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Nella settimana puntata del diario elettorale facciamo un passo indietro, a martedì 10 giugno, ed entriamo nella valle del Panjshir. Ci aspettano due personaggi particolari

Giuliano Battiston

Martedi' 10 Giugno 2014
Bazarak, valle del Panjshir

Ritornato a Kabul dopo qualche giorno a Lashkargah, nel cuore pashtun del paese, racconto una storia che mi è capitata giorni fa a nord della capitale, nella valle del Panjshir. La valle è chiusa ai due ingressi. Se si viene da sud, da Kabul, si lascia la strada principale dopo Charikar, svoltando verso est. Piano piano il paesaggio cambia. I colori minerali si mischiano al verde dei campi sui lati del fiume Kabul, sempre più limpido man mano che si sale. L'ingresso alla valle è segnato dal Dalan Sang, un imbuto naturale dove i soldati controllano ogni veicolo. Lo fanno con la pigrizia di chi sa che di Talebani da queste parti si vedono 2 volte l’anno. Se si proviene da nord, dal Badakhshan, c'è il passo Anjoman a fare da barriera. 4400 metri di altezza, neve a palate per almeno 9 mesi l’anno.

L’arroccamento geografico è anche politico. Nella provincia del Panjshir al primo turno Abdullah ha ottenuto l’87% dei consensi. Lui rappresenta “il nord tajiko”, contro il sud e sud-est pashtun di Ashraf Ghani, lo sfidante. La divisione è più complessa, ma c’è. Il governatore Abdul Rahman Kabiri non è d’accordo, garantisce che il paese è unito e che le elezioni non lo polarizzeranno ulteriormente. Lo incontro nel suo ufficio, nella parte bassa di Bazarak. Il villaggio vero e proprio è più a nord, a dieci minuti di macchina. Qui ci sono gli uffici governativi, l’amministrazione della città. I soldati all’ingresso se ne stanno quasi stravaccati. Quelli all’interno chiedono di essere fotografati. Posano contenti, senza aria marziale. Mi fanno aspettare nella sala d'attesa. Si alternano notabili e semplici cittadini. Passa anche un comandante dell'esercito con due baffoni che puntano verso il cielo. Il governatore Kabiri mi accoglie n una stanza luminosa, divani e poltrone color crema, un’ampia scrivania poco frequentata. E’ sprofondato in una poltrona. Parla lentamente, si muove a fatica. Se non fosse per gli occhi, sembrerebbe imbalsamato. Gli chiedo delle elezioni, dei seggi, della partecipazione al primo turno e di quella che si aspetta al secondo, della sicurezza, delle responsabilità del prossimo presidente. Risponde su tutto, ma senza grande originalità.

Molto più originale è Abdul Rios, vecchietto dalla faccia simpatica e gli occhi spiritati. Gestisce una piccola sala da tè-ristorante nella parte alta del villaggio di Bazarak, sulla sponda del fiume. Ci arrivo con un taxi, una volta uscito dal compound del governatore. Cerco un posto dove mangiare. Trovo questa chaikhana (sala da tè) ricavata da un container. Qui non si butta via niente. Fuori un braciere, due tavoli e quattro sedie. Dentro, una pedana rialzata di legno con sopra una moquette, bicchieri sporchi e una teiera. L’ingresso della chaikhana dà sulla strada deserta che punta al nord, verso il Badakhshan. Il retro dà sul fiume, che qui è ampio e fa una elle. All’esterno, sotto gli alberi, c’è una struttura di legno rialzata che si affaccia sul fiume e sulla valle. Mi siedo e ordino da mangiare. Arriva un uomo, mi chiede chi sono-che ci faccio lì-che cosa intendo fare. E’ della “sicurezza”, in borghese. Se ne va. Dopo qualche minuto arriva un pick-up della polizia. Stessa storia. Poliziotti gentili mi chiedono i documenti. Intanto mangio. Se ne vanno. Resto da solo a godermi il caldo ventoso del primo pomeriggio. Entro nella chaikhana Si vede subito che Abdul Rios ha voglia di parlare.

E’ un sostenitore di Abdullah, che ha combattuto per difendere il paese dai sovietici. Non come Ashraf Ghani, vissuto a lungo negli Stati Uniti. Abdul Rios racconta del tempo in cui la valle del Panjshir era il simbolo della resistenza. Dei tanti mujaheddin morti, dei combattimenti. Poi fa un salto indietro nel tempo. Agli anni 70. Quando qui arrivavano i turisti europei. Nella lunga rotta che da Istanbul portava in India, l’Afghanistan era tappa obbligatoria. Ci si fermava a cercare quel che la modernità europea aveva ormai perduto. Ci si lasciava corteggiare dalle lusinghe spartane di un paese non industrializzato, dove il consumismo era un non senso. Le giornata passavano affidandosi alle resine locali, accompagnate da tazze di tè. Molto è cambiato da allora, dice Abdul Rios. Ma l’hashish di ottima qualità è rimasto. Dalla tasca ne tira fuori un pezzo, schiacciato e rettangolare. Me lo mostra. E’ fatto in casa, dice con orgoglio. Mi fa cenno di uscire con lui. Entriamo in uno sgabuzzino. Due lati sono chiusi da stoffe, un lato dalla porta metallica del container. Raccoglie una lunga paletta di metallo. Ci poggia un carbone ardente. Sulla brace sistema con cura il pezzo di hashish. Diventa caldo. Si alzano piccole nuvole di fiumo scuro. Lui aspira profondamente. Poi di nuovo. Mi guarda. “Bei tempi”, dice, porgendomi la cannuccia.



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