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In questo articolo per Lo Straniero un'analisi sulla situazione pachistana: la guerra al terrore in una storia di conflitti esterni e interni. Le speranze di una nuova stagione guidata da governi non militari

Emanuele Giordana

Sabato 2 Novembre 2013
Al pubblico italiano, ma non solo a quello, la parola Pakistan evoca le peggiori immagini e una sorta di infinito incubo terroristico, acuito dal rischio che la guerriglia islamista metta le mani sull'armamento nucleare di un Paese che, come l'India e Israele, possiede l'atomica senza aderire al club di coloro che la detengono e che, in qualche modo, la controllano.

L'unico elemento positivo recente è forse la vicenda che riguarda la giovane Malala, la studentessa vittima di un omicidio mirato andato fortunatamente a vuoto esattamente un anno fa, e che ora è divenuta il simbolo del coraggio femminile e del riscatto di un intero popolo. Effettivamente sarebbe difficile dar torto al lettore, visto che le notizie che provengono dal Pakistan sono, negli ultimi anni, notizie di stragi e massacri collettivi su vari fronti: la guerra settaria condotta da gruppi sunniti estremisti contro la minoranza sciita; gli attentati perpetrati ai danni della esigua comunità cristiana o di altre minoranze; il conflitto senza fine che agita le aree tribali al confine con l'Afghanistan e la partecipazione, in qualche modo, alla guerra afgana; la caccia infinita ai terroristi e ai guerriglieri islamici praticata dall'esercito pachistano ma anche dall'aviazione americana che usa aerei senza pilota (droni) contro la volontà di Islamabad. In questo quadro agghiacciante, e che fa del Pakistan uno dei Paesi più violenti del mondo, la cornice politico economica è complessa. Il Pakistan attraversa una crisi che ha ulteriormente messo sotto stress i segmenti più poveri della popolazione e ristretto le speranze della borghesia locale che, alcuni anni fa, aveva visto un piccolo boom economico poi rapidamente rinsecchito. Quanto alla politica, è evidente la fatica nel rafforzamento di istituzioni che per decenni, da quando il Pakistan nacque nel 1947, sono state sotto il rigido controllo di dittature militari. Le cose non sono migliori sotto l'aspetto delle relazioni internazionali: sempre tese con l'India, assai tese con l'Afghanistan, ad alti e bassi con l'Amministrazione americana (1).


Ce ne sarebbe abbastanza per dire del Pakistan che è uno Stato fallito, una denominazione molto di moda in questi anni quando le cose sembrano andare di male in peggio e appaiono, superficialmente, senza via d'uscita.
In realtà molti elementi concorrono a fare del Pakistan quello che è attualmente. La sua stessa storia, ad esempio, nella quale hanno grande merito, oltre ai pachistani, i britannici cui lo sdoppiamento del Raj in due Paesi non dispiaceva affatto. Quella frattura nel vasto subcontinente indiano creò le premesse per veri e propri conflitti tra le due sorelle appena separate (in Kashmir e nel Pakistan orientale poi Bangladesh) e preparò il terreno per l'inevitabile scontro interno tra comunità che doveva nascere dalla più grande migrazione della storia recente, quando i musulmani in massa abbandonarono l'India per arrivare nel Paese dei puri, la loro Terra promessa. Ma se il sangue correva sulla frontiera orientale, lo stesso doveva avvenire su quella occidentale dove il confine tracciato dai britannici per dividere l'Afghanistan dal Raj britannico lasciò in eredità a Islamabad (e a Kabul) le terre pashtun separate in due da un righello diplomatico che forse, non a caso, aveva scelto di fare da uno due popoli, creando le premesse di un'instabilità perenne che ancora dura, alimentata da sogni secessionisti o di accaparramento territoriale che ciclicamente si riaffacciano dall'una e dall'altra parte della frontiera: un tizzone mai spento su cui sono propensi a soffiare anche i vicini. In questo quadro si è inserita poi la sfida nucleare tra i due Paesi separati, cosa che ha aiutato i militari pachistani a diventare per decenni gli unici depositari della garanzia di sicurezza del Pakistan di fronte alla minaccia indiana. Come se non bastasse, agli inizi del nuovo secolo il Pakistan è diventato la base degli islamisti afgani e il rifugio di Osama bin Laden, divenendo al contempo la base degli attacchi americani in Afghanistan e poi il terreno della “guerra dei droni” che, secondo alcune stime, ha prodotto in quel solo Paese diverse centinaia di vittime(2).

Il quadro che abbiamo disegnato non è consolante e non ha certo intenti giustificativi. E' chiaro però che il cammino del Pakistan verso una democrazia solida e una convivenza sociale senza strappi è in salita e richiederà tempo. Infine il Paese non è aiutato dai suoi vicini o dai suoi alleati che semmai si limitano a rafforzarne l'apparto militare. La battaglia delle forze della società civile (di cui Malala è una bellissima e forte espressione) è difficile come lo è quella delle forze politiche di ispirazione laica o quella dei tanti funzionari delle istituzioni o della burocrazia dello Stato che vorrebbero un Paese migliore e operano perché così avvenga. C'è infatti una luce in fondo al tunnel che in più di un'occasione si è fatta vedere: soprattutto in concomitanza di alcuni episodi (l'attentato a Malala è uno di questi ma famosa fu anche la battaglia per il reinsediamento dei giudici licenziati manu militari dal generale-dittatore Pervez Musharraf). Capire se l'insediamento del nuovo premier (in realtà una figura ultranota della politica pachistana) possa segnare qualche punto a favore di questa strada non è facile da capire anche se le sue prime mosse promettono bene. Intanto è la persona con cui fare i conti e quindi è necessario conoscerla. E' quel che cercheremo di fare nella seconda parte del nostro ragionamento.

La vera novità delle ultime elezioni pachistane potrebbe essere che non c'è nulla di nuovo sotto il sole. Il neo premier uscito dalle elezioni del maggio scorso è una faccia nota che è già stato primo ministro più di una volta e che calca le scene della politica pachistana da decenni. Ma al di là della longevità politica e della controversa storia politica di Nawaz Sharif, un liberista con vecchie simpatie islamiste a capo della fazione della Lega musulmana che porta il suo nome (Pakistan Muslim League-Nawaz), le elezioni per il rinnovo del parlamento di Islamabad e del potere provinciale in tutto il Paese hanno rappresentato molto più di una novità. Per la prima volta nella storia del Pakistan, un governo civile ha portato a termine la legislatura e, nonostante minacce, attentati e qualcosa come 150 morti durante la campagna elettorale, il 60% degli aventi diritto è andato a votare: sei pachistani su dieci, un record e un 20% in più rispetto alla passata consultazione. La terza novità è che il Partito popolare della dinastia Bhutto (il Ppp di Benazir e poi del marito Zardari) ha subito una confitta clamorosa, evidenziando la fine di un'era. Addirittura forse la fine di quella stessa dinastia. La quarta novità è l'affermazione del Pti, il partito di Imran Khan, un organismo che si basa più sugli slogan e sul carisma del suo leader – un ex cricketer passato alla politica – che su un vero programma. Aveva un seggio e ora ne ha oltre trenta. Ha fatto man bassa nelle aree tribali, tradizionale base elettorale del partito laico Awami (praticamente scomparso e questa è la quinta, triste, novità) e dei partiti islamisti che, tutto sommato, tengono la posizione anche se ormai la loro base di massa, costantemente corteggiata dai gruppi radicali, si è fatta sempre più esigua.


Con l'elezione di Nawaz Sharif, il Pakistan ha fatto apparentemente una scelta conservatrice: ha scelto un leader di destra, chiacchierato quand'era al potere per i suoi rapporti con gli islamisti e nemico dell'esercito più per una questione personale (furono i militari con un golpe e cacciarlo nel 1999) che non perché sia poi un così ferreo baluardo del potere civile. Come ogni nuovo premier ha promesso aperture all'India e agli Stati uniti (sia Delhi sia Washington si sono calorosamente congratulati) ma fu il suo governo a fare i test atomici del 1998 che impaurirono Delhi con cui, qualche mese, dopo scoppiò l'ennesimo confitto (Musharraf, che poi rovesciò Nawaz Shareif, era allora capo di stato maggiore). I segnali di distensione comunque sono andati aumentando, contribuendo a rasserenare soprattutto i rapporti con Delhi, tradizionalmente sempre molto tesi.
Quanto alla relazione (difficile) del Pakistan con gli americani, Nawaz Sharif ha bisogno dei loro quattrini ma deve vedersela con l'amara politica dei droni (omicidi mirati con aerei senza pilota) tanto cara a Obama. Non ha fatto mistero del fatto che ne avrebbe parlato nel suo discorso a New York per l'annuale assemblea dell'Onu. Nawaz Sharif sa anche di avere un nuovo atout da giocare in vista del ritiro americano dall'Afghanistan del 2014: deve per forza passare dal porto pachistano di Karachi e dai due valichi che il Pakistan ha con l'Afghanistan.

La sua forza sul fronte politico interno per ora non è in discussione. Intanto gode di una buona performance elettorale che ha garantito al suo partito 126 seggi all'Assemblea nazionale e una maggioranza schiacciante in quella del Punjab, la provincia ricca che ha finanziato la sua campagna elettorale. E' stato rapido nel formare il governo e ha gestito bene la fase non facile post elettorale (compreso il delicato riconteggio in diverse sezioni). Ora però deve far fronte a una difficile situazione economica: il Pakistan è in recessione e cinque anni di fragilità politica del governo Ppp non hanno aiutato anche se la borsa di Karachi ha premiato il risultato di Sharif proprio in omaggio alla stabilità, a quella “confortevole maggioranza” sbandierata dai suoi portavoce: primo partito a livello nazionale e primissimo in Punjab (due terzi dell'assemblea provinciale). L'elenco delle doglianze e dei problemi cui mettere mano è comunque lungo: in politica interna, oltre alla crisi economica, c'è l'emergenza talebana (specie nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa al confine afgano) e quella baluci (alla frontiera occidentale con l'Iran dove sono presenti forti spinte secessioniste con evidenti infiltrazioni talebane). Sul fronte internazionale invece ci sono gli atavici problemi coi vicini: con l'India tanto per cominciare ma anche con l'Iran e, come già detto, con gli Stati uniti che proprio a proposito dell'Iran vorrebbero bloccare il famoso “gasdotto della pace” che dovrebbe far transitare il gas iraniano in India via Pakistan, un gas di cui Islamabad ha dannatamente bisogno. Gli americani osteggiano da anni il progetto ma Nawaz Sharif ha già fatto sapere che non lo bloccherà, il che sommerà polemica a polemica dopo quella ormai ciclica sui droni. Poi c'è la Cina, vecchio alleato che per ora non ha mai creato problemi ma che spinge per una soluzione alla ribellione islamista troppo vicina alle sue frontiere meridionali.

E infine c'è il dossier afgano. C'è chi sostiene che Nawaz Sharif potrebbe essere più pragmatico del Ppp che si limitava ad attaccare Karzai a piè sospinto. Ma su quella frontiera intricata e porosa potrebbe non bastare quest'uomo buono per tutte le stagioni ma che in passato non ha brillato sul fronte afgano: il 26 maggio del 1997, quando a Islamabad era premier per la seconda volta Nawaz Sharif, l'emirato talebano di mullah Omar venne riconosciuto dal Pakistan e poi da Arabia saudita ed Emirati. Acqua però ne è passata ede effettivamente, dopo un lungo tira e molla soprattutto afgano, Nawaz Sharif e Karzai si sono finalmente incontrati e il colloquio è andato bene. Di lì a poco Islamabad ha liberato diversi quadri talebani, come richiesto da Kabul che spera di trovare in loro dei possibili mediatori, e ha soprattutto fatto liberare il numero 2 di mullah Omar: mullah Baradar, il cui arresto a Karachi nel 2010 fece pensare alla sospettosa Kabul (con qualche buon motivo) che il Pakistan (pare con l'aiuto della Cia) avesse arrestato Baradar cercando di correre ai ripari per poter controllare a suo favore un'eventuale riconciliazione tra Karzai e la guerriglia. Una riconciliazione che comunque è ancora di là da venire.

1) Secondo la documentazione raccolta dallo special rapporteur delle Nazioni unite Ben Emmerson (marzo 2013), le vittime del terrorismo sono state in Pakistan oltre 40mila, almeno 7mila soldati pachistani hanno pagato con la vita in questo decennio di guerra interna che è costato circa 70 miliardi di dollari.

2) Il procuratore generale dell'Alta corte di Peshawar, Dost Muhammad Khan, gestendo una causa civile promossa dalla Foundation for Fundamental Rights contro la Cia, sostiene nella sentenza dell'11 aprile 2013 che 896 civili sono stati uccisi da droni tra il 2007 e il 2012 nel Nord Waziristan, con ulteriori 533 morti civili nel Waziristan del Sud.

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