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Osotimehin Babatunde, direttore generale dell'UNFPA, fa un bilancio della campagna internazionale contro le mgf.

Enzo Mangini

Mercoledi' 23 Ottobre 2013
"Non è una questione religiosa, e non è nemmeno una questione tradizionale: è un fenomeno che attraversa molte culture diverse e che oggi si manifesta anche nelle comunità della diaspora".
Il "fenomeno" è quello delle mutilazioni genitali femminli (Mgf) e a parlare è Osotimehin Babatunde, dal 1 gennaio 2011 direttore esecutivo dell'United Nations Population Fund e vice segretario dell'Onu, a Roma per la conferenza internazionale sul contrasto alle mutilazioni genitali femminili, organizzata da Aidos (Associazione italian donne per lo sviluppo), assieme alla Direzione generale della Cooperazione allo sviluppo del Ministero degli esteri.
L'obiettivo dichiarato della campagna internazionale è quello di far cessare le mgf nell'arco della generazione attuale. La tendenza è incoraggiante, le mgf sono in declino, ma è un declino lento, troppo lento per decine di milioni di giovani donne che sono esposte al rischio di subire mutilazioni genitali.
Secondo i dati dell'Unfpa, sono più di 30 i paesi dove oggi si pratica una delle varie forme di mgf, su una fascia che comprende l'Africa subsahariana, fino al Corno, e alcuni paesi arabi, tra cui l'Egitto, l'Iraq e lo Yemen, anche se in percentuali molto molto diverse. In totale, secondo i dati Unicef/Unfpa, sono 125 milioni nel mondo le donne che hanno subito una qualche forma di mutilazione genitale.
Per lunghi anni, quella contro le mgf è stata una battaglia quasi solitaria delle organizzazioni femminili, e solo nel 2008 Unfpa e Unicef ne hanno fatto una campagna internazionale, sponsorizzata e appoggiata dal sistema delle Nazioni Unite. I risultati sono incoraggianti: in alcuni paesi, come la Liberia, c'è stato un calo molto sensibile della diffusione della pratica, che ha riguardato oltre l'85 per cento delle donne oggi in età tra i 45 e i 49 anni, ma "solo" il 44 per cento delle giovani sotto i 14 anni. In altri paesi la situazione non è così positiva: la Somalia, in vetta alla classifica delle Mgf, ha visto un calo di appena il 2 per cento, dal 99 al 97.
L'Unicef attesta che, anche se ci sono differenze regionali molto marcate all'interno di ciascun paese, a livello globale il calo è stato meno forte nelle comunità rurali rispetto a quelle urbane, e tra le comunità povere rispetto a quelle più ricche. E' quindi su questi settori che gli sforzi del futuro vanno concentrati, per evitare che, ai ritmi attuali entro il 2030, altri 87 milioni di ragazze e bambine possano subire la stessa sorte.
"Qualcuno pensa ancora che sia una pratica legata alla regione musulmana - dice Babatunde - Ma non è così, tanto che in Arabia Saudita, per fare un esempio, le mgf non sono usate. Non ha niente a che vedere con la religione, con nessuna religione, è un retaggio tradizionale, ma anche l'atteggiamento delle comunità è ormai cambiato e l'opinione più diffusa è che siano un problema da affrontare e non una eredità culturale da proteggere".
Il lavoro da fare, quindi, è soprattutto un lavoro di comunicazione: "Così come è stato fatto per la lotta alla diffusione dell'Hiv/Aids, si tratta di trovare i giusti canali di comunicazione, gli entry point per coinvolgere le comunità, di spiegare bene quali siano le conseguenze negative delle mgf sulle donne, a breve e lungo termine e di spiegare come non ci sia alcuna relazione tra questa pratica e la 'sposabilità' di una donna, anzi".
Secondo il diplomatico nigeriano, che nella sua carriera è stato anche ministro della sanità e ha lavorato molto nella campagna contro la diffusione dell'Hiv/Aids nel suo paese, "c'è stato un cambio di percezione netto del fenomeno negli ultimi anni: fino a poco tempo fa era un argomento tabù, anche nell'Onu, e sembrava che sollevarlo equivalesse a tentare una qualche forma di intromissione culturale o di imposizione di standard occidentali ai paesi del sud del mondo. Oggi non è più così e prese di posizione come quella dell'Unione Africana, dimostrano che tutti i governi, a prescindere dalle proprie posizioni politiche, sono impegnati su questo fronte".
"Nessun governo non vuole migliorare la salute dei propri cittadini", dice Babatunde, schivando abilmente una domanda su come si possano fare campagne sui diritti delle donne e sul diritto alla salute in contesti politici autoritari, se non dittatoriali: "Non è una questione di democrazia o non democrazia, ma innanzi tutto una questione di salute, di comunicazione e di informazione - spiega - In cui anche i media possono fare un lavoro molto utile se evitassero di sensazionalizzare il fenomeno e ne raccontassero invece gli effetti più profondi e seri sulla salute delle donne".
Infine, un allarme: nei paesi dove si concentra la diaspora proveniente dalle regioni dove le mgf sono più diffuse, "abbiamo visto che c'è la tendenza a perpetuare la pratica, anche se in condizioni sanitarie più controllate". Anziché "affidarsi" a una figura tradizionale, insomma, si trova qualche medico che accetta di compiere l'operazione, magari perfino in clinica o in ospedale: "Non si può ammettere una cosa del genere - dice il direttore di Unfpa - le mutilazioni genitali femminili devono essere proibite ovunque".
Il sito dell'Unfpa



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