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IL PARADIGMA DELLA CHIMICA UNA LETTURA DI PRIMO LEVI 8/01/14

In un libro recentemente pubblicato da Odradek, Daniele Orlandi riapre l'opera dell'autore di "Se questo è un uomo" e scopre nel suo mestiere di chimico la grande metafora della sua scrittura e l'insegnamento che gli permise di sopravvivere nel lager

Simone Nebbia

Mercoledi' 8 Gennaio 2014
Capita e non di rado che la critica, ma più ancora la teoria della critica, si elevi al di sopra delle parti o, meglio, al di sopra delle arti per determinare di un'opera o di uno scrittore – quando non dell'intera opera di uno scrittore – la categorizzazione indotta dei suoi connotati estetici e della gittata che segnerà il suo tempo. Sviluppi di un pensiero al singolare hanno condotto gli osservatori nel determinare interi periodi storici, ignari del peso della pluralità e dei passaggi evolutivi, passaggi di stato che sostengono una struttura espressiva oltre la sua immediata fruibilità. Tanti gli scrittori che hanno affrontato il reticolo inferriato di altre gabbie che le loro, finendo per essere inseriti loro malgrado in un sentiero artistico incanalato in settori e privo di vasi comunicanti. Tra questi, senza dubbio, Primo Levi, noto come l'autore di “Se questo è un uomo” o “La tregua” e, da deportato ad Auschwitz, simbolo testimoniale delle vittime del genocidio nazista. “Le chimiche di Primo Levi” invece, scritto dallo studioso Daniele Orlandi (Odradek, Roma, 2013), è un'opera che già dal titolo possiamo liberamente definire plurale.

La fortuna dell'autore Levi ebbe già fin dal principio difficoltà notevoli: quel suo libro maggiore dedicato all'esperienza in lager passò per molti rifiuti celebri, prima di finire tra le cure dell'editore Francesco De Silva che lo pubblicò nel 1947. Einaudi, che non vi aveva creduto, scelse di annoverarlo nella sua narrativa soltanto nel 1958.
Eppure quella sua linea distintiva, quel carattere misurato e gentile della scrittura leviana si andava costruendo già come un unicum nel panorama letterario italiano, negli anni in cui si ragionava di testimonianza e di azione, di sostenibilità per un realismo post-bellico e di una letteratura capace di intercettare di quella realtà caratteri privi di retorica e piatto valore documentario, per trasformarli in un lascito per l'uomo del divenire, ovvero per l'uomo contemporaneo.

Le intenzioni di Orlandi, autore già di un importante volume dedicato alla figura del medievista Gustavo Vinay (“Gustavo Vinay. Storico Scrittore Maestro” – Bulzoni, Roma, 2009), sono allora tutte mosse ad individuare in Levi quei caratteri che possano affrancarlo dalla sua fama, perché essa per giustizia si trasformi in valore. L'autore si cala a ritroso negli interstizi ideativi dell'opera leviana e riconosce nella chimica l'elemento che permea ogni ideazione artistica, come fosse un paradigma attraverso cui analizzare prima e poi tradurre l'intero suo mondo, la realtà in cui si trova – scelta o costrizione – a vivere.
L'indagine che scandagli narrativa e saggistica (ma sempre tenendo presenti i poco frequentati versi) dello scrittore torinese, dopo aver dato saggio dell'intento correlativo, si dipana in cinque movimenti scanditi dalla cronologia biografica: la chimica della razza, della salvezza, del ricordo, del dolore e infine la chimica interrotta, bruscamente e violentemente per propria volontà giù per le scale della sua casa di Torino, che pone fine all'esistenza e alla carriera di scrittore, proprio nel tempo in cui il credito di Levi verso il Premio Nobel andava crescendo (molte interessanti fonti, citate nel volume, ne danno testimonianza). In ognuna di queste parti vi è un tassello prima conoscitivo e poi analitico della sua letteratura, assemblata per minuziosa lettura dei suoi scritti fino ad appaiare, per suggestiva discendenza, la stessa misura scientifica che li compone. Eppure la lingua di Orlandi è anomala, frutto di uno stile partecipato con brevi e coscienti accenti narrativi (bellissima l'apertura del capitolo La chimica del ricordo che ripercorre della propria penna un celebre passo di Borges), ma senza che si perda il filo del ragionamento teorico; egli con asciuttezza scandisce una teoria perché sia fatta luce su uno dei nodi più interessanti della letteratura del secondo Novecento, ma al contempo il suo viaggio tocca le tappe sentimentali, percettive che portano Levi indietro, nelle letture che l'hanno formato come uomo e scrittore. Si tratta – dice Orlandi – di «mettere a frutto questo enorme materiale che impedisce la vita all'uomo e al chimico. Da qui in poi, il mestiere per Levi acquisterà una nuova dimensione: maneggiare anche i ricordi come fossero metalli, come tali lavorarli, rispettarli, “trattando l'ombre come cosa salda”, avrebbe detto il suo Dante» (p. 101). Proprio in questo punto si attesta allora l'idea di una chimica come metafora umana della relazione e quindi fu la stessa chimica, secondo Orlandi, ad insegnare a Levi la sopravvivenza in lager: non solo, dunque, grazie alla professione di chimico ma grazie alla traslazione della materia sul piano del legame sociale, la traduzione dei suoi postulati in una curiosità umana che fosse da contrasto alla possibile, anzi inevitabile, disumanizzazione.

In seno al volume si dichiara come Levi abbia eletto «la chimica inorganica, con le sue lunghe catene molecolari legate tra loro in un sol punto ma stabili, a specchio del suo mondo emotivo, semplificandola radicalmente, dove opportuno, per trarne significati privati e universali» (p. 17). Levi ha imparato dalla chimica come l'esperienza generi una comprensione, la sua opera nasce allora dalla duplicazione semantica di questo termine, ossia lo spostamento sul piano sociale e sensibile di un movimento razionale che appartiene all'individuo, proprio come se avesse trovato le misure del Reich in cui sopravvivere nello stesso ordine scientifico (sia pure di così aberrante accostamento) che caratterizzava il suo mestiere, ossia la sua missione umana. Si chiede Orlandi: «Perché, dunque, tornare a casa e scrivere, vale a dire semplificare, approssimare, schematizzare un'esperienza così immensa? Probabilmente per affermare sé stessi: scrivo dunque sono» (p. 96). E allora proprio in questo movimento di acquisizione esperienziale, di conoscenza, la forza del suo operato è stata di raccogliere e conservare elementi civili attraverso la ripetizione di formule, di meccanismi relazionali per tipi umani come per le nomenclature dei composti chimici, cioè di tutte le affermazioni razionali che avrebbe attraversato con la memoria, con l'atto costitutivo che dà vita alla scrittura e che la infonde già da principio di una possibile, pur se lontanissima, redenzione.



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