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DIARIO AFGHANO (8): PACE E SVILUPPO

Un reportage dal profondo sud dell'Afghanistan, da una delle province dove i combattimenti sono più duri, per capire le aspettative degli elettori.

Giuliano Battiston

Mercoledi' 18 Giugno 2014
Lashkargah, provincia di Helmand

“Il mio voto è per Ashraf Ghani, certo. Anche se il dottor Abdullah mi promettesse in cambio l’intero Helmand, non lo voterei mai. Può starne sicuro al 100 per cento”. Haji Mohammad Asif è un signore sui 60 anni dal viso paffuto, lo sguardo bonario e la barba lunga. Lo incontro all’interno della sede di una shura tribale a Lashkargah, nella provincia meridionale dell’Helmand, nel cuore della cintura pashtun dell’Afghanistan. La shura è un consiglio elettivo che rappresenta gli interessi di una determinata comunità. Quella di cui Haji Asif fa parte include 8.300 famiglie che vivono nell’Helmand ma le cui origini sono nelle province orientali di Laghman, Nuristan, Nangarhar, Kunar.

Sabato 14 giugno, insieme ad altri 7 milioni di afghani (il dato è ancora provvisorio), Haji Asif si è recato alle urne. E non ha avuto dubbi. Ha votato per Ashraf Ghani, già ministro delle Finanze con un passato alla Banca mondiale, “perché è lui che merita di sostituire Karzai”, il presidente uscente, al potere dal 2001 e al quale la Costituzione vieta un terzo mandato consecutivo. Haji Asif è tanto convinto della sua scelta da scommettere: “la invito a tornare a trovarci dopo il conteggio dei voti. Scommetto che Ghani batterà Abdullah Abdullah”. Bisognerà aspettare a lungo, prima di sapere se Haji Asif ha ragione o meno: i risultati parziali verranno resi noti dalla Commissione elettorale indipendente il 2 luglio, quelli definitivi solo il 22 luglio.

Sulla carta Haji Asif rischia di perdere. Al primo turno delle presidenziali, il 5 aprile, Abdullah Abdullah, già ministro degli esteri e leader del partito a prevalenza tajika Jamiat-e-Islami, ha ottenuto il 45% delle preferenze rispetto al 31% di Ghani. Oltre all’ottimo risultato, ha poi incassato il sostengo dell’ex ministro degli Esteri Rassoul (al primo turno 11%), dell’islamista Abdul Rasul Sayyaf (7%), di Gul Agha Sherzai e di Gutbuddin Helal, membro del partito radicale Hezb-e-Islami (il cui leader Gulbuddin Hekmatyar ha però preso le distanze, definendo la scelta del suo uomo come un “suicidio politico e una scelta personale”). Ma la politica afghana riserva sempre delle sorprese. I giochi non sono ancora fatti.

“E’ vero, molti importanti leader politici hanno deciso di sostenere Abdullah, ma questo non significa che la gente voterà per lui. Oggi la gente è più consapevole di una volta. Sa che si deve votare secondo idee e programmi, non sulla base di quel che dice questo o quel leader”, mi spiega Mohammad Asif Mohammadi, 35 anni, a capo della shura orientale. “Nella nostra shura abbiamo deciso in modo collettivo di votare per Ghani. E’ un uomo onesto, molto istruito, ha le competenze in economia, non è stato coinvolto nei conflitti passati. Saprà portare la pace nel paese. Per questo abbiamo deciso di votarlo, non perché è un pashtun come noi”, dice sicuro Asif Mohammadi.

Nelle sue parole c’è tutto quel che gli afghani si aspettano dal nuovo presidente, chiunque esso sia: sicurezza e stabilità economica. E proprio sull’economia Ghani ha insistito in modo particolare nel corso della campagna elettorale. Ha lavorato per anni alla Banca mondiale, prima di tornare in Afghanistan. Si presenta come il tecnocrate che potrà rendere il paese meno dipendente dagli aiuti internazionali. Che il paese ne abbia bisogno è chiaro a tutti. Secondo le stime della Banca mondiale l’economia afghana rischia di collassare presto. Dal 2002 al 2012 è cresciuta a un ritmo medio del 9%, è vero, ma nel 2013, contestualmente all’inizio del ritiro delle truppe straniere, la crescita è stata del 3.1%. Nell’ultimo rapporto della Banca mondiale (South Asia Economic Focus), si prevede che la crescita nei prossimi due anni si attesti intorno al 4.5%. A due condizioni: che i donatori non tirino i remi in barca, visto che il 90% del budget statale dipende da loro, e che “il processo politico e della sicurezza” avvenga senza problemi.

Anche in questa seconda tornata elettorale i Talebani non sono riusciti a fare il colpaccio che richiama l’attenzione dei media internazionali, ma sono un attore politico-militare tutt’altro che residuale. In questi tredici anni di occupazione militare, nel paese la sicurezza non c’è mai stata. Non arriverà presto, nonostante le promesse elettorali. Per ottenere consensi, Abdullah Abdullah ha giocato proprio la carta della “sicurezza”, ricordando il suo passato come braccio destro del comandante Massud, il leggendario leone del Panjshir. “Abdullah è stato un mujahed, un combattente contro i sovietici, e saprà difendere il governo dai Talebani e il paese dalle interferenze esterne”, mi hanno detto in molti, nei giorni passati. “Non concederò niente ai Talebani. La condizione del negoziato è che rinuncino alla lotta armata”, ha ripetuto Abdullah, che non ha risparmiato critiche all’atteggiamento troppo conciliante tenuto in questi anni dal presidente Karzai nei confronti dei gruppi anti-governativi.

Ashraf Ghani è sulla stessa linea di Karzai. Due settimane fa, quando è andato a Kandahar, città natale del movimento talebano, si è rivolto a “tutti i leader contrariati, in particolare a mullah Omar e Gulbuddin Hekmatyar”, invitandoli “a tornare nel loro paese e vivere in pace con i loro fratelli”. Toni molti diversi rispetto a quelli di Abdullah, che rappresenta i gruppi politico-militari del nord, tradizionalmente ostili ai “turbanti neri”. Non a caso Burhanuddin Rabbani, fondatore del partito Jamiat-e-Islami, nel 2011 è stato fatto fuori proprio dai Talebani, e proprio quando era a capo dell’Alto consiglio di pace, l’organo governativo che dovrebbe favorire il negoziato.

Per fare la pace ci vuole un mediatore considerato neutrale, e i membri del Jamiat-e-Islami come Abdullah e Rabbani non lo sono per il mullah Omar e per gli altri gruppi della variegata galassia talebana. “Considerati i precedenti, aspettarsi che Abdullah possa trovare un'intesa con i Talebani è irrealistico”, sostiene il direttore di Bost Radio (Radio Lashkargah) Abdul Salam Zahid, per il quale “il team di Abdullah include tutti i vecchi mujaheddin, rappresenta la vecchia politica che vorremmo archiviare”. La posizione del direttore di Bost Radio si basa su una considerazione semplice: la soluzione militare finora è stata controproducente, occorre “capire le ragioni per cui il governo viene combattuto con le armi”. Tra queste, “c’è la corruzione del governo, uno dei fattori che più alimenta la propaganda talebana”. Una nuova amministrazione, “efficiente, trasparente, basata sul rispetto della legge, è il migliore antidoto contro gli attacchi dei Talebani. Ghani saprà scegliere gli uomini giusti nella sua amministrazione”, sostiene Abdul Salam Zahid.

Di diverso parere è Abdul Waheed Wafa, direttore dell’Afghan Centre at Kabul University, il centro di ricerca fondato da Nancy Dupree, una vita spesa per l’Afghanistan. Prima di raggiungere Lashkargah, quando l’ho incontrato nella sede di Kabul, Wafa mi ha ricordato che “Karzai è un pashtun come i Talebani, uno dei sostenitori del movimento quando è nato, ma non è riuscito neanche a iniziare un processo di pace degno di questo nome. Quello afghano non è un conflitto domestico, ma internazionale. Se il Pakistan non la smette con il doppio gioco, il conflitto continuerà. Non è questione di pashtun come Ghani o di tajiki come Abdullah”. A Lashkargah le cose appaiono diverse rispetto a Kabul. “Per Abdullah tutti i pashtun sono talebani o terroristi. E’ una falsità. Ghani lo saprà dimostrare. Anche per questo lo sostengo”, dice Haji Mohammad Asif prima di offrirmi l’ennesima tazza di tè bollente.


anche sul manifesto del 18 giugno



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