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A pochi giorni dalle presidenziali, nessuno pensa ai programmi politici: quello che conta sono le appartenenze etniche (pashtun, tajiki, uzbeki, hazara) e le possibilità di frode

Giuliano Battiston

Sabato 29 Marzo 2014
Kabul

Sguardo smaliziato, baffi ben curati e parlantina veloce, da settimane Mir Ahmad Joyenda spopola sulle reti televisive. E' il commentatore che tutti cercano: con un passato da parlamentare e un presente da attivista della società civile, il vicedirettore dell'Afghanistan Research and Evaluation Unit (centro di ricerca di Kabul) conosce bene le alchimie della politica. Di solito non le manda a dire. Questa volta sembra prudente: le presidenziali del 5 aprile si avvicinano e perfino lui non affonda il colpo. Nei circoli che contano, qui a Kabul, si è più reticenti del solito. Con l'elezione del presidente non si sceglie soltanto una figura di rappresentanza, ma colui che dispenserà benefici, soldi e nomine (tra cui i governatori delle 34 province) e dalle cui decisioni dipenderà il futuro del paese. Una parola sbagliata e si è tagliati fuori dagli ambienti che contano. O costretti a subire un forte ostruzionismo.

Uomo dalla battuta facile e dalle amicizie influenti, Joyenda non rinuncia comunque al colpo basso quando viene evocato Zalmai Rasoul, il candidato sostenuto dal presidente uscente Hamid Karzai, che ha retto le sorti del paese sin dal governo ad interim successivo al rovesciamento dei Talebani nel 2001. La Costituzione gli vieta un terzo mandato. Karzai sostiene di non avere un “suo” candidato, ma tutti sanno che è proprio Rasoul, a lungo consigliere per la sicurezza nazionale di Karzai e ministro degli Esteri: “Conosco molto bene Rasoul, è un mio amico – racconta Joyenda -. Ma non ha niente di politicamente rilevante da dire. Vive di luce riflessa”. Un candidato debole. Privo di carisma. Senza sostanza politica. La cui unica chance di vittoria è che la macchina governativa venga mobilitata e lo aiuti: con le frodi. Così dicono in molti di Rasoul, un pashtun che come primo vice-presidente si è scelto il tajiko Ahmad Zia Masoud (fratello del più noto comandante Masud, il “Leone del Panjshir) e come secondo l'hazara Mohammed Mohaqeq.

Parlare di etnie non piace agli osservatori stranieri. Ma qui in Afghanistan prima che politiche le scelte elettorali sono etnico-comunitarie. La tradizione vuole che il trittico presidenziale rispetti il peso demografico delle comunità più corpose: un presidente pashtun (l’etnia maggioritaria), un vice tajiko e un secondo-vice hazara. “La scelta rivoluzionaria di Ashraf Ghani è stato proprio quella di indicare come vice presidente un uzbeco come Dostum”, aggiunge Joyenda.

Alle presidenziali del 2009 Ashraf Ghani racimolò un misero 2.9% dei voti. Oggi è forte. Rischia davvero di vincere. Come responsabile dell'Inteqal, il processo di transizione della sicurezza dalle mani straniere a quelle afghane, si è costruito un ruolo di primo piano girando tutti gli angoli del paese. Uomo colto, vissuto a lungo negli Stati Uniti, già alto funzionario delle Nazioni Unite, una volta tornato in Afghanistan ha ricoperto incarichi di rilievo: ministro delle Finanze, rettore dell'Università di Kabul e, poi, responsabile dell’Inteqal. Da candidato alla presidenza ha scelto come vice-presidente Dostum, tra i più spietati comandanti nel periodo della guerra civile tra mujaheddin (1992-1996), fondatore del partito Jombesh-e-Melli (National Islamic Movement of Afghanistan), a lungo egemone nelle province settentrionali di Balkh, Jowzyan, Sar-e-pul, Faryab, abitate soprattutto da uzbeki, il suo bacino elettorale.

Anche per Fabrizio Foschini, analista politico per l’Afghanistan Analysts Network di Kabul, aver scelto Dostum è stato rivoluzionario: “un vero colpo di genio di Ghani. Se il voto della comunità hazara è diviso tra più candidati alla vicepresidenza, quello degli uzbechi andrà tutto in favore di Dostum”. E quindi di Ashraf Ghani. Che pur di conquistare la sedia dell’Arg (il palazzo presidenziale) ha mandato giù il curriculum insanguinato di Dostum, accusato da Human Rights Watch di crimini di guerra. Dostum alcune settimane fa si è scusato pubblicamente per le colpe passate. Per molti non è stato convincente, per Joyenda “si tratta comunque di un primo passo”.

Per Hamidullah Zazai, direttore di Mediothek Afghanistan - organizzazione non governativa che promuove il pluralismo dei media -, il vero passo da compiere è un altro: quello che “permetterà di superare il voto per affiliazioni etniche, comunitarie, religiose”. Qualcosa si sta muovendo in questo senso: “i più giovani, gli studenti universitari, coloro che vivono in città, cominciano a orientare il voto per piattaforme politiche, più che per etnie. Ma la strada è ancora lunga”, ammette. Qualche segnale di discontinuità lo riconosce anche Aziz Rafiee, responsabile dell’Afghan Civil Society Network. “In democrazia si impara dagli errori compiuti in passato. Per questo, nelle città principali qualcuno baserà il suo voto anche sui programmi elettorali”. Per Rafiee, “è stata proprio la pressione della società civile a costringere i candidati a presentare dei programmi veri e propri. La diffusione della Tv ha poi permesso che venissero conosciuti dalla popolazione”. Eppure, nei comizi in Tv o nei grandi raduni elettorali nelle città principali del paese, di programmi si parla poco. E molto di frodi. Il candidato Abdullah Abdullah – anche lui già ministro degli Esteri dal primo governo a interim fino al 2005, leader della comunità tajika e dell’Alleanza del nord – insiste molto su questo punto. Nel 2009 era il principale sfidante di Karzai. Rinunciò al ballottaggio perché convinto che Karzai avesse messo in opera una truffa colossale. Oggi non perde occasione per ritornare sull’argomento e minacciare “una crisi politica senza precedenti” in caso di irregolarità. “Le frodi? Certo non mi aspetto un processo elettorale del tutto trasparente”, sostiene Aziz Rafiee, “ma anche in questo credo ci saranno dei passi in avanti rispetto al passato”. Joyenda non risparmia la stoccata finale: “tutto dipende da quanto verrà mobilitata la macchina governativa”. A favore di Rasoul, ca va sans dire. Mentre in città già circolano voci allarmate: nel caso che i tajiki dell’Alleanza del nord si sentissero nuovamente truffati, questa volta rivendicherebbero il maltolto in modo diverso dal 2009: con le armi.


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