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Chi sono i due candidati che in Afghanistan si contendono la presidenza?
Un reportage per l'Espresso

Giuliano Battiston

Venerdi' 25 Aprile 2014
KABUL

“Sarà il dottor Abdullah a vincere, ne sono sicuro”. Quando lo abbiamo incontrato a Faizabad, capoluogo della provincia nord-orientale del Badakhshan, il sessantenne Qazi Sadullah Abu Aman si diceva sicuro: sarà l’ex ministro degli Esteri Abdullah a sostituire il presidente della Repubblica islamica d’Afghanistan Hamid Karzai, al potere dal 2001. Per Abu Aman, già senatore, oggi leader della Shura-e-Ulema provinciale (il consiglio dei religiosi), Abdullah Abdullah merita di vincere “perché è stato un mujahed che ha combattuto con coraggio i sovietici e perché conosce bene i problemi della povera gente”.

Quello di Abu Aman è uno sguardo di parte: come Abdullah, anche lui da molti anni fa parte del Jamiat-e-Islami, il partito a prevalenza tajika fondato negli anni Settanta da Burhanuddin Rabbani, l’ex presidente ucciso dai Talebani nel settembre 2011. Nel Badakhshan come in altre province settentrionali, la posizione di Abu Aman è maggioritaria. Basta spostarsi altrove perché le cose cambino: “l’uomo giusto per sostituire Karzai è Ashraf Ghani. É l’unico ad avere le competenze per tirarci fuori dai guai”. Wahidullah Amiri è convinto quanto Abu Aman. Ma punta su un candidato diverso. Per lui a meritare la vittoria è l’ex rettore dell’università di Kabul, Ashraf Ghani. Wahidullah Amiri insegna Diritto penale internazionale alla Nangarhar University di Jalalabad, e in questa caotica città a due passi dal confine con il Pakistan tutti sembrano sostenere Ashraf Ghani.

A dispetto degli sforzi profusi nella campagna elettorale tra comizi, apparizioni televisive, abile tessitura di nuove alleanze, né Abdullah né Ghani sembrano comunque in grado di raccogliere quel 50% di voti più 1 che consentirebbe di evitare il ballottaggio a fine maggio. Domenica scorsa la Commissione elettorale indipendente – l’ente che ha il compito di gestire il processo elettorale – ha reso pubblici i primi dati significativi. Lo scrutinio del 50% dei 7 milioni di voti registrati alle presidenziali del 5 aprile attribuisce il 44.4% delle preferenze ad Abdullah e il 33.2% al tecnocrate Ghani, mentre il terzo favorito della vigilia, Zalmai Rassoul, si ferma al 10.4% (le percentuali non sono aggiornate, ndr).

Nonostante gli incarichi prestigiosi, Rassoul sconta un profilo politico sbiadito, schiacciato su quello del mentore Karzai, al quale la Costituzione vieta un terzo mandato consecutivo. Karzai cercava una soluzione à la Putin, un fidato Medvedev afghano a cui consegnare le redini del paese in attesa del ritorno in campo, nel 2019, ma gli elettori hanno mandato per aria i suoi calcoli.

La partita decisiva si gioca dunque tra Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani, due politici con biografie molto diverse. Perché se Abdullah può rivendicare le “stellette” conquistate sul campo di battaglia contro i sovietici e, poi, la sopravvivenza nella feroce competizione politica afghana, Ashraf Ghani elenca nel suo curriculum una lunga lista di titoli accademici e riconoscimenti internazionali.

Dopo la laurea in Antropologia all’American University di Beirut e il dottorato alla Columbia University di New York, nel 1983 Ashraf Ghani insegna infatti a Berkeley, in California, poi alla Johns Hopkins di Baltimora, dove resta fino al 1991, l’anno in cui entra alla Banca mondiale. Nel 1985, mentre Ashraf Ghani frequenta le ovattate stanze universitarie del Maryland, Abdullah rientra illegalmente in Afghanistan dal Pakistan, dove prestava soccorso ai rifugiati afghani come medico. Dopo undici giorni di marcia e l’attraversamento del passo Chitral, Abdullah – così racconta - si unisce alla resistenza anti-sovietica nella valle del Panjshir. É lì che incontra il comandante Massoud, il leggendario “Leone del Panjshir” di cui diventa consigliere e assistente. Nel 1992, quando i mujaheddin arrivano al potere e Ghani è alle prese con i programmi di aggiustamento strutturale della Banca mondiale, Abdullah viene nominato portavoce del ministro della Difesa. Sotto il regime talebano, è ministro degli Esteri del governo afghano “in esilio”.

Nel 2001, quando il governo dei seguaci del mullah Omar viene rovesciato militarmente, le loro strade si incontrano. Come consigliere dell’inviato speciale delle Nazioni Unite Lakhdar Brahimi, Ghani è infatti tra gli artefici degli accordi di Bonn, dove Abdullah viene confermato ministro degli Esteri, una posizione occupata fino al 2005, mentre Ghani ricopre l’incarico di ministro delle Finanze fino al 2004. Nel 2009 l’incontro diventa scontro: si candidano entrambi alle presidenziali. Ashraf Ghani racimola un misero 2.9% ma impara la lezione: dismette i grigi completi delle sartorie occidentali e comincia a indossare la tradizionale shalwar kameez, sfoggiando un bel turbante arrotolato, da pashtun doc. Abdullah raccoglie più del 30% dei voti, ma rinuncia al ballottaggio accusando Karzai di aver messo in piedi una truffa colossale.

Con le elezioni presidenziali del 5 aprile 2014, le loro strade tornano a incrociarsi. Ognuno ormai recita la propria parte con disinvoltura. Ghani è il candidato che incarna il rinnovamento, il tecnocrate che sa analizzare i problemi e risolverli. Promette riforme e una gestione meno centralistica del potere, punta sulle competenze acquisite alla Banca mondiale per rilanciare un’economia che dipende per il 90% dagli aiuti internazionali, destinati a diminuire con il ritiro delle truppe straniere, previsto per la fine di quest’anno. Descritto come arrogante e presuntuoso, si definisce “pragmatico e realista, ma allo stesso tempo visionario”. Tanto visionario da aver puntato, in un paese con una scarsissima mobilità sociale, soprattutto sui giovani come “forza del cambiamento”. Abbastanza pragmatico da riconoscere che l’eredità di Karzai è tutt’altro che esaurita.

Del presidente uscente, Ghani dice di apprezzare la “cultura dell’inclusione, un’eredità da consolidare e istituzionalizzare”. Anche Abdullah Abdullah ha già fatto sapere che Karzai merita un ruolo che si addica al suo prestigio, quando lascerà l’Arg. Abdullah alterna con abilità l’ostruzionismo verso Karzai con il compromesso. Fa capo alla cordata dei panjshirì, il gruppo politico-militare che meglio ha saputo capitalizzare l’eredità di Massoud e il sostegno dato agli americani contro il regime talebano, ottenendo posti governativi tutt’altro che secondari. Nel frattempo, ha saputo accreditarsi nelle cancellerie occidentali come l’“alternativa” a Karzai, giocando di sponda. Se Karzai critica le truppe straniere per le vittime civili, Abdullah le elogia per il coraggio e il sostegno. Se Karzai frena sul Trattato bilaterale di sicurezza con gli Stati Uniti, Abdullah invoca l’immediata ratifica.

Su questo, anche Ashraf Ghani si dice d’accordo. Sa fare i calcoli, conosce la politica, sa bene che senza la firma di quel trattato – dal quale dipende la presenza delle truppe straniere dopo la fine della missione Isaf – gli Stati Uniti verranno meno agli impegni economici assunti nel 2012 a Chicago e Tokyo per sostenere le forze di sicurezza afghane (4 miliardi di dollari annui) e la ricostruzione civile (16 miliardi fino al 2016). Karzai avrebbe potuto firmare quel Trattato ma ha lasciato la patata bollente al prossimo presidente.
Se vogliono davvero puntare alla vittoria, sia Abdullah sia Ghani rischiano di dover chiedere un favore proprio a Karzai: al ballottaggio sarà essenziale confermare i voti ottenuti al primo turno, ma anche conquistarne di nuovi. E quel 10.4 % di preferenze raccolte finora da Rassoul fanno gola. Anche perché sono voti meno ideologicamente connotati, dunque più spendibili, di quelli raccolti dall’ex warlord Abdul Rasoul Sayyaf (che vanta il 7% delle preferenze) o da Qutbuddin Helal (che sfoggia il 2.74% delle preferenze, ma è legato a Gulbuddin Hekmatyar, leader del partito radicale islamista Hezb-e-Islami). Anche se i “candidati minori” hanno già messo sul piatto del miglior offerente il proprio pacchetto di voti, probabilmente sarà proprio Karzai, tramite Rassoul, a decidere l’esito del ballottaggio. Sempre che i due favoriti non si mettano d’accordo prima.


anche su l'Espresso del 25 aprile



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