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Da Lahskargah, nel profondo sud dell'Afghanistan, il reportage di Giuliano Battiston sulla giornata elettorale di ieri

Giuliano Battiston

Sabato 14 Giugno 2014
Lashkargah, Helmand

"Quella dei Tale­bani è sol­tanto pro­pa­ganda. Invito tutti gli abi­tanti dell’Helmand a recarsi alle urne. Non abbiate paura. La poli­zia e l’esercito sono qui per garan­tire la vostra sicu­rezza”. Il gover­na­tore Naeem Baloch è tra i primi a var­care i can­celli della scuola Mala­lai, uno dei 142 seggi elet­to­rali aperti qui, nella pro­vin­cia meri­dio­nale dell’Helmand, nel pro­fondo sud dell’Afghanistan dove la guerra con­ti­nua a mie­tere vittime.

Sono pas­sati pochi minuti dall’apertura uffi­ciale dei seggi, quando un lungo con­vo­glio di jeep dai vetri oscu­rati, pick-up della poli­zia e blin­dati dell’esercito si infila nel por­tone di ingresso di que­sta scuola supe­riore nel quar­tiere peri­fe­rico di Qata-e-Lagar. Naeem Baloch scende dalla jeep ed entra in uno dei seggi, salu­tando gli uomini in fila per votare. Si mette in posa per la foto d’occasione e, una volta fuori, ras­si­cura la popo­la­zione dell’Helmand. “Al primo turno, il 5 aprile, non abbiamo avuto pro­blemi di sicu­rezza. Non ci saranno nean­che oggi. Lo garan­ti­sco per­so­nal­mente. I Tale­bani sono forti solo a parole, non ci fanno paura”, dice rivolto al drap­pello di gior­na­li­sti rac­colti davanti a lui.

Alla sua destra c’è la par­la­men­tare Nasima Niazi, ori­gi­na­ria dell’Helmand. E’ venuta a dare il buon esem­pio. Ha l’indice sporco d’inchiostro: il sim­bolo che ha votato e che non può più farlo(una delle misure adot­tate dalla Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente per evi­tare le frodi e i voti mul­ti­pli). Nasima Niazi usa parole enfa­ti­che, dice che gli afghani stanno vivendo un momento sto­rico, che la demo­cra­zia trionfa, che le donne devono votare. Poco prima però, al seg­gio, dopo aver riti­rato la scheda si era diretta verso l’urna. Sono stati i gior­na­li­sti a ricor­darle che avrebbe dovuto com­pi­lare la scheda, sce­gliendo tra Ash­raf Ghani e Abdul­lah Abdullah.

Sarà uno di loro a sosti­tuire il pre­si­dente Kar­zai, al potere dal 2001 e al quale la Costi­tu­zione vieta un terzo man­dato. Abdul­lah Abdul­lah sulla carta è il favo­rito. Il 5 aprile, al primo turno delle pre­si­den­ziali, ha sba­ra­gliato tutti gli altri can­di­dati, rac­co­gliendo il 45% dei voti. Un sof­fio sotto la soglia del 50% più un voto neces­sari per evi­tare il bal­lot­tag­gio. A sfi­darlo è il tec­no­crate Ash­raf Ghani, che vanta un dot­to­rato alla Colum­bia Uni­ver­sity, diversi anni di inse­gna­mento nelle più pre­sti­giose uni­ver­sità ame­ri­cane, una lunga espe­rienza alla Banca mon­diale e inca­ri­chi impor­tanti nel governo post-talebano: è stato infatti mini­stro delle Finanze e, fino alla deci­sione di “scen­dere in campo”, respon­sa­bile della tran­si­zione, il pro­cesso con cui la respon­sa­bi­lità della sicu­rezza passa dalle forze inter­na­zio­nali alle forze afghane.

Di fronte alle tele­ca­mere, ras­si­cura la popo­la­zione anche il gene­rale Gulam Farooq Par­wani, vice-comandante dell’esercito per la pro­vin­cia di Hel­mand. All’interno della scuola Abdul Mateen, incon­tro Abdul Ahad Cho­pan, por­ta­voce della poli­zia. E’ tran­quillo e sor­ri­dente. Sostiene che non ci sia ragione per essere pre­oc­cu­pati. “Sono set­ti­mane che lavo­riamo sodo. Abbiamo fatto in modo che ogni abi­tante dell’Helmand possa recarsi nei cen­tri elet­to­rali senza paura. Ci sono diversi uffi­ciali donne, così che anche le donne pos­sano votare e sen­tirsi sicure. I Tale­bani non riu­sci­ranno a impe­dire il voto”, dice sicuro. Poi però ammette che è vero, “in 2 distretti su 14 non ci saranno seggi. Nel distretto di Dishu e di Bagh­ran la situa­zione è com­pli­cata, sono zone di con­fine con il Paki­stan e di com­merci ille­gali. Dal Paki­stan arri­vano i ter­ro­ri­sti, da qui par­tono i cari­chi di droga. Comun­que rime­die­remo pre­sto con un’offensiva mili­tare”,assi­cura.

Nel frat­tempo, alle sue spalle gli elet­tori si mostrano insi­curi sulle pro­ce­dure da seguire. Qui c’è anche chi vota per la prima volta, chi al primo turno ha pre­fe­rito rima­nere a casa. O chi è tor­nato a votare per­ché crede che “sia impor­tante per il futuro del paese”. La pensa così Said Fai­za­lahq, un com­mer­ciante sui cinquant’anni. Lo incon­tro all’uscita della scuola Sha­hid Abdul Samat Rohani. E’ dedi­cata a un gior­na­li­sta di Lash­kar­gah, ucciso a san­gue freddo pro­prio qui in città. I col­pe­voli non hanno nomi. Il suo è bene in vista all’entrata della scuola, adi­bita a seg­gio elet­to­rale. Said Fai­za­lahq non vuole dire quale sia il suo can­di­dato, ma ci tiene a dire che “la cosa più impor­tante è che il pros­simo pre­si­dente rap­pre­senti tutte le comu­nità etni­che, non una in par­ti­co­lare”.

Qui in Afgha­ni­stan la guerra civile degli anni Novanta ha radi­ca­liz­zato le dif­fe­renze etni­che, usate dai lea­der mili­tari per fomen­tare l’odio. Ancora si fanno i conti con l’eredità di quel periodo. Alla vigi­lia del voto molti si sono detti pre­oc­cu­pati che il bal­lot­tag­gio potesse com­pli­care le cose,pola­riz­zando la società tra pash­tun e non-pashtun. Abdul­lah Abdul­lah rap­pre­senta infatti i gruppi di potere politico-militare del “nord”. E’ stato il brac­cio destro del leg­gen­da­rio “leone del Pan­j­shir”, il coman­dante Mas­soud, oltre che lea­der del Jamiat-e-Islami, par­tito a
mag­gio­ranza tajika. Ash­raf Ghani è invece un pash­tun, la comu­nità etnica mag­gio­ri­ta­ria. Il paese è molto ambiato in que­sti anni, ma la geo­gra­fia dei risul­tati del voto del primo turno descrive comun­que una società in cui l’affiliazione etnico-linguistica gioca ancora un ruolo impor­tante.

Usciamo dalla scuola “Rohani” e ci diri­giamo in un altro seg­gio. Sono con un grup­petto di gior­na­li­sti di Lash­kar­gah. Ci siamo incon­trati alle 6.30 del mat­tino nella sede di quello che chia­mano il “club dei gior­na­li­sti”. Un basso edi­fi­cio color pastello a due passi dall’ospedale di Emer­gency. La gior­nata è comin­ciata con la cola­zione: una grande padella di uova fritte, con­di­visa tra tutti e accom­pa­gnata da abbon­danti tazze di tè caldo. Si ride e ci si prende in giro. Il clima è con­vi­viale. Le minacce dei Tale­bani sem­brano lon­tane. Per strada, cir­co­lano solo poche mac­chine, quelle auto­riz­zate, che ven­gono fer­mate e a volte per­qui­site dai poli­ziotti e dai sol­dati che pre­si­diano gli incroci. Le vie di accesso alla città sono chiuse. Chiuso l’aeroporto. Solo qual­che nego­zio è rima­sto aperto. Per gli altri, ser­rande abbas­sate. I più pic­coli gio­cano a pal­lone sulle strade deserte.

Ci fer­miamo in un seg­gio peri­fe­rico. Un signore dalla folta barba bianca e un tur­bante grigio-nero esce dal seg­gio. “Ho votato per Ash­raf Ghani per­ché non ha mai ucciso nes­suno, non ha mai com­bat­tuto e riu­scirà a por­tare la pace nel paese”, mi dice Abdul Rah­man. Nelle aree rurali, a Ghani viene con­te­stato il fatto di aver vis­suto più di vent’anni all’estero, di non aver difeso il paese dagli inva­sori, di aver vis­suto nelle como­dità degli Stati Uniti men­tre la povera gente sten­tava a cam­pare. Per Abdul Rah­man non è impor­tante: “basta che sia afghano e che sia un buon pre­si­dente. E sono sicuro che potrà esserlo”. Eppure Ghani ha già detto di voler fir­mare quel trat­tato bila­te­rale di sicu­rezza con gli ame­ri­cani che ad Abdul Rah­man pro­prio non va giù: “quell’accordo non va fir­mato. Dob­biamo difen­derci
da soli, non dipen­dere dagli ame­ri­cani, di cui non ci si può fidare”, aggiunge.

Pas­siamo nella sezione fem­mi­nile: qui come in tutto l’Afghanistan i seggi sono divisi per sesso. Ci sono poche elet­trici. Molte di più le donne, spesso ragazze, che lavo­rano per la Com­mis­sione elet­to­rale indi­pen­dente. Saqina Has­sani ha 24 anni e parla un buon inglese. E’ appena rien­trata in Afgha­ni­stan da un periodo tra­scorso in
Male­sia con una borsa di stu­dio. Non indossa il burqa, ha solo il capo coperto con un velo, non si nasconde come molte delle sue col­le­ghe. “Sono qui dalle 5.45 del mat­tino”, rac­conta. “Tutto pro­cede bene, non ci sono stati ten­ta­tivi di frode né altre irre­go­la­rità. Finora hanno votato 125 donne, ma molte altre arri­ve­ranno dopo aver sbri­gato le fac­cende dome­sti­che”. La ven­ti­treenne Mariam Mous­savi si dice sod­di­sfatta “al 70%” per la par­te­ci­pa­zione delle donne. Fa parte anche lei della Com­mis­sione indi­pen­dente, ma vuol dire la sua “come cit­ta­dina”. Stu­dia a Kabul, all’American Uni­ver­sity. I capelli neri nasco­sti dal velo, il sor­riso spon­ta­neo e con­ta­gioso, Mariam pensa che oggi sia un giorno spe­ciale: “il voto è un diritto e un dovere. Per tutti. Oggi abbiamo un’occasione impor­tante per deci­dere il nostro futuro. Spero che verrà ancora tanta gente”. Per lei, la prio­rità del pros­simo pre­si­dente dovrebbe essere la sicu­rezza. Per otte­nerla, “è inu­tile per­dere tempo con il pro­cesso di pace. Si spen­dono soldi inu­til­mente. I Tale­bani vanno com­bat­tuti”.

I Tale­bani non piac­ciono per niente nean­che a Far­zana Qayum, 19 anni, stu­den­tessa dell’università di Kan­da­har. “hanno minac­ciato di tagliare il dito a chi vota, ma io non ho paura. Lascia­moli par­lare. Ormai nes­suno gli dà più retta. Sono con­tro l’istruzione, con­tro le uni­ver­sità, con­tro il lavoro per le donne. Ma noi vogliamo cose diverse da quelle che vogliono loro: più scuole, più uni­ver­sità e più oppor­tu­nità di lavoro, anche per noi ragazze”. All’uscita del seg­gio incon­tro una donna che un lavoro l’ha tro­vato: è Tela Gula. Il fisico pos­sente, un bril­lan­tino sulla narice destra e due nei dise­gnati sulla fronte e sul mento, Tela Gula è una poli­ziotta. Oggi deve con­trol­lare la rego­la­rità del voto e per­qui­sire le donne che vanno al seg­gio. Le acco­glie in una stan­zetta. Alza il burqa, poi le per­qui­si­sce. Non si sa mai che qual­che “bar­buto” non si tra­ve­sta da donna. E’ già acca­duto e potrebbe suc­ce­dere di nuovo.

A dif­fe­renza della gio­vane Far­zana, Tela Gula pensa che con i Tale­bani occorra par­lare, “altri­menti non si otterrà mai niente, e a rimet­terci sarà tutta la popo­la­zione”. E che per far­gli abban­do­nare le armi serva dar loro qual­che oppor­tu­nità: “qui manca tutto. Non c’è lavoro, non ci sono soldi, non abbiamo niente”. Anche lei non nasconde di aver scelto que­sto lavoro “per gua­da­gnare qual­cosa. Mio marito è malato e io devo sfa­mare i nostri figli”. Una delle figlie di Tela Gula vive in un distretto fuori città. “Non posso andare a tro­varla, sarebbe troppo peri­co­loso”, ammette prima di rien­trare nella guardiola.

Subito dopo mez­zo­giorno, quando i 45 gradi di Lash­kar­gah diven­tano insop­por­ta­bili, con due col­le­ghi afghani mi rifu­gio nell’unico risto­rante aperto in città. Ordi­niamo del riso. Subito dopo sen­tiamo un’esplosione. Veniamo a sapere che è un RPG finito den­tro un’abitazione. A rimet­terci è un bam­bino di 10 anni circa, subito rico­ve­rato all’ospedale di Emer­gency, pre­si­dio fon­da­men­tale in que­sta zona di guerra. Rien­triamo nel “club dei gior­na­li­sti”. Ne esco poco dopo per andare a visi­tare l’ospedale di Emer­gency (ma que­sta è un’altra sto­ria). Con gli altri col­le­ghi tor­niamo nei seggi quando la chiu­sura si avvi­cina, alle 16. Assi­stiamo al con­teg­gio dei voti. Qui è rapido, per­ché il numero dei votanti è più basso che altrove. In uno dei seggi i rap­pre­sen­tanti dei due can­di­dati liti­gano. Ci si acca­pi­glia sui voti, sulla rego­la­rità del con­teg­gio, su even­tuali frodi. Ovun­que, qui a Lash­kar­gah, Ash­raf Ghani ha rac­colto più voti di Abdul­lah Abdul­lah. Ma l’Helmand è solo una delle 34 pro­vince afghane. E i risul­tati defi­ni­tivi saranno resi noti tra qual­che set­ti­mana, il 22 luglio.

In attesa di cono­scere gli esiti del voto, tiriamo un sospiro di sol­lievo: qui come altrove gli attac­chi dei “tur­banti neri” sono stati limi­tati. “Solo” una ven­tina i civili uccisi. Nes­suno nella pro­vin­cia di Hel­mand, pare. Il gover­na­tore ci invita nella sala stampa per una con­fe­renza. Dopo una lunga attesa arriva con un lungo codazzo: il capo della poli­zia, dell’esercito, dei ser­vizi segreti, della Com­mis­sione elet­to­rale, etc. A turno, riven­di­cano il suc­cesso della gior­nata. “Que­sta mat­tina avevo annun­ciato che le ele­zioni si sareb­bero svolte rego­lar­mente, senza pro­blemi. Così è stato”, dichiara il gover­na­tore Naeem Baloch. Finita la con­fe­renza scappa via, accom­pa­gnato da una tren­tina di sol­dati e poli­ziotti, rag­grup­pati sui pick-up. I Tale­bani oggi non sono riu­sciti a fare il col­pac­cio. Ma potreb­bero farlo domani. Lo sa anche il gover­na­tore dell’Helmand, Naeem Baloch, che senza pro­te­zione non mette il naso fuori dal suo com­pound.

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