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BALLOTTAGGIO IN DUBBIO, E KARZAI MANOVRA

Sono Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani a contendersi la presidenza in Afghanistan. Ma non è detto che il ballottaggio, previsto dalla Costituzione, si tenga davvero. Intanto Karzai manovra le alleanze politiche

Giuliano Battiston

Martedi' 29 Aprile 2014

(Di ritorno da Kabul)

Sarà la Costituzione o il compromesso politico a prevalere? Due giorni dopo l’annuncio dei risultati delle elezioni presidenziali del 5 aprile scorso, in Afghanistan è questa la domanda che molti si pongono. Sabato la Commissione elettorale indipendente ha reso pubblici i risultati relativi al 100% dei circa 6 milioni e 900mila voti espressi dagli elettori (su un corpo elettorale di 13 milioni circa).
Tra gli otto candidati, a guidare la corsa per la successione ad Hamid Karzai, al potere dal 2001, è l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, che si è aggiudicato il 44.9% dei voti. Lo segue il tecnocrate Ashraf Ghani, che si ferma al 31.5%, mentre Zalmai Rassoul, il candidato più vicino al presidente uscente, ha ottenuto l’11.5%. Né Abdullah Abdullah, già braccio destro del leggendario comandante Massoud e leader dell’Alleanza del nord, né Ashraf Ghani, già ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul, sono dunque riusciti a ottenere quel 50% di voti più 1 che avrebbe consentito la vittoria al primo turno.

La Costituzione prevede il ballottaggio, fissato per il 7 giugno, ma non è detto che il secondo turno si tenga davvero. Per prima cosa bisogna aspettare i risultati definitivi. La Commissione elettorale indipendente ha passato infatti la palla alla Commissione che si occupa dei brogli. Ha due settimane a disposizione per verificare le irregolarità denunciate dai vari candidati, togliendo voti o aggiungendone. Nel 2009, i voti considerati nulli perché irregolari furono più di 1 milione, tanto che Abdullah rinunciò al ballottaggio contro Karzai. Stavolta la sensazione diffusa è che i brogli saranno meno decisivi.

Finora la Commissione elettorale ha annullato “soltanto” 235 mila voti, il 3.4% del totale. Le stesse dichiarazioni dei candidati appaiono rituali. Abdullah Abdullah ha ribadito che i calcoli del suo team lo danno vincente al primo turno, che ci sono state “frodi sistematiche, organizzate”. Neanche lui però è davvero convinto che sia sensato insistere su questa strada: ha ottenuto 2 milioni e 900 mila voti circa (900 mila in più rispetto a Ghani) e per raggiungere la fatidica quota del 50% più 1, avrebbe bisogno di altri 335mila voti. Più di quelli già annullati finora. E più di quelli che la Commissione per i brogli potrebbe verosimilmente attribuirgli con il riconteggio (parziale) dei voti.

Da parte sua, Ashraf Ghani si dice sicuro che – al netto dei brogli – la distanza tra lui e Abdullah diminuirà. E continua a negare ogni ipotesi di negoziato sottobanco. E’ questa la vera incognita: la possibilità che Abdullah e Ghani, che insieme incarnano tre-quarti delle preferenze, trovino un accordo per spartirsi la torta ed evitare il ballottaggio. In molti, in Afghanistan e fuori, spingono per questa soluzione, per ragioni diverse: perché i Talebani aspettano di colpire nuovamente, dopo aver fallito al primo turno; perché le elezioni costano (pare 100 milioni di dollari) e i soldi scarseggiano; perché una bassa affluenza al secondo turno comprometterebbe il “successo” mediatico del primo, che ha registrato il 60% di affluenza (il 36% donne); e perché gli Stati Uniti hanno fretta di vedere insediato il successore di Karzai, che si è rifiutato di firmare il Trattato bilaterale di sicurezza con gli Usa, dal quale dipende la presenza delle truppe straniere dopo il compimento della missione Isaf, a fine 2014.

Sia Abdullah sia Ghani finora hanno detto di volere il ballottaggio. Ma non è detto che ci ripensino. Nel frattempo, si infittiscono le relazioni con i candidati minori. Da giorni a Kabul si dà per certo che Abdullah abbia ottenuto il sostegno di Rassoul (e dunque della famiglia Karzai), e, pare, anche quello dell’islamista Sayyaf, che porta con sé il 7% dei voti e rappresenta un blocco sociale (quello dei conservatori religiosi) più coeso rispetto alla variegata compagine che sostiene Rassoul. Qualcun altro invece dà per certa la nascita di una coalizione dei candidati pashtun (7 su 8) contro Abdullah Abdullah, il cui bacino elettorale principale è tra i tagiki e gli hazara.

E’ una fase confusa di incontri segreti, colloqui sottobanco, accordi e offerte. In cui tutti parlano con tutti, fidandosi di nessuno. Il terreno preferito del grande imbastitore di alleanze, Hamid Karzai. Che ha appoggiato Rassoul senza però far mancare il suo sostegno agli altri candidati favoriti, Abdullah e Ghani. Entrambi hanno già detto che merita un posto di rilievo, nel prossimo governo. Tutto lascia supporre che sia proprio lui, il vero ago della bilancia.


anche sul manifesto del 29 aprile



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