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DIARIO AFGHANO (2): Abdullah corre,Ghani rincorre, i Taleban festeggiano

Riprendiamo il diario elettorale sulle presidenziali afghane. Il primo turno si è tenuto il 5 aprile, il 14 giugno ci sarà il ballottaggio tra Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah. Uno dei due sostituirà Hamid Karzai. Il nostro Giuliano Battiston è tornato in Afghanistan a vedere cosa succede...

Giuliano Battiston

Giovedi' 5 Giugno 2014
Kabul, giovedì 5 giugno

Meno 5. Mancano solo 5 giorni alla fine della campagna elettorale per il ballottaggio tra Ashraf Ghani e Abdullah Abdullah. Qualche giorno di silenzio e poi, il 14 giugno, gli afghani voteranno per sostituire il presidente Hamid Karzai, al potere dal 2001. In queste ore i toni si stanno alzando, i comizi si fanno più frenetici, la ricerca del consenso più convulsa. Donne influenti, mullah governativi, società civile, candidati: sono in tanti a indire conferenze. Soprattutto a Kabul, i giornalisti corrono da una parte all’altra per darne conto.

Oggi, giovedì, alcune deputate con un bacino elettorale consistente hanno annunciato che voteranno per Abdullah Abdullah, ex ministro degli Esteri e leader del Jamiat-e-Islami, partito a maggioranza tajika. Tra loro c’è anche la deputata Fawzia Kofi, volto noto che piace alla comunità internazionale. Al primo turno Kofi sosteneva il candidato sponsorizzato da Karzai, Zalmai Rassoul, arrivato solo terzo con l’11% dei voti. Rassoul ora sostiene Abdullah. Come lui, la deputata Fozi e le donne che rappresenta. A loro Abdullah ha assicurato, se eletto presidente, più diritti, più inclusione sociale, maggiori protezioni, ruoli governativi.

Quella delle deputate influenti è solo l’ultima adesione ricevuta da Abdullah. Al primo turno ha preso il 45% dei voti, ora tutti si dicono suoi sostenitori. Ghani è costretto a rincorrere. Parte dal 31% di voti del primo turno. Le sta tentando tutte. Nel tardo pomeriggio di oggi ha tenuto una lunga conferenza stampa al liceo francese di Kabul. Ha spiegato il suo piano economico per il futuro del paese.

E’ l’economia il terreno su cui insiste. Ghani ha lavorato alla Banca mondiale, pianificando programmi di aggiustamento strutturale. Si presenta come il tecnocrate che sa come va il mondo e come integrare l’economia locale nella cornice asiatica e internazionale. Ma la sfida è difficile. Le capacità da tecnocrate comunque piacciono solo a una parte dell’elettorato. Quello urbano, giovane, che guarda al futuro e lo immagina modellato sui paesi occidentali.

Ma c’è una parte della popolazione a cui Ghani proprio non piace. C’è un elettorato, quello conservatore, che va rassicurato. Il sostegno ricevuto oggi da parte di un gruppo di religiosi e mujahedin influenti serve a questo. A mostrare che anche lui, nonostante i tanti anni passati all’estero e la moglie libanese-cristiana, è un musulmano doc, un vero afgano. Di meritocrazia ed esperienza da premiare ha parlato perfino il quasi novantenne Sibghatullah Mojaddadi, già presidente dell’Afghanistan. “Ghani ha sottoscritto un documento in cui si impegna a rispettare la Sharia e l’Islam”. Impegno vago, comunque utile per accreditarsi un po’ tra i conservatori e i mujahedin (la galassia degli ex comandanti militari con più meno potere politico-militare).

Il tecnocrate liberale e liberista strizza l’occhio ai conservatori, per recuperare voti, ma il doppio-profilo anziché aiutarlo potrebbe indebolirlo. E lo espone a brutte figure: nei giorni scorsi uno dei nuovi sostenitori di Ghani ha giocato esplicitamente la carta etnica: Ghani va votato perché un pashtun rimanga presidente ed per evitare lo diventi un tajiko come Abdullah. Mentre la Commissione elettorale indipendente chiede che venga evitati riferimenti all’appartenenza etnica.

A pochi giorni dal ballottaggio, Abdullah macina consensi, Ghani rincorre disperato. E i Talebani festeggiano la liberazione dei “Guantanamo five”, i cinque barbuti liberati da Guantanamo in cambio del sergente Bergdahl. Di questo, nella prossima puntata del diario….



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