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AFGHANISTAN: SIPARIO SU KARZAI?

Si svolgono oggi le elezioni presidenziali che decreteranno il successore di Hamid Karzai. Un bilancio del suo lungo governo, le sfide per il prossimo presidente.

Giuliano Battiston

Sabato 5 Aprile 2014

Jalalabad

La fine della prima, lunga parentesi post-talebana. Il sipario sul governo Karzai, inaugurato nel 2001 con l’occupazione militare. Le elezioni presidenziali che si tengono oggi nelle 34 province afghane segnano una fase di passaggio. Hamid Karzai, l’ex “sindaco di Kabul” che nell’ultimo anno e mezzo ha 'strappato' con gli alleati americani, deve lasciare l’Arg, il palazzo presidenziale. La Costituzione gli impedisce un terzo mandato e interrompe 13 anni di potere e crescente influenza. Il successore – che sia il suo uomo Zalmai Rassoul, il tecnocrate e già ministro delle Finanze Ashraf Ghani Ahmadzai, lo storico rivale dell’Alleanza del nord Abdullah Abdullah – gli porterà via il potere formale. Non quello informale, tessuto in anni di sapiente dosaggio di incarichi, prebende, ministeri, percentuali. Dietro di sé lascia un paese ancora fragile e sotto occupazione. E un governo screditato.

Per la maggioranza degli afghani Karzai è infatti il simbolo di un governo corrotto, ingiusto, forte con i deboli e debole con i forti. Subalterno agli stranieri. Per rifarsi un’immagine Karzai ha posticipato la firma del trattato bilaterale di sicurezza con gli Stati Uniti da cui dipende la presenza dei soldati stranieri anche dopo la fine del 2014, quando si concluderà la missione Isaf della Nato. Lascerà la patata bollente al prossimo presidente. Degli 8 candidati rimasti in corsa, 7 hanno assicurato che firmeranno: gli americani potranno rimanere per altri dieci anni (si dice 8/12.000 uomini), la Nato potrà cominciare la nuova missione di addestramento delle forze afghane, Resolute Support, su cui l’Italia ha già dato ampie disponibilità. L’unico candidato non in linea è Qutbuddin Helal. Ma la sua è una candidatura di disturbo: rappresenta il partito radicale islamista Hezb-e-Islami di Gulbuddin Hekmatyar, che dopo anni di opposizione armata continua a volere il ritiro delle truppe straniere. Militarmente indebolito, l’Hezb-e-Islami prova la carta politica.

Il principale partito di opposizione mantiene invece il punto: i Talebani considerano le elezioni una farsa, voluta e condizionata dagli americani. Con un comunicato dell’Emirato islamico d’Afghanistan, hanno minacciato gli afghani al voto, i membri dell’Independent Electoral Commission che gestisce la macchina elettorale, soldati e poliziotti che vigileranno nei seggi (circa 100.000), i candidati. I barbuti fanno sul serio: nelle ultime due settimane ci sono state carneficine a Maimana, Jalalabad, Kunduz. A Kabul gli insorti sono riusciti a entrare al Serena Hotel: 8 i morti, tra i quali il noto giornalista afghano Sardar Ahmad, dell’agenzia France-Press. Ieri nella provincia orientale di Khost a finire sotto tiro sono state due giornaliste: Anja Niedringhaus, 48, fotografa tedesca dell’Associated Press è morta. La collega Kathy Gannon, giornalista con un’approfondita conoscenza dell’Afghanistan, è in gravi condizioni. A sparargli, un uomo che indossava l’uniforme militare, il comandante Naqibullah. Si trovavano all’interno del compound militare nel distretto di Tani, fuori città, mentre seguivano un convoglio che trasportava materiali elettorali.

L’obiettivo dell’attacco al Serena Hotel erano proprio gli osservatori internazionali. I membri dell’Osce e dell’Asian Foundation for Free Election (Anfrel) hanno fanno le valigie pochi giorni dopo. Ancora non è dato sapere se rientreranno in Afghanistan. Rimane lo staff della missione di monitoraggio dell’Unione europea. Visto che molte aree rurali sono controllate dalle forze anti-governative (specie nelle province meridionali e orientali a prevalenza pashtun), sarà comunque impossibile controllare i 6.775 seggi elettorali (il 41% destinato alle donne). Anche per questo nessuno si aspetta elezioni regolari. Ogni candidato accusa l’altro di voler comprare il voto. Tutti sanno che ognuno lo farà. Chi più chi meno. Chi meglio chi peggio. L’osservato speciale è Zalmai Rassoul, per 8 anni consigliere per la sicurezza nazionale di Karzai e dal 2010 al 2013 ministro degli Esteri. E’ il Medvedev di Karzai, che come Putin cerca un “ponte” per ripresentarsi al prossimo giro elettorale. Ashraf Ghani, che nel 2009 racimolò un misero 2,9%, macina consensi. Dalla sua ha il generale uzbeco Dostum, l’uomo da tre milioni di voti (sui 13 milioni circa di votanti stimati). Il tajiko Abdullah Abdullah si è scelto un vice pashtun come Mohammad Khan, legato all’ala politica dell’Hezb-e-Islami, per rafforzarsi nel sud/sud-est del paese e un secondo vice hazara, Mohammad Mohaqeq, per le zone centrali. Tutto lascia presagire un ballottaggio.

Chiunque ne uscirà vincitore dovrà fare i conti con un processo di pace che stenta a decollare; un’economia per il 90% dipendente dagli aiuti internazionali; l’interferenza dei paesi vicini. E con il ricatto dell’alleato a stelle e strisce: senza la firma del trattato bilaterale, via i 4 miliardi di dollari l’anno per finanziare le forze di sicurezza afghane (350.000 uomini); via i 16 miliardi di aiuti civili fino al 2016, stabiliti nella conferenza di Tokyo. Il successore di Karzai firmerà quel trattato. L’Afghanistan resterà sotto il tallone degli occidentali, rinunciando a ritrovare il proprio spazio nell’orbita asiatica.


anche sul manifesto del 5 aprile.



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