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Il candidato in testa al primo turno (ora in odore di sconfitta) sconfessa le due Commissione elettorali che ritiene agiscano illegalmente avallando frodi ai suoi danni. Con la complicità di Karzai

Giuliano Battiston Emanuele Giordana

Venerdi' 20 Giugno 2014

Kabul - Di fronte alle telecamere e ai giornalisti, ieri alle 16 Abdullah Abdullah ha aperto una crisi politica dalle conseguenze potenzialmente esplosive. L'ex ministro degli Esteri, candidato alla presidenza insieme al tecnocrate Ashraf Ghani, ha dichiarato infatti di non riconoscere come legittimo il lavoro delle due Commissioni elettorali, accusate di aver favorito il suo sfidante. Abdullah non accetterà dunque i risultati del conteggio ancora in corso, e alza il tiro. Oltre ai funzionari delle Commissioni, sotto accusa finiscono il presidente uscente Karzai e l’intera comunità internazionale. “Karzai non si è dimostrato neutrale”, aveva detto Abdullah già mercoledì, “perché l'intero sistema ha lavorato per favorire un determinato candidato”, Ashraf Ghani. Alla comunità internazionale l’ex braccio destro del comandante Massoud imputa invece l'inerzia nell’esaminare le sue lamentele dei giorni scorsi.

La prima riguarda Ziaulhaq Amarkhel, segretario della Commissione elettorale indipendente, il cui staff il giorno del voto è stato fermato mentre trasportava schede elettorali bianche senza la scorta della polizia. Per Abdullah l’episodio è solo una tra tanti, il segno di “una truffa su scala industriale” messa in campo da Ghani, con il sostegno del presidente Karzai e dell’apparto governativo. Ieri è tornato a chiedere la testa di Amarkhel, mentre Nooristani, portavoce della Commissione elettorale, ha replicato che la decisione spetta a Karzai. Abdullah ha poi messo in dubbio i dati preliminari forniti da Nooristani poche ore dopo il voto: quei 7 milioni di votanti sarebbero troppi, superiori ai 6.6 milioni registrati al primo turno, il 5 aprile, e in contrasto con i dati raccolti dai suoi osservatori sul campo. Sarebbe inoltre eccessiva la percentuale di elettori registrata in alcune province a maggioranza pashtun e pro-Ghani. “Sono almeno 10 le province dove i voti registrati superano il numero di abitanti”, ha ricordato Abdullah, per il quale i 5.000 funzionari della Commissione elettorale licenziati dopo il primo turno sarebbero stati sostituiti con sostenitori di Ghani.

Le dichiarazioni di Abdullah preoccupano gli osservatori internazionali e gli afghani. Il portavoce della missione dell’Onu, Ari Gaitanis, si è detto “rammaricato” per la decisione di Abdullah di ritirare i suoi osservatori dagli uffici in cui il conteggio è in corso. Lo stesso han fatto le ambasciate di Stati Uniti e Gran Bretagna. Karzai ha fatto diramare una nota in cui ribadisce la sua neutralità. Gli afghani si chiedono se quella di Abdullah sia una strategia per negoziare un posto nel futuro governo: la mossa di un politico che si è reso conto di aver perso la partita. Altri temono che la crisi politica possa diventare conflitto aperto. Abdullah ha alternato infatti toni enfatici a dichiarazioni più concilianti. Si è appellato “alla nostra gente e alla popolazione afghana” – per qualcuno una chiamata alle armi – per poi rassicurare che il suo team rispetterà la legge. La crisi è appena cominciata.

Alla vigilia della crisi, è la tarda mattinata di ieri, Ashraf Ghani fa circolare la sua versione dei fatti. Già la sera prima aveva twittato un paio di messaggi alla volta del suo rivale: toni pacati ma fermi. E, con un tam tam di sottofondo, l'ex ministro dalle buone letture, il tecnocrate che piace ai laici e sembra aver convinto una larga parte della gioventù afgana, ribadisce che l'unica linea da seguire è, sul piano legale, la Costituzione e su quello etico la trasparenze. Ci cono contestazioni? Bene, la Commissione per i reclami è lì per questo. I commissari elettorali han dato troppo presto e con leggerezza i dati sull'affluenza? Ci sarà tempo perché arrivino i dati ufficiali, un lavoro per esperti non per chi vuole fare illazioni.

Il suo staff ha i dati che gli osservatori del candidato Ghani hanno raccolto nei seggi, ma il presidente in pectore – cui le prime proiezioni, gli exit pool, le indiscrezioni e le relazioni dei suoi nei vari seggi danno vincitore di diverse lunghezze – li tiene per adesso per sé. Gli unici dati accettabili, ribadiscono i “ghaniani”, sono quelli che il 2 e il 22 luglio la Commissione elettorale elargirà come ufficiali. Regole insomma e non supposizioni. Criteri assodati e sottoscritti da ambi i candidati, non illazioni o costruzioni su elementi non ufficiali. E se poi è solo una mossa per negoziare qualche posto al sole nel futuro governo, Ghani fa sapere che non è disponibile per nessuna trattativa segreta. Quanto a Karzai, Ghani – che pure ha avuto col presidente uscente più di uno screzio – ne rispetta l'imparzialità senza tirarlo (diremmo noi) per la giacchetta. Ma basteranno i toni rassicuranti e urbani di questo personaggio sulla cui ascesa nessuno avrebbe scommesso? Basterà richiamarsi alla Costituzione, alle regole o alle garanzie che la comunità internazionale richiede per evitare il patatrac? E' preso per dirlo. Mentre sulla capitale scende la sera, Hakim fa spallucce davanti alle nostre preoccupazioni: «La situazione politica è grave? Uff, qui abbiamo visto ben di peggio». Purché il kalashnikov continui a rimanere con la sicura.

Intanto i talebani vanno avanti: un gruppo di kamikaze ha incendiato almeno 37 veicoli della Nato al porto doganale di Torkham, alla frontiera col Pakistan (Passo Khyber). Crisi o non crisi la guerra continua.

anche su il manifesto oggi in edicola



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