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IL MONDO VISTO DA UNA SEDIA A ROTELLE

Il 29 e 30 marzo a Roma è andato in scena lo spettacolo "Il Signore a rotelle", tratto dal libro di Attilio Spaccarelli "Troppe scale!", recensito dal nostro Giuliano Battiston

Giuliano Battiston

Domenica 30 Marzo 2014
Rare ma preziose amicizie; parenti che ci sono vicini solo a parole; amori, tradimenti tentati o solo immaginati; il sesso inteso come “sentimento, esperienza, fantasia, voglia di giocare”; un lavoro che mortifica e abbrutisce, anziché nobilitare. E’ la storia di una vita simile a tante altre, quella raccontata da Attilio Spaccarelli in Troppe scale! (A&B editrice, p.176, euro 15). Ma vissuta da un punto di vista molto particolare: quello di chi vede il mondo, gli altri e se stesso da una sedia a rotelle.

Era il 1978, l’autore e protagonista di questo libro aveva 32 anni, quando gli è stata diagnosticata “una demielinizzazione del sistema nervoso, in pratica la sclerosi multipla”. Da allora, la malattia è 'progredita' e la carrozzina è diventata per Attilio Spaccarelli “un scatola magica, piena di sorprese”, “così importante da rappresentare la tua mobilità, così duttile da rappresentare un sanitario”. Ma la carrozzina è anche un oggetto con cui flirtare, un prisma attraverso il quale giudicare il mondo degli “apparentemente normodotati”. Più che un libro - ironico e divertente - sulle disavventure picaresche di chi vive “per conto terzi”, sulle difficoltà di chi ha bisogno di assistenza “per compiere qualsiasi cosa, incluse le principali funzioni e azioni quotidiane quali lavarsi e vestirsi, alzarsi e andare a letto”, quello di Spaccarelli sembra infatti un trattato narrativo sul libero arbitrio.

Come ricorda l'autore, il dizionario Zingarelli definisce il libero arbitrio “come la facoltà di giudicare e operare liberamente le proprie scelte e la propria volontà”. Quando si vive per “conto terzi”, la facoltà “di esercitare una scelta o la propria volontà non sempre può essere soddisfatta o può esserlo solo in maniera parziale”, ma la facoltà di giudizio rimane intatta. Ed è quella che l’autore non smette mai di esercitare. Perché se è vero che su una sedie a rotelle ci si sente un po’ come “un bambino, sempre sotto osservazione, spesso alla mercé delle altrui decisioni”, quel “bambino” non rinuncia mai a un giudizio ironico e sarcastico.

L’elenco dei personaggi presi di mira dall’autore è lungo, diviso per categorie. Ci sono i suoi assistenti, come Roger, Joeffrey, Lary e Rodrigo (“soprannominato Logodrigo per la sua loquacità”), capaci di dimenticarsi del loro assistito non appena la divinità (il telefonino) li chiama: “mettiti pure l’anima in pace che ti puoi pisciare addosso…nei confronti della divinità non c’è rivalità, solamente sottomissione”. Ci sono i guaritori, i pranoterapisti bergamaschi dalle presunte doti miracolose, i vecchi attori riciclati come taumaturghi, i preti-esorcisti e i buddhisti votati alla preghiera terapeutica. Ci sono i parenti, come la zia Dedè, che annuncia una visita soltanto per smentirla subito dopo. Ci sono i colleghi in banca, dalle 'belle statuine' ai direttori ipocriti fino ai molestatori di professione.

E poi ci siamo noi. Noi che aggiungiamo alle barriere architettoniche “indifferenza, prevaricazione, inettitudine, egoismo, insensibilità” o goffaggine. Alle volte assumiamo il volto di quell’anonimo tassista che, di fronte al passeggero sulla sedia a rotelle, si rivolge preoccupato non a lui, “apparentemente l’unità deficiente”, ma a chi lo accompagna, “l’assistente, l’unità efficiente”: “Che fa, me lo lascia qua?...Lei non viene?”. Altre volte siamo parte di quel gruppo che, preso da frenesia collettiva, prova a rialzare il malcapitato finito a terra dalla carrozzina: “i più svelti riescono a impossessarsi di un arto, lo tirano e non lo cederebbero mai per nessun motivo, i ritardatari si aggrappano a ciò che rimane, anche solo per un ricordo; gli esclusi si consolano elargendo ordini”, così che alla fine “il giubbino è infilato solo a un braccio, la sciarpa avvolta intorno alla testa, il guanto sinistro infilato a destra e viceversa, la canottiera tutta arrotolata e la camicia fuori dai pantaloni…”. E a ben vedere sono proprio le camice fuori dai pantaloni, i capitomboli fragorosi, le avventure sportive minacciate dall’incontinenza a rendere così godibile la narrazione di Spaccarelli. Perché rivelano un’ironia che viene usata non solo per demistificare il mondo, rivelandone gli orrori quotidiani, ma anche per riconoscere la stessa vulnerabilità del protagonista. Così simile a quella di tutti noi.

Al Teatro Gianelli di Roma è debuttato ieri Il Signore a Rotelle. Tratto dal libro di Attilio Spaccarelli, lo spettacolo – per la regia di Lisa Colosimo e Stefania Papirio - è un'autoproduzione dell'associazione culturale ItinerArte e rientra nelle attività del “Progetto Spacca”, che mira “a chiedere l'abolizione di ogni ostacolo che limiti il normale svolgersi della vita di una persona sulla sedia a rotelle”. Tra i partner dell'iniziativa, molte associazioni locali e il Municipio VII di Roma Capitale.

anche su L'Unità del 30 marzo



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