alla presidenza in Afghanistan, e mullah Omar, leader di uno dei principali gruppi di opposizione armata nel paese. Nelle elezioni che si tengono oggi nelle 34 province afghane l’ex ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul si gioca il tutto per tutto contro Abdullah Abdullah, ex ministro degli Esteri e leader dell’“Alleanza del nord”.

Al primo turno Abdullah ha incassato il 45% delle preferenze dei circa 7 milioni di afghani andati a votare il 5 aprile. Ghani solo il 31.5%. Deve rincorrere il suo sfidante, e nel corso della campagna elettorale lo ha fatto con tutti i mezzi. Ha girato in lungo e in largo il paese. Ha usato toni e registri diversi: quello dell’esperto in economia che dispensa dati e percentuali e rassicura la comunità internazionale; quello del tradizionalista che vuole preservare i tratti distintivi della cultura locale.

Quando è andato a Kandahar, città natale del movimento talebano, Ghani – in abito tradizionale - si è rivolto proprio a loro, ai “fratelli afghani” che hanno deciso di imbracciare le armi: “La pace si fonda sul consenso nazionale”, ha detto arringando una folla di uomini dalle barbe lunghe, i turbantoni in testa e i sandali impolverati, “per questo invito tutti i leader contrariati, in particolare mullah Omar e Gulbuddin Hekmatyar, a tornare nel loro paese e vivere in pace con i loro fratelli”.

L’invito è caduto nel vuoto. E c’era da aspettarselo. Sulle elezioni, sia mullah Omar che Gulbuddin Hekmatyar hanno le idee chiare. Hekmatyar, leader del partito radicale islamista Hezb-e-Islami, segue una consolidata politica del doppio-passo: un piede dentro le istituzioni (suoi uomini ricoprono incarichi importanti nell’amministrazione Karzai, il presidente uscente), un piede nell’area pachistana del Khyber Pakhtunkhwa, da dove organizza attacchi suicidi in Afghanistan. L’evanescente mullah Omar – meglio noto tra i suoi seguaci come “Amir-ul-Momineen”, la guida dei fedeli – è più coerente: da anni va ripetendo che indire elezioni in un paese sotto occupazione è ridicolo, che lo strumento elettorale serve a installare governi fantoccio al soldo degli Stati Uniti, che la resistenza è legittima e la jihad un dovere di ogni buon musulmano. E’ tornato a ricordarlo il 2 giugno, quando con un comunicato ufficiale sul sito dell’Emirato islamico d’Afghanistan si è congratulato per “il grande successo” dell’ufficio politico dei Talebani inaugurato a Doha, in Qatar, il 18 giugno 2013. Si deve a loro infatti, e ai buoni auspici dell’emiro del Qatar, la liberazione di cinque turbanti neri dal carcere di Guantanamo, in cambio del sergente americano Bowe Bergdahl, catturato in circostanze poco chiare nel 2009. “Una vittoria colossale”, l’ha definita l’uomo-simbolo dei Talebani. Un viatico per colloqui di pace più fruttuosi, hanno ammesso a mezza bocca alcuni funzionari dell’amministrazione Obama.

Qui in Afghanistan però l’ottimismo sul negoziato di pace latita quanto i leader barbuti. Perché la galassia talebana è fatta di molte “cupole”, con posizioni e strategie diverse e alleanze molto fluide. I “bei tempi” in cui il mullah Omar dettava la linea e tutti obbedivano è finito da un pezzo (se mai c’è stato): la Shura (consiglio) di Quetta non è più soltanto il mullah Omar. Il leader fantasmatico continua a guidare il gran consiglio della leadership (Rahbari Shura), il gruppo più politicamente conciliante, ma all’interno del fronte che ha base a Quetta, in Pakistan, cresce l’influenza dei gruppi jihadisti come quello dell’enfant terrible Abdul Qayam Zakir, nominato capo della Commissione militare nel 2009 (dimessosi poche settimane fa in rotta con l’ala politica). E accanto a quella di Quetta cresce l’influenza della Shura di Peshawar, più vicina ai servizi segreti pachistani, meno incline al compromesso e responsabile delle risorse finanziarie. Fa parte della cupola di Peshawar anche il cosiddetto Haqqani Network (Miran Shah Shura), autonomo sul piano finanziario e operativo, non su quello politico.

Fuori dalla galassia neo-talebana rimangono poi gruppi scissionisti come il Mahaz-e-Fedayeen guidato dal giovane Mullah Najibullah, a cui si attribuiscono alcuni dei peggiori delitti degli ultimi mesi. Con un fronte così variegato, è difficile trovare un interlocutore con cui parlare e che rappresenti tutte le posizioni. I gruppi politicamente più forti cercano il compromesso. I gruppi forti militarmente – come Haqqani e la cupola di Peshawar - pensano che sia una perdita di tempo: gli stranieri stanno facendo le valigie, i rapporti di forza stanno cambiando, e prima di parlare è meglio mettere alla prova le capacità di tenuta delle forze di sicurezza afghane.

I barbuti si stanno facendo più ambiziosi. Credono nelle loro capacità operative. Sfidano in campo aperto i soldati afghani. Per i colloqui c’è tempo. Più urgente – questa la posizione egemone tra gli insorti – sabotare il processo elettorale. Perché il successo delle elezioni è un successo per gli americani. Come avvenuto nel 2009 per le precedenti elezioni presidenziali, a febbraio 2013 è stata istituita una “commissione elettorale” dotata di 500 milioni di rupie pachistane (5 milioni di dollari), con il compito di pianificare il sabotaggio in tutte le province (lo spiega in un rapporto recente lo studioso Antonio Giustozzi).

Al primo turno i “turbanti neri” non sono riusciti a fare il colpaccio, quello che richiama l’attenzione dei media internazionali. Ma oggi torneranno a provarci. E nel caso – probabile – che venisse eletto Abdullah Abdullah, non sarebbe poi un gran guaio: Abdullah rappresenta i gruppi di potere del nord a maggioranza tajika, tradizionalmente ostili ai Talebani. Con lui come presidente, il risentimento pashtun potrebbe aumentare, le fila della guerriglia rinsaldarsi. E le varie cupole della galassia antigovernativa potrebbe tentare la spallata militare al nuovo governo “fantoccio” imposto dagli Stati Uniti. Ritrovando la coesione contro un nemico comune.

vedi pagina99



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