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Si sta per chiudere la campagna elettorale, e i candidati corrono da una parte all'altra del paese cercando di convincere gli elettori

Giuliano Battiston

Domenica 8 Giugno 2014
Kabul, domenica 8 giugno

“Alle 18, vediamoci alle 18 alla Khalij wedding hall”, mi ha detto stamattina Ali Farhad, assistente tuttofare di Abdullah Abdullah, il candidato favorito per il ballottaggio del 14 giugno. L’ho cercato per intervistare Abdullah, per chiedergli conto delle sue promesse, dei programmi che ha in mente. E soprattutto di come pensa di trattare con i Talebani, lui che è uno dei volti più noti del Jamiat-e-Islami, il partito a maggioranza tajika che i barbuti vedono come fumo negli occhi. Non a caso, ustod Rabbani, fondatore del partito, nel 2001 è stato fatto fuori proprio dai Talebani e proprio quando era a capo dell’Alto consiglio di pace, l’organo governativo che dovrebbe favorire il negoziato. Per fare la pace ci vuole un mediatore considerato neutrale: i membri del Jamiat-e-Islami e dell’Alleanza del nord non lo sono per mullah Omar. Vedremo che succederà, se - come sembra -verrà eletto Abdullah.

Lo aspetto a lungo, Abdullah. Prima delle 18 sono già lì, alla Khalij wedding hall, uno dei grandi alberghi dove agli afghani di città piace festeggiare matrimoni o grandi eventi. Mi son messo il vestito buono, quello di cotone blu, preparato dal sarto di Barestan. Chissà se anche ai raffinati sarti del quartiere Barestan piace festeggiare in posti simili. Il Khalij non è distante dall’aeroporto. Di giorno è forse un po’ meno kitsch degli altri alberghi simili. Appena cala il sole però gli alberi di plastica con le lucine rosse e blu gli fanno guadagnare delle posizioni.

All’ingresso i soldati sono nervosi: è di pochi giorni fa l’attentato contro Abdullah in cui sono rimasti uccise 12 persone. Si alza la voce. I controlli sono rigidi. Di quella rigidità afghana che è rigorosa a parole e un po’ pasticciona nei fatti. Chiedono carte, tesserini, numeri di telefono, referenti. Fanno il brutto muso. Insistono che non c’è verso, che non gli importa niente di chi ha invitato chi. Poi passa qualcuno e fa entrare tutti. All’interno altri controlli. Salgo al primo piano. Altri controlli. La sala – immensa, con colonne dorate sulla destra, due enormi lampadari di finto cristallo, il soffitto puntellato di lucine, i tavoli rotondi con le sedie bianche – è quasi vuota: si mette male. I candidati non arrivano mai prima che la sala si riempia. Torno giù a bere una tazza di tè con i soldati. Comincia ad arrivare un po’ di gente: dovrebbero essere professori universitari, ricercatori, professionisti. Qui gli incontri si fanno a tema: le donne, i giovani, gli universitari, etc. A sentire Sharifullah - giornalista di una tv locale – di professori in giro non se ne vedono. La solita claque, dice.

In fondo alla sala, c’è la parte rialzata, con il podio e, alle spalle, due file di sedie riservate ai pezzi grossi. Riconosco Mahmoud Karzai, uno dei fratelli del presidente uscente (un altro fratello appoggia invece l’altro candidato, Ghani, così che la famiglia non rischia niente). Vado a presentarmi. “Italiano? Ma perché gli uomini d’affari italiani non vengono a investire qui?”, chiede. Mi dà il suo numero di telefono per fissare un’intervista. Dagli altoparlanti ai lati della sala mandano musica tradizionale, patriottica. La sala pian piano si riempie: due camerieri con camicia nera e cravattino bianco passano tra i tavoli con un carrello della spesa: distribuiscono acqua.

Alle 20.20 (ma non dovevano essere le 18?) ecco che arriva Abdullah. Percorre il tappeto rosso di ingresso, tra due fila di giovanotti impomatati e ossequiosi, poi passa tra i tavoli più vicini al podio a stringere mani e dispensare saluti, sale i tre gradini e passa in amichevole rassegna le prime due file di sostenitori. Ci siamo, si può cominciare. Come sempre con la preghiera, stavolta particolarmente lunga. Poi si alternano i coreuti: cantano le lodi di Abdullah, di quanto sia bravo, buono, bello, di quel che ha fatto e di quel che saprà fare, delle ragioni per cui votarlo e della fiducia che merita.Lui gongola. “E’ stato un mujaheddin e sa come difendere il paese”, dice uno: la solita solfa. Ghani – lo sfidante - è un cacasotto, scappato all’estero e mai più rientrato se non dopo il 2001, dicono i sostenitori di Abdullah. Lui invece ha fatto la resistenza al fianco di Massoud. “Ma ha anche studiato”, aggiungono, per non sminuirlo di fronte a Ghani, che ha un dottorato alla Columbia e ha insegnato alla John Hopkins. Il bravo, bello e buono finalmente prende la parola: “è importante che studenti, ricercatori e professori abbiano più risorse, che siano inclusi nelle decisioni per il futuro del paese, che il loro ruolo sia riconosciuto…”. La retorica mi stanca. Su twitter vedo che Ashraf Ghani è ancora al liceo francese, dove ha invitato un gruppo di giovani per parlare del suo programma e rispondere alle loro domande. Lascio di corsa il Khalij, subito dopo aver incontrato Ali Farhad (“mi spiace: siamo arrivati troppo tardi. Niente intervista, oggi”). Mentre mi allontano sul taxi, vedo scomparire le lucine al neon. Nei tre chilometri (a occhio) di strada che separano il Khalij dal liceo francese, incontriamo 8 posti di blocco: il ballottaggio si avvicina e l’esercito prova a irrigidire i controlli.

Arrivo al liceo francese. Entro nella sala conferenze: 150 ragazzi, qualche ragazza, molte mani alzate. Ghani ci tiene a fare incontri veri: tiene il suo discorso ma poi lascia sempre spazio alle domande, soprattutto di fronte ai “giovani”. Gli chiedono dei suoi programmi, di come giudica Abdullah, di come rilanciare l’economia, di come allontanare dal potere la vecchia guardia dei mujaheddin, di come difendere le frontiere del paese dagli attacchi esterni (in questi giorni, lungo il confine con il Pakistan tira una brutta aria). Lui risponde a tutti, gesticola molto, le mani intrecciate per dire che ci vuole unità nel paese, il dito puntato per dire che agli stranieri risponderà con durezza, se eletto presidente. Ogni tanto si lascia andare, perde il controllo, le vene del collo si ingrossano. Lo vedo bene: sono in prima fila, accanto al cugino tuttofare Ajmal Ghani, uomo ombra. E’ lui che, alle 22.15, quando ormai per Kabul è molto tardi, fa cenno al “conduttore” che deve chiudere. Rimangono molte mani sollevate, molte domande inevase. Ghani promette che ci sarà modo, che ci sarà tempo, che il dialogo con i giovani sarà prioritario per la sua amministrazione. Un ragazzo sale sul palco con un dono: è un ritratto di Ghani, che lo prende e lo alza in cielo. Poi saluta e si congeda. I ragazzi intonano un “lunga vita ad Ashraf Ghani Ahmadzai”. Suo cugino gli indica l’uscita posteriore. Scappano via mentre i ragazzi prendono d’assalto il podio: ci sono dei libri di Ghani in regalo. Nel parcheggio esterno un’altra ressa: un panino e una bibita per tutti i partecipanti. Mi avvio verso casa. Prima di arrivare squilla il telefono: è Ali Farhad. “L’intervista a Dr Abdullah si fa domani alle 9 all’hotel Intercontinental”. Sarà poi vero stavolta? Alla prossima puntata...

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