Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


Presidio contro la guerra a Milano

VIGILIA DIFFICILE PER IL WARGAME DELLA NATO

A TRIESTE DIVISI DA UNA DATA, 1 MAGGIO O 12 GIUGNO?

21 OKTOOBAR, I MISTERI DI MOGADISCIO

CASO BOSIO, LA FARNESINA LO SOSPENDE 8/4/14

MADEINITALY/RANAPLAZA, IL SENATO CHIEDE CONTO 4/4/14

CARO SINDACO TI SCRIVO. I DUBBI SULLA NUOVA MOSCHEA DI MILANO 17/2/14

AL VIA IL "SISTEMA PAESE IN MOVIMENTO" 17/11/13

LA GRANDE MUTAZIONE. AL VIA IL QUINTO SALONE DELL'EDITORIA SOCIALE 31/10/13

ALLA SAPIENZA ASPETTANDO IL 19 OTTOBRE 16/10/13

AMNESTY: DIRITTI AL CENTRO DEL DIBATTITO PARLAMENTARE, MA TRA VECCHI VIZI E TABÙ 27/9/13

MANCONI SUL GIALLO DEL CABLO SHALABAYEVA 21/7/13

ITALIA/KAZAKISTAN, ASPETTANDO ALMA 14/7/13

KAZAKISTAN, MARCIA INDIETRO DEL GOVERNO 13/7/13

ESPULSIONE O RENDITION? LA TRAMA OSCURA DIETRO LA STORIA DI ALMA 11/7/13

UN LABORATORIO MULTICULTURALE ALL'ESQUILINO 2/4/04

Più di cento nazionalità e tutte le religioni in una scuola che è diventata un modello di convivenza. E insegnanti pronti a mettersi in discussione

Irene Panozzo

Venerdi' 2 Aprile 2004
Sara è una ragazzina paffutella, dal grande sorriso simpatico, che frequenta la prima media. Nata in Italia da genitori egiziani, da qualche mese ha deciso di mettere lo hijab, il velo islamico. “All’inizio i miei compagni di classe erano solo molto curiosi, mi chiedevano perché portassi il velo. Gliel’ho spiegato e nessuno ha mai avuto da ridire niente.”
La grande varietà di lineamenti, di colori e di culture, in classi in cui ragazzi italiani sono una minoranza, è ciò che colpisce immediatamente entrando in una delle sedi dell’istituto comprensivo “Daniele Manin” di Roma. Una scuola un po’ speciale, che, dalla scuola materna all’ultimo anno delle medie, riunisce bambini e ragazzi originari di più di cento paesi, ma anche adulti di ogni generazione e di ogni provenienza che frequentano i corsi pomeridiani del centro territoriale permanente per l’educazione degli adulti “Nelson Mandela”. In risposta alla sfida posta dall’arrivo di tanti studenti stranieri, negli ultimi dieci anni la “Manin” ha fatto dell’interculturalità il suo elemento distintivo, dando vita a un esperimento pedagogico e sociologico che ha risvegliato l’interesse di molti, dalle istituzioni locali all’università.
L’inizio di quest’avventura è stato, se vogliamo, un po’ casuale, aiutato in larga misura dalla collocazione territoriale dell’istituto. Essendo situato al centro del quartiere dell’Esquilino, il suo naturale bacino d’utenza è costituito dall’area compresa tra la stazione Termini, il centro con i suoi ministeri e la zona dello storico mercato di piazza Vittorio. Un punto nevralgico della città, che a partire dalla fine degli anni Ottanta si è trasformato diventando il crocevia dell’immigrazione. I figli delle famiglie cinesi, le prime ad arrivare, seguite a ruota da filippini, sudamericani, cingalesi, arabi e molti altri, sono diventati studenti delle scuole dell’istituto. La percentuale di alunni di origine straniera è così cresciuta dal 7% dell’anno scolastico 1992/93 al 35,6% dell’anno 2000/01. Secondo Rossana Garau, professoressa di lettere e di sostegno, “la presenza e la commistione di etnie e generazioni diverse ha trasformato la nostra scuola in un laboratorio interessante, ma non è stato solo questo dato a fare dell’istituto un esempio per altre scuole con problematiche simili”.
Garau è una delle “api operaie” che nell’arco di poco più di dieci anni hanno lavorato sodo per la riuscita di un esperimento didattico importante, che è diventato un modello esportabile. Sono stati anni caratterizzati da una continua ricerca dal basso, incoraggiata e guidata dal preside Bruno Cacco, che, arrivato alla “Manin” nel 1992, si è posto da subito una fondamentale domanda: come aiutare il personale docente e non a rispondere ai bisogni educativi, culturali e umani di ragazzi con background così diversi? La risposta, semplice all’apparenza ma che ha avuto il potere di rivoluzionare l’assetto pedagogico e didattico ereditato dalla tradizione scolastica italiana, è stata di rimettere i professori sui libri, a ristudiare comunicazione e linguistica, per acquistare strumenti nuovi attraverso cui comunicare a studenti così diversi. È stato poi necessario porsi il problema di capire, nel senso più ampio, da che paese provenissero gli studenti, che background sociale e culturale avessero, quali fossero i parametri culturali di riferimento, che tipo di curriculum scolastico avessero seguito fino al momento dell’arrivo in Italia. Il grande punto di forza dell’istituto è stato proprio la capacità di insegnanti e dirigenti di mettere in discussione le proprie conoscenze e certezze, per dare risposte individuali ai bisogni dei ragazzi, una capacità per nulla scontata e derivata anche dalla precedente apertura ai portatori di handicap, fortemente voluta dal preside Cacco fin dal suo arrivo alla “Manin”.
“Gli allievi – ricorda Garau – arrivano in ogni momento dell’anno, spesso senza conoscere l’italiano, e hanno il diritto di essere inseriti subito in un contesto educativo che li accolga”. Certo non è facile e insegnare in queste classi, come puntualizza Brunella Marcelli, “significa prima di tutto imparare. Insegno lettere in una classe in cui c’è un solo ragazzo italiano accanto a un nutrito gruppo di ragazzi cinesi, due etiopi e alcuni cingalesi. Devi studiare strategie che ti consentano di essere chiaro per tutti, in modo che tutti possano apprendere.” Contemporaneamente bisogna aiutare i nuovi arrivati ad ambientarsi, evitando però che si creino gruppi su base etnica troppo chiusi. È un rischio reale, soprattutto dopo che, negli ultimi anni, la comunità cinese ha invaso il quartiere. “I ragazzini cinesi stanno spesso tra di loro – sottolinea Marcelli – il che da un lato è un bene, soprattutto per chi è appena arrivato e trova nei compagni in Italia da più tempo interpreti e mediatori culturali pronti ad aiutarlo, ma dall’altro ostacola un’integrazione e uno scambio continui tra le diverse anime della classe.”
In un istituto così composito, è interessante notare come le diverse religioni convivano senza problemi. Anche in questo ambito la “Manin” ha saputo anticipare e affrontare il problema scegliendo il rispetto e il dialogo come soluzione. E anche nel caso di qualche isolato scontro sui simboli religiosi, i termini della questione sono rovesciati rispetto a quello che uno potrebbe aspettarsi. “Anni fa – ricorda un genitore – al momento di fare il presepe una madre, italiana e atea, ha protestato e si è opposta. Ma gli altri genitori, a partire dagli stranieri, hanno invece voluto che la tradizione religiosa fosse rispettata.” I bambini, poi, pongono ancora meno problemi dei genitori, abituati come sono alla diversità. E Sara conferma quest’apertura. “Il mio velo – dice – non mi causa tensioni in classe. Forse mi sento un po’ a disagio fuori, nelle strade, quando la gente mi guarda. Sono nata in Italia e mi sento italiana, ma il velo mi aiuta anche a ritrovare la parte egiziana della mia identità.”



Powered by Amisnet.org