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Il presidente Benigno Aquino ha dichiarato nelle Filippine lo stato di calamità nazionale mentre a Varsavia parte il Framework Convention on Climate Change dell'Onu

Lettera22

Martedi' 12 Novembre 2013

La notizia che il presidente Benigno Aquino ha dichiarato nelle Filippine lo stato di calamità nazionale arriva col peso di oltre 10mila vittime e una devastazione senza precedenti anche alla conferenza annuale del Framework Convention on Climate Change dell'Onu che si tiene da ieri a Varsavia e dove Naderev “Yeb” Saño della Climate Change Commission delle Filippine commenta in un'intervista alla Reuters Foundation: «Tifoni come Haiyan-Yolanda e le sue conseguenze rappresentano un lucido richiamo alla comunità internazionale sul fatto che non possiamo permetterci di procrastinare l'azione sul clima». La conferenza si è appena aperta e i colloqui dureranno dieci giorni ma le illusioni che qualcosa cambi veramente sono poche. Poche come le speranze che disastri del genere non si ripetano più e non solo per gli effetti dei cambiamenti climatici.

Il dramma filippino, con un bilancio ancora incerto e salito da cento a mille e poi a diecimila vittime, racconta infatti che la prevenzione, unica vera arma contro le emergenze naturali, è ancora troppo indietro soprattutto in quel Paese di isole frammentate e dove la povertà non fa sconti, le case sono spesso fragili tuguri, la protezione civile e i sistemi di allerta un miraggio.
Leyte e Samar sono le isole più colpite. Sulla prima, la città di Tacloban ha subito danni enormi ed è in questa area che il supertifone Hayan si è abbattuto con maggior violenza. Ma, avvertono i soccorritori, su molti altri luoghi remoti del vasto arcipelago ci potrebbero essere nuove sorprese. L'altra isola colpita con forza è Samar, e ancora è difficile tracciare un bilancio di quanto avvenuto a Guiuan nell'estremo Est, il centro più colpito. Anche la zone settentrionale di Cebu, poco più a Sud, avrebbe registrato danni rilevanti. Stesso discorso per Baco, più a Nord a soli 170 chilometri da Manila, dove la città sarebbe sommersa dall'acqua. Il numero di 10mila morti è dunque per ora una convenzione e una proiezione sugli scomparsi (oltre 600mila).

Potrebbero essere di meno e qualche persona scomparsa potrebbe farsi viva, ma potrebbe essere invece un numero per difetto visto che in questo arcipelago di circa 92 milioni di abitanti, almeno nove sarebbero stati investiti dalla furia del tifone (uno su dieci, mentre domenica la valutazione era della metà) che ha già prodotto oltre 600mila sfollati.

Quanto sia importante la prevenzione lo dimostra il caso del Vietnam, il Paese vicino dove è rientrato l'allarme dopo il passaggio senza troppi danni di Haiyan, che ha toccato il Nordest del paese quand'era ormai depotenziato e degradato a tempesta tropicale con venti comunque a 120 km orari. Ma la popolazione, adeguatamente preparata e sostenuta da una mobilitazione dell'esercito di 170mila uomini, è stata evacuata dalle zone più a rischio e ha già potuto - mentre Hayan si spostava in Cina - fare ritorno a casa al netto di allagamenti e smottamenti nelle campagne. Il piano del governo di Hanoi aveva messo al riparo circa 600mila persone. Ovviamente nelle Filippine il tifone ha giocato sull'elemento sorpresa anche per un'intensità mai registrata. Ma i tifoni sono ciclici e si annunciano per tempo e, anche se non è semplice individuarne la direzione, la prevenzione, con accurati piani di evacuazione e strutture adeguate di accoglienza, può essere l'unica misura possibile quantomeno per mettere al sicuro gli abitanti, preoccupazione tardiva stando ai discorsi ufficiali di Aquino per il quale salvare vite umane è la «priorità». La seconda sarà la ricostruzione.

Le polemiche dunque non mancano e non mancheranno anche se il governo assicura di aver fatto tutto il possibile. Riferisce Jon Donnison della Bbc che a Tacloban, il luogo più colpito, non sembra si sia già messa in moto in modo efficace la macchina dei soccorsi. Altri reportage dalla città segnalano rabbia e disperazione nella popolazione di un centro che un tempo contava 220mila abitanti. Secondo la polizia locale, i morti nella sola Tacloban si potrebbero forse stimare a 10mila.

La macchina degli aiuti internazionali si è intanto messa in moto, dal Programma alimentare mondiale (in molte zone mancano acqua, cibo ed elettricità) a Medici senza frontiere o all'Unicef che stima in quattro quattro milioni i bambini che potrebbero aver subito le conseguenze di Haiyan. Cargo filippini e americani con cibo arrivano nell'aeroporto di Tacloban riattato fortunosamente. Al via le campagne di raccolta fondi o i finanziamenti decisi dai governi. Un primo contributo di 150 mila dollari è stato anche stanziato su disposizione del papa dal Pontificio consiglio Cor Unum.
Quanto ai connazionali nelle Filippine, l'Unità di crisi della Farnesina sta effettuando verifiche in seguito ad alcune segnalazioni da parte di italiani che non riescono a contattare i loro parenti nell'arcipelago, ma l'ambasciatore italiano a Manila, Massimo Roscigno, ha detto a Radio24 che «Le persone che ci sono state segnalate o di cui ci sono state richieste notizie e che non siamo ancora riusciti a contattare, sono poche, forse una dozzina», probabilmente solo per problemi di comunicazione.



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