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AFGHANISTAN 2014. DIARIO ELETTORALE (5)

Da venerdì 21 marzo, con il nostro Giuliano Battiston seguiamo la campagna elettorale afghana, il voto per il nuovo presidente e, nei giorni successivi, seguiremo i risultati e le reazioni.

Giuliano Battiston

Sabato 29 Marzo 2014
KUNDUZ- venerdì 28 marzo

Quando cala il sole il Kunduz hotel assume un aspetto spettrale. Negli ampi corridoi bighellonano solo i ragazzi dello staff, pronti a sfottersi e inseguirsi. Il più piccolo, Sami, è il bersaglio da tutti preferito. Lui sta al gioco e rilancia divertito. Alle 18.30 bussano alla porta. Mi trovo davanti un omone con la barba brizzolata. E’ il capo della Nds, la National Directorate of Security, i servizi segreti che qui sono un po’ meno segreti che altrove. Dietro di lui, gli uomini armati. “La solita storia”, penso: con un paio di giorni di ritardo le forze di sicurezza si accorgono di uno straniero che scorazza per la città. Poco abituati, quasi increduli, vanno a controllare. A volte finisce bene, con una pacca sulle spalle e tante scuse. Altre volte meno. Come quella volta a Farah, nel sud-ovest del paese, quando in piena notte mi tirarono fuori - “per motivi di sicurezza” - da una stanza offerta dal direttore dell’ospedale provinciale.

Qui a Kunduz scopro che è tutt’altra storia. Sono venuti a controllare che l’unico cliente dell’hotel sia in regola. Che non sia una minaccia. E’ in arrivo un pezzo grosso: Gul Agha Sherzai. Già governatore della provincia di Kandahar e, fino a poche settimane fa, di quella di Nangarhar (al confine con il Pakistan), Sherzai è uno dei personaggi politici più conosciuti del paese. E anche uno dei più criticati. E’ accusato di aver trafficato armi, droga, di aver fatto accordi sottobanco con i Talebani quando era governatore di Kandahar, di essersi intascato milioni di dollari con le tasse sui traffici transfrontalieri con il Pakistan, da wali di Nangarhar. Lui ha sempre negato. Ma le accuse sono aumentate di anno in anno. Così come il suo peso politico. Cresciuto a tal punto che ha rassegnato le dimissioni pur di presentarsi alle presidenziali. Non vincerà, questo è certo. Ma potrà vendersi al miglior offerente, per il ballottaggio (probabilmente tra Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani).

Il suo arrivo al Kunduz hotel provoca uno sconquasso. I ragazzi dello staff, abituati alla letargia, schizzano da tutte le parti. Ufficiali dell’esercito, della polizia e della Nds si alternano, facendo su e giù tra il primo e il secondo piano. Arrivano degli anziani signori con dei turbantoni in testa, da pashtun doc. Si mettono in fila, l’uno dietro l’altro ad aspettare l’uomo-buldozer, come viene soprannominato (e il buldozer è il suo simbolo elettorale). Gul Agha Sherzai arriva su una jeep bianca sulle cui fiancate fanno bella mostra due manifesti elettorali con il suo faccione ben pasciuto. Si avvia verso l’ingresso dell’hotel, riceve un mazzo di fiori. Entra e dispensa molte strette di mano e qualche abbraccio. Sale al primo piano portandosi dietro una scia di persone. Nella sala conferenze concede qualche battuta al pubblico, poi dà l’arrivederci a domani, per il gran comizio.

Sherzai e gli uomini del suo staff vanno via. Rimangono tutti gli altri. Aspettano la cena. Gentilmente offerta dalla ditta. Ci sono sostenitori venuti fin da Kabul. Businessmen che lo rispettano “perché ha ricostruito la provincia di Nangarhar e saprà ricostruire l’intero paese”. Fanno finta di credere nella sua vittoria. Sanno che non ha chance. E che la sua partita si gioca tutta al secondo turno, quando potrà offrire un bel pacchetto di voti al migliore offerente in cambio di un ministero. Finita la cena, tutti a casa. In albergo rimane qualche ospite. E una nutrita schiera di militari. “Noi stanotte non dormiamo”, dicono rassegnati.

KUNDUZ, sabato 29 marzo,

I giornalisti di Ariana tv hanno perso di vista il candidato. “E’ dal governatore di Kunduz, andiamo!”. “No, no, sta andando al Pamir hotel per il comizio”. Al Pamir Hotel Sherzai ancora non c’è. La sala è semivuota. Qualche decina di persone e i molti volontari che gli organizzano la campagna elettorale. Ne incontro due, entrambi di Jalalabad, che sono qui a Kunduz da una ventina di giorni. Sono venuti in anticipo per assicurare che la sala si riempia. Nel nord Sherzai è debole. Anche qui a Kunduz. I sostenitori vanno trovati con ogni mezzo. Gli si organizza il viaggio dai villaggi, in cambio di qualche spicciolo e di un pranzo assicurato. Prima però dovranno sorbirsi il comizio. Qualcuno dovrà perfino sventolare dei cartelli che inneggiano a Sherzai.

Quando la sala è gremita, arriva il buldozer. Prima di lui, parlano i notabili locali, i leader comunitari e religiosi. Poi è il suo turno. Il dito puntato verso il pubblico, Sherzai alterna accuse a Karzai e agli altri contendenti con battute ben piazzate. Il pubblico applaude e ride. Lui suda e ingrana la marcia. “Il governo Karzai è corrotto”, urla. “Zalmai Rasoul e Ashraf Ghani sono sostenuti dai russi e dagli iraniani”. Rivendica di essere un uomo semplice, che si è fatto da solo. Di aver sempre vissuto in Afghanistan, di essere legato alla sua terra, di rispettare tutte le etnie e di volere una patria forte e indipendente. Proprio come lui. Ogni tanto qualcuno del giro più stretto sale sul palco, gli ruba il microfono con una mossa concordata e lancia lo slogan sicuro: “Nari Takbi – Allah Akbar”.

Il comizio si chiude tra grandi applausi e turbanti poggiati sulle teste di alcuni sostenitori. Sherzai sale al piano superiore, dove sono segregate le donne e i bambini. Anche lì viene accolto trionfalmente, mentre il pubblico è invitato a raggiungere la sala da pranzo. Tutti corrono. Si forma una ressa. Noi siamo invitati al piano superiore. Dopo pranzo ci sarà l’intervista, concordata il giorno prima con il suo consigliere politico, che non lo perde di vista un attimo. Appena ci vede, Sherzai non si trattiene: “Karzai? Un figlio di puttana”….
il resto alla prossima puntata


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