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DIARIO AFGHANO (5): IL MUJAHED ABDULLAH

Mentre all'università di Kabul gli studenti si preparano agli esami, i candidati lanciamo gli ultimi appelli al voto

Giuliano Battiston

Lunedi' 9 Giugno 2014
Lunedì 9 giugno, Kabul

L’appuntamento è alle 9 del mattino all’hotel Intercontinental. Edificato su una collina, domina il paesaggio. Fino a qualche anno fa era il più prestigioso della città, frequentato da ricchi e liberali. Prima dell’ondata islamista, era quello in cui whiskey e rum non mancavano mai e il tintinnare dei brindisi alcolici riempiva l’aria, al calar del sole. In città ancora si racconta delle sbronze prese dai figli dell’ultimo re, Zahir Shah. Oggi stenta a conservare il prestigio di un tempo. E’ stato rimesso a posto, sistemato, ma pare un vecchio corridore affaticato, che ha comprato scarpe nuove ma barcolla su gambe fragili e rinsecchite.

Il comizio di Abdullah Abdullah si tiene nella sala “Kandahar”, una profonda stanza rettangolare con il soffitto a cassettoni, decorato con motivi geometrici colorati, sulle pareti laterali ci sono balconcini da teatro, morbidi drappi dappertutto, rossi come le sedie e il tappeto/moquette. Dopo l’attentato di qualche giorno fa da cui Abdullah è uscito illeso per miracolo, non ci si fida di nessuno. I controlli si fanno all’ingresso principale dell’hotel, in fondo, sulla strada, poi a metà della salita che conduce nella piazzola centrale, su in alto, poi di nuovo all’ingresso dell’edificio che ospita la sala Kandahar. Qui a dettare le regole sono gli uomini di Abdullah. Mi riconoscono (vedi puntate precedenti), e si mostrano più cortesi del solito. Il tipo muscoloso coi capelli lunghi che due giorni prima mi aveva trattato con durezza, oggi mi viene incontro, avvicina la sua faccia alla mia e – carino – mi dà un bacio. Spero non pretenda altro. Lo zaino viene comunque controllato: lo poggio in terra, si avvicina un cane lupo spelacchiato, annusa, sbava, lascia qualche pelo e se ne torna al suo posto. Poi la perquisizione. Controllano perfino i turbanti: le bombe si nascondono anche in testa, da queste parti. Le poche donne vengono controllate da ufficiali di sesso femminile, dietro un parapetto. Al riparo da sguardi molesti.

La sala comincia a riempirsi. Molti uomini, poche donne. Diversi “notabili”, qualche “truppa arruolata”: gente che viene portata appositamente, per riempire la sala. Chi fa parte del gruppo da “turismo elettorale” si riconosce a vista: gli abiti consumanti, i sandali impolverati, i volti affaticati e gli sguardi stupiti verso l’alto, ad ammirare il trionfo di colori del sontuoso soffitto LeleMora-style. Niente a che vedere con i “notabili” disinvolti. Tra questi, riconosco e vado a salutare Haroun Mir, già assistente del comandante Massoud, fine analista politico prestatosi al business. Ci ripromettiamo di vederci presto. Io ci conto: nel 2012 mi anticipò una cosa che sarebbe stata ufficializzata solo qualche giorno dopo: la fine della missione Isaf nel 2014.

In attesa che arrivi Abdullah faccio avanti e indietro tra la sala, la hall d’attesa, la piazzola esterna. Esco ed entro. Scatto qualche foto. La sicurezza si insospettisce. Mi chiamano da parte. Chiedono conto: “perché sei così irrequieto, che fai?”. Spiego che aspetto Abdullah e Mr Ali Farhad, che dovrei strappargli un’intervista al margine della conferenza, che lo inseguo da giorni, etc. Non basta. Provano a chiamare Farhad, senza successo, come pure avevo fatto io. Poi mi segnalano agli uomini di guardia alle porte: come a dire che “sto tipo non ci convince, tenetelo d’occhio”. Arriva finalmente Farhad. Mi toglie dall’imbarazzo di essere seguito a vista, con sospetto. Ma mi dice pure che l’intervista non si farà. Neanche stavolta. Prevedibili le risposte di Abdullah, che da mesi ripete sempre le stesse cose. Ma provare a farlo deragliare dai binari mi sarebbe piaciuto. Ci proverò in futuro.

La sala non è ancora piena quando fa il suo ingresso Abdullah, con il suo codazzo di assistenti-guardie del corpo, consiglieri, sostenitori. Si siede, alle sue spalle un poster enorme che lo ritrae sorridente, alla sua destra – più in grande perché i ruoli vanno rispettati – il volto del leone del Panjshir, il comandante Massoud. Abdullah comincia a parlare: viene interrotto spesso da applausi, dice che in questi anni l’Afghanistan ha perso una grande occasione, che con lui le cose cambieranno, che c’è una sola nazione (wahed mellat) anche se la strada verso l’unità è ancora lunga e accidentata, che tutte le comunità etniche saranno incluse nella sua amministrazione, che il paese finirà di essere conosciuto per il terrorismo e la guerra, che le elezioni devono essere trasparenti. Eccetera eccetera. Quando finisce l’applauso è intenso. Abdullah si siede e dal pubblico, come in un contrappunto dall’attenta regia, si alza un vecchietto con la barba, il turbante e i capelli bianchi, sulle spalle il mantello chapan. Con la voce stridula dice che tutti i mujaheddin del paese sostengono Abdullah, perché anche lui è stato un mujahed, ne loda le virtù, la forza la saggezza. Poi lancia un “Allah akbar” di rito, ripreso da tutti.

Lascio l’Intercontinental. In strada, negozio il prezzo per un taxi fino all’università. Ho appuntamento con Abdul Waheed Wafa, direttore dell’ACKU, Afghan Centre at Kabul University, centro di ricerca fondato dall’ottima Nancy Dupree, una vita spesa per l’Afghanistan. Anche l’università soffre il clima generale del paese. I controlli per entrare sono più attenti. Gli studenti devono esibire il tesserino, dimostrare di essere veramente studenti, altrimenti niente. Una volta all’ingresso chiamo Wafa, che garantisce per me. Dentro, sui viali alberati, capannelli di ragazzi e ragazze discutono, chiacchierano, studiano (gli esami si avvicinano), qualche studentessa porta un ombrello per ripararsi dal sole, già forte.

Wafa ha il volto stanco. Non ci vediamo da un anno e mi faccio aggiornare sulle cose sue e del Centro. Mi racconta dell’importante conferenza organizzata pochi mesi fa sulla transitional justice, l’insieme degli strumenti con cui un paese che esce da un conflitto prova a fare i conti con la storia. Dice che c’erano esperti da tutto il mondo. Che in Afghanistan servirebbe lavorarci su. Ma che la strada è ancora lunga. Tra i due candidati, Abdullah e Ghani, nessuno potrà prendere sul serio la questione degli abusi compiuti in passato. I loro team elettorali includono alcuni tra i principali responsabili del sangue versato nel paese.

La società sta cambiando, ma lentamente. I candidati hanno parlato anche di programmi, hanno provato a redigere piani futuri, ma le affiliazioni etniche e linguistiche ancora sono forti. Su quello contano Ghani e Abdullah. Aspettarsi che con le elezioni si possa cambiare del tutto pagina sarebbe irrealistico. Occorre tempo. Serve del tempo anche per portare la pace nel paese. Wafa non crede che, se eletto presidente, Abdullah (rappresentante dei gruppi di potere del nord, ostili ai barbuti) sarà meno capace di dialogare con i Talebani rispetto a Ghani, che è un pashtun. Per Wafa quello afghano non è tanto un conflitto domestico, ma internazionale. Se il Pakistan non la finisce di fare il gioco sporco, il conflitto continuerà. Non è questione di pashtun (come Ghani) o tajiki (come Abdullah). “Karzai è un pashtun, tra i primi sostenitori dei Talebani negli anni della loro nascita, e non è riuscito neanche a mettere su un piano di pace degno di questo nome”, sostiene Wafa.

Per il quale il prossimo presidente dovrà affrontare molti problemi: la sicurezza, l’economia, la disoccupazione, i rapporti con la comunità internazionale. Che vanno ristabiliti, dopo quella che per Wafa è stata la pessima gestione dell’ultimo presidente Karzai. Servono buoni rapporti con gli occidentali perché servono molti soldi. Il governo afghano non li ha ora né li avrà domani. Abdullah è l’uomo giusto per tessere questi rapporti, dice Wafa. Il suo team è più omogeneo di quello di Ghani, dice. Non ci sono gli estremi, come nel caso del team di Ghani che unisce i liberali colti come il candidato presidente e gli ex signori della guerra come Dostum. Nel team di Abdullah molti si conoscono da tempo. Sanno limiti, vizi, virtù e punti deboli gli uni degli altri. Più facile governare il paese, in questo modo, sostiene Wafa. Abdul Waheed Wafa voterà per Abdullah. Viene dalla provincia del Panjshir, roccaforte prima di Massoud, ora di Abdullah, che al primo turno ha preso il 71.8% delle preferenze. Domani andrò in Panjshir a vedere di persona…


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