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Un gruppo di donne milanesi e musulmane manda una lettera a Pisapaia a proposito del possibile tempio per i credenti di cui si parla da tempo. In mezzo alle polemiche. Che nella missiva non mancano

Emanuele Giordana

Lunedi' 17 Febbraio 2014

Milano potrebbe avere a breve una moschea. Se ne discute da diversi mesi: le polemiche infuriano (specie da destra) e le domande non mancano. Una se l'è fatta un gruppo di “ragazze musulmane che hanno a cuore il futuro della città” e che, prese carta e penna, hanno scritto al sindaco di Milano manifestando a Giuliano Pisapia le proprie perplessità. La principale risiede “nella scelta della gestione della futura moschea” dal momento che l'unico progetto per la costruzione di un tempio per la preghiera dei musulmani a Milano “è stato presentato dal Caim, il Coordinamento delle associazioni islamiche”, elemento che – scrivono – ha fatto “emergere in noi qualche perplessità sulle conseguenze per la comunità islamica milanese”.





La proposta del Caim e del suo rappresentante, Davide Piccardo, è nota: distruggere il fatiscente Palasharp (nato nel 1985 nel quartiere di Lampugnano e punto di ritrovo degli ex frequentatori della moschea di viale Jenner) assumendosene gli oneri (700mila euro). Iniziare subito dopo la costruzione della moschea con fondi privati, italiani o stranieri provenienti dai Paesi arabi (presumibilmente dal Golfo). La proposta di Piccardo e del Caim, un cappello che comprende diverse sigle di organizzazioni musulmane tra cui alcune – come la turca Milli Gorus - piuttosto controverse, ha scatenato un fuoco di fila di polemiche. E non solo tra i contrari alla moschea in sé ma anche tra chi ritene pericolosa la direzione che una moschea targata Caim potrebbe prendere. Elemento ripreso dalla missiva al sindaco che Lettera22 ha potuto vedere e che ancora non è stata resa pubblica. Interessante anche perché sembra offrire un punto di vista particolare proprio per il fatto che le firmatarie sono donne musulmane.





Al gruppo la scelta del Palasharp pare “logisticamente buona” e non pare ci sia di per sé una pregiudiziale nei confronti della proposta del Caim che, scrivono “ci rende contente”. La preoccupazione però è quella che riguarda la possibile “strumentalizzazione della nostra religione da parte non solo di laici e cristiani, ma anche soprattutto musulmani”. Le firmatarie vorrebbero invece una moschea “neutra che rispecchi tutti i musulmani senza fazioni o interessi politici perché riteniamo che la moschea...(sia)... un luogo di confronto si, ma sull'etica, la morale e la religione, non sul partito di appartenenza”. Le donne non lo menzionano ma appare evidente che più che i riferimenti all'epopea di viale Jenner - entrata nei dossier dei servizi e della polizia non solo italiana e tristemente famosa per il sequestro di Abu Omar – abbiano dato fastidio le prese di posizione senza se e senza ma del Caim nei confronti dei Fratelli musulmani e del presidente Morsi nell'estate di fuoco che ha caratterizzato l'Egitto. Scivolando dall'indignazione per il golpe militare all'appoggio diretto alla fratellanza.





Alla fine della lettera la preoccupazione è chiara: “Chi sarà a gestirla, forse il Caim?”. Non sarebbe più opportuno, si chiede e chiede a Pisapia il gruppo di donne, che la gestione possa essere il frutto di “un percorso che coinvolga tutti i musulmani, anche quelli che non si riconoscono nel Caim?”.





Il tempo stringe e l'Expo è alle porte (le stime in rosa dicono che sarà visitato da almeno sei milioni di musulmani) ma le domande restano legittime: chi gestirà la moschea? Avrà diritto solo chi procura il denaro? E da dove verrà il denaro? Cosa e chi insegnerà alla moschea (“per scongiurare – dice la lettera - la presenza di imam fai da te deleteri”). La palla adesso sta in mano al sindaco che, a quanto pare, non ha neppure i 700mila euro per radere al suolo il Palasharp. Ma come molti osservatori hanno chiarito, anche tra chi non è certo animato dall'odio o la chiusura verso le altre religioni, la cosa va maneggiata con cura. Supponiamo che per la nuova moschea si faccia avanti proprio l'Egitto. Chi non chiederebbe adeguate garanzie a un regime militare che ha trattato col pugno di ferro proprio i Fratelli musulmani? Un mondo complesso richiede uno sguardo lungo e scelte difficili. Come quella adesso nelle mani di Pisapia e della sua giunta.



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