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Un paese stufo della guerra, una società stretta tra notabili corrotti e strapotere delle milizie private. Un'economia dipendente dagli aiuti internazionali. Sullo sfondo, il prossimo ritiro delle truppe occidentali, i Taleban, le nuove minacce di conflitto. Reportage da Kunduz per "pagina99"

Giuliano Battiston

Giovedi' 3 Aprile 2014


KUNDUZ

«Programmi politici? Non ne ho sentiti. Idee per ricostruire il paese? Solo slogan». Marzia Rostami è delusa dalla campagna elettorale che si è conclusa ieri a mezzanotte in Afghanistan, due giorni prima delle elezioni presidenziali di sabato 5 aprile con cui verrà scelto il successore di Hamid Karzai, al potere dal 2001. «Avrei voluto sentire proposte concrete», dice a pagina99 la signora Rostami, direttrice dell’organizzazione non governativa Women and Youth for Peace and Development: «Invece niente. Niente sull’economia, niente sull’istruzione per i nostri figli, niente sul processo di pace. I candidati hanno fatto solo promesse o ricordato i loro meriti passati. Ma a noi servono idee per il futuro».

La delusione di Marzia Rostami, persona energica e senza peli sulla lingua che con la sua associazione promuove i diritti delle donne e dei bambini, è condivisa da molti qui a Kunduz, capoluogo dell’omonima provincia settentrionale, a circa 60 chilometri dal confine con il Tajikistan. Molti si dicono delusi per la povertà dei programmi degli otto candidati alla presidenza, per la loro scarsa concretezza. Eppure, molti non rinunciano al voto: «Karzai è stato al potere troppo a lungo. Ha accumulato denaro e influenza a livello personale, senza riuscire a trasformare il paese come avremmo voluto. Per questo andrò a votare: per cambiare le cose», argomenta Hedayatullah Haqmal, il giovane preside della facoltà di legge e scienze politiche dell’Università provinciale di Kunduz. Haqmal è convinto che l’80 per cento dei circa 950.000 mila abitanti della provincia sia intenzionato a votare: «Il restante 20 per cento crede che le elezioni siano una farsa, che siano inutili, perché a scegliere il vincitore saranno comunque gli americani».


Anche lui attribuisce molta importanza al fattore “straniero”: «In questi anni l’Afghanistan è stato sotto tutela internazionale. Continuerà a esserlo. Molti paesi stranieri sostengono questo o quel candidato. L’Arabia Saudita sostiene Abdul Rasul Sayyaf [il leader del partito islamista Ittehad-al-Islami, ndr], Iran e Pakistan finanziano Abdullah Abdullah. Gli americani provano invece a giocare su più tavoli, in attesa di vedere chi ne uscirà vincitore». Come molti afghani anche Haqmal sospetta delle intenzioni dell’amministrazione statunitense, ritiene che stia servendo i propri interessi e non quelli afghani, che faccia il doppio gioco con i Taleban, che ambisca a installare basi militari nel cuore dell’Asia: ma pensa che sia comunque un «male necessario», perché senza l’accordo con gli americani «il paese andrà a rotoli in poco tempo».

Dal trattato bilaterale di sicurezza tra Kabul e Washington dipende la presenza dei soldati stranieri in Afghanistan dopo la fine della missione Isaf-Nato, nel dicembre 2014. La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato insistono da tempo affinché Karzai firmi il trattato, che a novembre aveva ricevuto l’approvazione della Loya Jirga, l'organismo consultivo di 2.500 membri che dovrebbe dare rappresentanza al complesso mosaico politico ed etnico afghano. A sorpresa però Karzai non l'ha voluto firmare, chiedendo un impegno maggiore degli Stati Uniti sul processo di pace. Lo scorso luglio l’apertura dell’ufficio politico dei Taleban a Doha, in Qatar, aveva fatto sperare gli osservatori internazionali: ma Karzai, sentendosi scavalcato anche in questo da Stati Uniti, Germania e Qatar, si è tirato fuori, rivendicando un peso maggiore nelle discussioni con i “tubanti neri”. Da allora, lo stallo è quasi completo.


La firma è soltanto rimandata, l'ostruzionismo di Karzai sul trattato bilaterale è temporaneo. Degli 8 candidati alla presidenza, solo il rappresentante del partito radicale Hezb-e-Islami ha espresso qualche riserva. Tutti gli altri si sono affrettati a rendere pubblica la loro disponibilità immediata alla firma, una volta eletti. In particolare i tre favoriti: il tecnocrate Ashraf Ghani, già alto funzionario della Banca mondiale e ministro delle finanze; l’ex ministro degli esteri e consigliere per la sicurezza nazionale Zalmai Rassoul, che tutti considerano il “Medvedev” di Karzai; il leader dei tajiki dell’Alleanza del nord Abdullah Abdullah, principale sfidante di Karzai alle presidenziali del 2009. Tutti e tre sulla stessa lunghezza d’onda: sì al trattato, perché ne va del futuro del paese.


Le ragioni sono prosaiche: senza quella firma, gli americani hanno minacciato di tagliare i fondi. Alla conferenza di Chicago del maggio 2012 la comunità internazionale si è impegnata a sborsare 4.1 miliardi dollari all’anno per sostenere le forze di sicurezza afghane, che oggi contano 350.000 uomini (tra polizia, esercito, forze speciali, servizi segreti). Buona parte dell’impegno finanziario, 2.5 miliardi annui, sarà a carico degli Stati Uniti, che però vincolano il pagamento alla firma del trattato. Senza, svanirebbero anche i 16 miliardi di dollari in aiuti civili da qui al 2016 promessi alla conferenza dei donatori che si è tenuta a Tokyo nel luglio 2012. Il contraccolpo sarebbe fatale. Secondo la Banca mondiale l’economia afghana si regge per il 90-95% sugli aiuti della comunità internazionale. E la storia insegna che con il ritiro dei soldati viene meno anche la disponibilità per le attività civili. Già oggi, a pochi mesi dalla fine del2014, i rapporti della Banca mondiale registrano un calo preoccupante: cresciuto al ritmo del 9-10% annuo, dalla metà del 2013 il Pil afghano si tiene sul 3%.


«Per questo, qualunque sia il futuro presidente, firmerà l’accordo con gli americani», afferma con sicurezza Jawad Aiazy, responsabile per la provincia di Kunduz dell’Afghan Civil Society Forum Organization, la più estesa rete di associazioni della società civile del paese. Aiazy fa parte di quel mondo circoscritto ma influente – la società civile – che vive perlopiù grazie al sostegno degli stranieri. Con gli stranieri lavora, collabora, discute. Di loro però neanche lui si fida. Specie degli americani, perché «sostengono i Taleban, anziché combatterli. Se lo avessero fatto davvero oggi sarebbero sconfitti». La tenuta militare dei Taleban, ancora forti in molte zone del paese soprattutto orientali e meridionali, non lo convince: oggi sul terreno ci sono circa 50.000 soldati stranieri, di cui 33.000 a stelle e strisce, ma durante i periodi di impegno maggiore sono arrivati fino a 150.000. «Tutti quei soldati ben armati non sono riusciti a sconfiggere poche migliaia di Taleban. Non è strano?», chiede Aiazy, che dà voce a un sospetto molto diffuso tra gli afghani di tutte le estrazioni sociali.


I Taleban hanno annunciato che faranno di tutto per impedire lo svolgimento delle elezioni. Ma Aiazy non sembra preoccupato: «In questa provincia la loro presenza è limitata. Mi preoccupano molto di più le arbaki, le milizie locali».


«Qui a Kunduz ci sono due tipi di potere: quelle formale, istituzionale, legale, e quello informale e illegale. Le arbaki fanno parte di questo secondo tipo», spiega Taib Zundai, responsabile regionale del Center for Peace and Evaluation Unity, ente che conduce ricerche e promuove iniziative per la risoluzione non-violenta dei conflitti. «Sono milizie volute dal governo per liberare dai Taleban alcune zone. Qui a Kunduz operano in collaborazione con le forze speciali americane. Il governo ne ha registrate due, ma da quando il programma è stato lanciato nel 2009 c’è stata una proliferazione incontrollata. Oramai i peggiori delinquenti hanno la loro milizia personale: uccidono, stuprano, sequestrano persone, senza che nessuno possa fare niente», racconta Zundai.


«Nel solo distretto di Qanabad ci sono 6000 uomini armati che fanno parte di diverse arbaki, a fronte di 200 poliziotti», spiega Habibullah Shinwari, che lavora insieme a Jawad Aiazy per l’Afghan Civil Society Forum Organization. «Hanno ricevuto soldi da tutti i candidati, per raccogliere voti o impedire l’affermazione di un altro candidato. In alcuni distretti è così che funzionano le cose». A raccogliere i voti, spiega ancora Taib Zundai, ci pensano anche i vari comandanti locali, i leader tribali o comunitari, «pagati per portare quanta più gente possibile ai comizi elettorali e assicurare un certo numero di voti. Affittano le macchine, organizzano il trasporto, il pranzo. E aspettano la ricompensa futura, oltre ai soldi già ricevuti».

Tra i poteri informali più influenti della provincia ci sono quelli di Nabi Gechi e di Mir Alam. Entrambi ex combattenti nella guerra contro le forze di occupazione sovietiche, i due mujaheddin nel corso degli anni hanno dato vita a network di potere solidi e pericolosi. E molto ambiti: «Mir Alam dispone di 2 o 3000 uomini armati. Conta più dello stesso governatore. È l’uomo che tutti temono e molti cercano. Sta facendo propaganda elettorale per Abdullah Abdullah», spiega Jamaluddin Saberi, ricercatore in Scienze politiche all’università privata Salam. In città le cose funzionano diversamente che nelle aree rurali, aggiunge, «perché si è liberi di scegliere il proprio candidato».

Un altro elemento però potrebbe ridurre la partecipazione al voto, in città come nelle campagne: il disincanto. «Noto due sentimenti contrapposti», dice ancora Saberi: «Una forte voglia di cambiare le cose, partecipando al voto, ma anche la percezione che niente cambierà, con questi leader. Negli anni passati abbiamo avuto aspettative molte alte, e sono rimaste deluse».

Marzia Rostami dell’organizzazione Women and Youth for Peace and Development incarna bene questo disincanto, ma eserciterà comunque il suo diritto al voto. «Non si tratta di cambiare leader, presidente o ministri, ma la mentalità. In Afghanistan regna ancora la mentalità ‘guerriera’. Alcuni candidati hanno sostenuto che se non saranno eletti torneranno a prendere le armi, perché vorrà dire che ci sono stati dei brogli. In questo modo non si fa che incoraggiare la gente al conflitto. Siamo stufi della guerra». Anche per Shinwari non è più tempo di ricorrere alle armi: «L’idea che a causa dei risultati delle elezioni si possa tornare sulle montagne a combattere ci riporta indietro di 20 anni. Nessuno ha nostalgia di quei tempi. Davvero nessuno».


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