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AFGHANISTAN 2014. DIARIO ELETTORALE (6)

Da venerdì 21 marzo, con il nostro Giuliano Battiston seguiamo la campagna elettorale afghana, il voto per il nuovo presidente e, nei giorni successivi, seguiremo i risultati e le reazioni.

Giuliano Battiston

Domenica 30 Marzo 2014
Kunduz-Faizabad 30 marzo

Non è stato facile lasciare i ragazzi dello staff del Kunduz hotel. Scalcagnati, poco professionali, ma sempre sorridenti e generosi. Ieri sera abbiamo mangiato insieme, divorando due polli in pochi secondi. Ci ha poi raggiunto Khaluddin Dawlat, che ha insistito per fare una foto insieme, così da postarla su facebook (da queste parti uno straniero è cosa rara). Khaluddin lavora per una organizzazione non governativa. Ha una faccia così simpatica da conquistarti subito. Un viso buffo e plastico che sembra di gomma. E’ un bravo ragazzo, dicono tutti di lui, qui a Kunduz. Eppure non disdegna qualche scorrettezza: gli chiedo delle elezioni presidenziali come faccio con tutti - piccoli e grandi, mullah e aspiranti bevitori di vino - e con ingenuità disarmante mi mostra la tessera elettorale, senza la quale non si è ammessi al voto. Poi ne mostra un’altra. Poi un’altra ancora. Infine un’altra. 4 tessere elettorali. 4 voti anziché uno. Se tutti facessero come lui, la comunità internazionale potrebbe brindare alla grande partecipazione del popolo afghano alle elezioni del 5 aprile. Mi sarebbe piaciuto saperne di più di lui e dei suoi “traffici elettorali”, ma a un tratto si è accorto di aver detto ciò che non si deve dire. Ha cambiato discorso.

Il giorno dopo, al mattino, ho lasciato Kunduz per Faizabad. Ancora una volta con un taxi collettivo. Una Toyota corolla con 5 passeggeri e un autista dal sorriso smagliante, gli occhi azzurri, i capelli impomatati e una parlantina fitta fitta da togliere il respiro. Tra i passeggeri, un vecchio con la barba e tre ragazzetti dalla faccia furba. Avevano fatto compere a Kunduz, dove le cose costano meno che a Faizabad. Kunduz è collegata al nord a Dushanbe (Tajikistan), a sud con Kabul e a ovest con Mazar-e-Sharif. E’ un centro di passaggio. Faizabad invece è all’estremità nord-orientale del “grande impero” afghano, a pochi passi con il Tajikistan più povero.

Molti commercianti del bazar di Faizabad fanno spesso la spola fino a Kunduz. I 500 afghani (6,5 euro circa) del viaggio si recuperano rivendendo a prezzi più alti le cose acquistate a Kunduz. E poi oggi occorrono soltanto 4 ore di macchina. L’ultima volta che ero capitato da queste parti venendo proprio dal Tajikistan era nel 2009. La strada - pessima - era in costruzione. Oggi è liscia come l’olio, almeno per gli standard afghani. E’ una delle più sicure del paese e anche delle più belle.

Da Kunduz a Taloqan, a circa un’ora di tragitto, si procede in pianura, immersi nei campi coltivati, di un verde brillante in questo periodo. Si costeggiano canyon scavati dai fiumi, protetti da basse montagne accartocciate su se stesse, dove il colore orca si mischia al verde intenso e al rosa degli alberi in fiore. Nei campi, pastori con le greggi di pecore, mucche, bambini a dorso di asino. Sui bordi della strada, bambine che escono da scuola, donne che tornano verso casa, custodite dal burqa. Superata Taloqan, la strada comincia a salire e scendere, di nuovo a salire con una serie di curve dolci, per poi aprirsi sulle cime innevate che indicano il Badakhshan, una delle province più povere del paese, di cui Faizabad è capoluogo. L’unico checkpoint è proprio al confine tra la provincia di Kunduz e quella di Badakhshan. I poliziotti conoscono l’autista e gli fanno cenno di passare, altrove gli chiederanno qualche soldo.

Più ci si inoltra nel Badakhshan e più si ritrova l’Afghanistan contadino, l’Afghanistan povero e contadino. L’Afghanistan che riesce a vivere senza elettricità (a Faizabad c’è soltanto per 4-5 ore al giorno), ma che non riuscirebbe a farlo senza gli asini. Animali preziosi come la vita. Se ne vedono tanti anche a Faizabad. Eppure la città è cambiata molto, negli ultimi anni. Shar-e-now, la città nuova, ha conquistato posizioni. Qualche nuovo ponte collega Faizabad ai distretti oltre il fiume. Una volta saliti nella parte alta, nella città vecchia, il colpo basso: il bazar non c’è più. Al posto di quella stretta via sui cui lati si affacciavano le botteghe di legno, un’ampia strada, sterrata per ora, ma talmente larga da aver rotto l’equilibrio del luogo. Rimane il ponte sotto al quale si tiene il mercato del bestiame. E rimane la guesthouse della cooperazione tedesca (GIZ), anche se vuota: con il 2014 che si avvicina perfino i tedeschi – che qui hanno fatto cose importanti, sostengono i badakhshì, con “poche chiacchiere e molto pragmatismo” – stanno tirando i remi in barca.

Vengono a trovarmi Khooshqadan Osmani e Wahidullah Haidari. Il primo fa il giornalista. L’altro insegna letteratura dari in una scuola superiore. Osmani è anche uno dei candidati per il rinnovo del consiglio provinciale. In città, ogni tanto spunta qualche suo poster elettorale. Ma sono pochi, e piccoli. Niente in confronto a quelli dei notabili della città. Tra questi c’è Abu Aman. Oggi è un signore con la barba lunga e bianca, vestito da dignitario, lo sguardo un po’ annacquato dei vecchi. Si è fatto la reputazione come muhajed, poi come religioso, infine come politico. E’ stato senatore, capo della sezione provinciale dell’Alto consiglio di pace (l’ente governativo che ha il compito di negoziare con i barbuti), capo della Shura-e-ulema (il consiglio dei religiosi). E' candidato alle provinciali. E uno dei sostenitori più accaniti del candidato presidente Abdullah Abdullah. Come lui tajiko, e come lui membro del Jamiat-e-Islami. Abu Aman dice che se Abdullah non dovesse vincere (per lui è scontato che vinca) i Jamiati prenderanno le armi. Perché Abdullah è il presidente che tutti gli afghani vogliono. L’equazione è semplice per lui: se Abdullah non sarà eletto, sarà a causa di brogli.

Abu Aman dice cose interessanti, su cui varrà la pena tornare. Molto meno interessante l’intervista con un altro religioso, il mawlawi Ziahuddin, anche lui membro della Shura-e-ulema. Ha gli occhi grandi e un po’ invasati, il sorriso mantiene una certa spontaneità. Abita in campagna, a 6 km da Faizabad e due passi dall’università, in una casa semplice. Nel cortile scorazzano galline e agnellini. Lo intervisto, ma è reticente. Bisogna tirargli fuori le risposte con le pinze. Si sbilancia solo sull’accordo con gli americani, che non gli piace. Sostiene che andrà a votare, ma non dice per chi. “Ancora non sono convinto”. Uscendo di casa, su un davanzale noto un volantino elettorale di Sayaf, il candidato che rappresenta il conservatorismo religioso.

La delusione per l’intervista svanisce di fronte allo spettacolo maestoso del gran finale del buzkashi di Faizabad, un evento che si tiene due sole volte all’anno. Migliaia di persone si accalcano su una collina che domina un grande spazio di terra battuta. Altre sono accovacciate sulle mura che ne delimitano il perimetro. Al centro, i giocatori a cavallo. Oggi è l’ultimo di dieci giorni di competizione. 10 i distretti coinvolti. 2 le squadre a fronteggiarsi. Migliaia i dollari messi in palio, oltre alla fama e al prestigio. Questa volta a conquistare il vessillo blu è la squadra del distretto di Argo. I vincitori a cavallo si fanno travolgere dalla folla. Girano per gli spalti. Tornano a rivendicare l’entusiasmo dei fan. Poi, dopo l’ennesimo giro, si allontanano. Tornano in campagna. A dorso dei cavalli.

I sostenitori salgono sui camion, gonfi di gente. Io punto in direzione opposta, verso la città vecchia. Lì mi fermo in una chaikhana (sala da tè) della piazzetta principale. E’ al secondo piano, un ottimo punto di osservazione. Entro in sala. Passo inosservato. Un uomo col pakul in testa e la barba nera come il carbone sta tenendo una specie di comizio. Critica tutti i candidati alla presidenza tranne uno, Abdullah. Gli altri lo ascoltano silenziosi, annuendo con la testa e scambiandosi sguardi complici. Poi si alzano uno a uno. Si levano le sciarpe dal collo e le stendono. Fanno segno di unirmi a loro. Si aspettano che preghi con loro. “Sono uno straniero”, farfuglio. Sono un po’ increduli. Poi cominciano a pregare. Io li guardo, in un angolo.


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