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Partecipazione inaspettata alle elezioni presidenziali che si sono tenute il 5 aprile in Afghanistan. Chiaro segno che gli afghani vogliono voltare pagina.

Giuliano Battiston

Lunedi' 7 Aprile 2014

Jalalabad (Afghanistan). Uno schiaffo ai Taleban. Alle loro minacce di morte. Al tentativo di sabotare il processo elettorale con sequestri, attacchi multipli, attentati suicidi. Il voto espresso ieri da più di 7 milioni di afghani – il 60 per cento di un corpo elettorale di circa 13 - e rivolto anche ai «turbanti neri». Manda a dire che deve finire il tempo delle armi.

Gli elettori che hanno affollato la maggior parte dei 7.000 seggi distribuiti nelle 34 province afghane mandano un segnale chiaro al paese e alla comunità internazionale: gli afghani sono determinati a voltare pagina. Si tratta di chiudere la parentesi del governo Karzai, al potere dal 2001. Ma anche di togliere ogni legittimità ai gruppi di insorti che usano le armi come strumento di opposizione. I Taleban affermano di aver compiuto oltre mille attacchi e ucciso decine di persone durante la giornata elettorale di sabato, ma sembra una stima molto esagerata. In ogni caso la minaccia di violenze non ha trattenuto gli afghani, che sono andato ai seggi molto più numerosi (2 milioni e mezzo in più) delle ultime presidenziali. L’unica opposizione consentita – sembrano dire gli elettori - è quella esercitata con il dibattito politico, nelle sedi istituzionali e fuori, attraverso i media, che hanno giocato un ruolo fondamentale nel fare conoscere i candidati presidenziali.


Il conteggio sarà lungo, alla Commissione elettorale sono già arrivate denunce di brogli. Inoltre, per molti versi i candidati continuano a rappresentare il passato che si vorrebbe archiviare. Perfino Ashraf Ghani, quello che meglio incarna la volontà di rinnovamento, si è scelto come vice-presidente un ex warlord come il generale Abdul Rashid Dostum, leader del partito Jumbesh-e-Milli.

Eppure la transizione è in atto. Non solo quella militare, dagli stranieri agli afghani, ma quella, più fondamentale, che segna il passaggio da una fase storica a un’altra. Con il voto di ieri si chiude idealmente il lungo periodo storico cominciato negli anni Settanta, che ha visto l'Afghanistan attraversato da conflitti interni e da guerre alimentate dagli interessi stranieri. Un quarto della popolazione al voto, più di metà del corpo elettorale, in un contesto estremamente delicato: è un successo che qui a Jalalabad, capoluogo della provincia orientale di Nangarhar, viene rivendicato con entusiasmo.

«Sono orgoglioso di aver preso parte a questo momento storico», sostiene il 22enne Sharif Shahbeen, giornalista di Enikaas, una radio locale che trasmette nelle province di Nangarhar, Kunar, Laghman. Lo incontro nella sede della radio, ospitata negli uffici dell’Afghan Cable Tv Network, nel cuore del bazar di Jalalabad. Shahbeen si dice stanco ma contento. Stanco per la lunga giornata di ieri, in cui ha dovuto coordinare le corrispondenze dei redattori inviati nei distretti rurali. Contento per aver visto una partecipazione così diffusa al voto. «E’ stato sorprendente per tutti. Per noi, certo, ma credo soprattutto per gli stranieri. Sono arrivati i complimenti di Obama e di tutti gli altri leader. Ce lo meritiamo», dice. La preoccupazione era alta: «In alcuni distretti di Nangarhar nei giorni precedenti alle elezioni i Taleban hanno diffuso la notizia che avrebbero tagliato il dito a chiunque avesse votato», racconta Shahbeen.

Per la Commissione elettorale indipendente il dito macchiato d’inchiostro è un meccanismo anti-brogli: prova che un elettore ha già votato e che non può più farlo. Per i Taleban, è il segno che ci si è venduti al governo fantoccio di Kabul e ai suoi partner, le truppe straniere che occupano il paese. Per Shahbeen, invece, è il simbolo del futuro che verrà: «Abbiamo sofferto troppo in passato. Per questo non abbiamo avuto paura di votare, nonostante le minacce. E’ tempo di cambiare le cose», spiega.

Anche Asif Shinwari si dice «estremamente contento per la giornata di ieri, che è andata benissimo, a dispetto di alcuni attentati». E’ uno dei giornalisti meglio noti e più stimati della provincia di Nangarhar, autore di manuali di giornalismo adottati anche nelle università. Il voto di ieri è «una lezione per il resto del mondo, per chi crede che gli afghani non conoscano altro che le armi, che abbiano una mentalità arretrata», commenta. «Sarebbe ora che la comunità internazionale cominciasse a lasciarci decidere per conto nostro», aggiunge Shinwari, che critica l'eccessivo protagonismo delle cancellerie occidentali nella politica interna del paese.

Mohammad Homayun, direttore dell'Afghan Cable Tv Network – piattaforma che distribuisce in Afghanistan alcuni canali satellitari stranieri – parla di «momento storico» che ha sorpreso perfino lui: «Sono una persona ottimista, ma mai mi sarei aspettato qualcosa del genere, hanno votato ragazzi e adulti, uomini e donne, tutti i settori della società», dice. «Ciò dimostra una cosa fondamentale: l'interesse della gente per il proprio futuro, la capacità di valutare e saper scegliere, il fatto di prendersi cura del bene della nazione». Il giovane direttore di radio Enikaas, Nasratullah Sahib Zada, è il più entusiasta di tutti: «Non so spiegare bene quel che ho provato ieri. E' come se avessi preso parte a un momento cruciale della nostra storia, che verrà ricordato».

Nonostante l'entusiasmo, gli ostacoli verso la stabilità sono ancora molti. «I candidati hanno fatto molte promesse», commenta Sahib Zada: «Alcune non verranno rispettate, questo lo so. Ma se verrà eletto presidente una persona onesta, che rispetta le regole e fa rispettare a tutti la Costituzione, saremo già sulla buona strada». Per tutti, qui l'unico candidato che può soddisfare tali aspettative è Ashraf Ghani. «Lo abbiamo votato perché saprà risolvere i problemi interni e mantenere buoni rapporti con gli stranieri», spiega Sahib Zada. Mentre per Shinwari, l'ex ministro delle Finanze è l'uomo giusto per «risanare l'economia, viste le sue competenze in materia»: conclude: «Non abbiamo più bisogno di chi sa maneggiare le armi, ma di chi sa usare la penna. E lui sa farlo molto bene».


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